Contro il Duce: gli attentati dimenticati del 1925-1926

Gli attentati del 1925-1926 a Mussolini tornano al centro: non cronaca nera, ma gesti politici da rileggere tra Matteotti, leggi fascistissime e antifascismo.

Renato FoschiApprofondimenti
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ANSA

La stagione degli attentati che, tra il novembre 1925 e l’ottobre 1926, prese di mira Benito Mussolini è stata finora narrata con strumenti giornalistici o, quando accademica, attraverso il filtro di interpretazioni ideologicamente condizionate. I marxisti, ad esempio, hanno per lo più etichettato questi atti come ingenui, peggiorativi, apolitici e terroristici. Per giunta, uno di questi tentativi fu compiuto da una donna inglese con problemi mentali, Violet Gibson, che fu per lo più considerata una pazza e il cui atto non fu particolarmente degno di interesse storico-politico. Il volume Mussolini nel mirino. 1925-1926, due anni di fuoco: gli attentati di Tito Zaniboni, Violet Gibson, Gino Lucetti e Anteo Zamboni, a cura di Alberto Aghemo, Brunella Dalla Casa, Giuseppe Galzerano, Giovanni Pietro Lombardo (Rubettino, 2026) restituisce dignità a questi attentati. Si propone una lettura storica, fondata su un’analisi capace di tenere insieme la dimensione psicologica, il contesto politico-giudiziario e le genealogie culturali. Il risultato è un lavoro che merita di essere discusso, anche perché suscita nuove domande a cui la ricerca futura potrà dare risposta.

Alberto Aghemo, nella sua introduzione al caso Zaniboni, inquadra gli attentati a Mussolini nella lunga storia dell’omicidio come atto politico in risposta a eventi storici o ribaltamenti di potere. La linea che va da Bruto a Lincoln a Kennedy fino ad Allende serve a dare coerenza storica a eventi che non furono fini a sé stessi. Siamo lontani dalla cronaca nera e da uno stile meramente giornalistico. I tre elementi che il volume aiuta a connettere sono il delitto Matteotti (giugno 1924), le leggi fascistissime (1925) e gli attentati (1925-1926). Non si tratta di eventi separati: gli attentati sono la risposta estrema di ambienti laici, liberali e anarco-socialisti all’assassinio di Matteotti e all’incapacità dell’opposizione aventiniana di trasformare l’indignazione morale in resistenza politica.

Zaniboni era un socialista riformista con solidi legami con la massoneria di Palazzo Giustiniani; Gibson frequentava i circoli teosofico-antroposofici romani dell’antifascismo liberale; Lucetti proveniva da un ambiente anarchico e individualista; Zamboni era un adolescente che aveva interiorizzato il motto sic semper tyrannis. Erano rappresentanti di culture diverse che, tuttavia, esprimevano un disperato amore per la libertà e si trovarono in un momento storico in cui l’unica via di uscita dal totalitarismo incipiente sembrava essere l’omicidio rituale del capo.

Degno di nota è il contributo di Giovanni Pietro Lombardo sul caso di Violet Gibson, l’irlandese che il 7 aprile 1926, all’uscita dal Campidoglio, sparò a Mussolini ferendolo di striscio al naso. La Gibson è stata a lungo liquidata dalla storiografia italiana, a partire dalla voce autorevole di Renzo De Felice, come una mezza squilibrata che aveva agito d’iniziativa personale. Queste interpretazioni colludevano innanzitutto con il pregiudizio del regime fascista, che aveva tutto l’interesse a derubricare l’attentato di Violet da atto politico a patologia individuale e di genere (una poveretta isterica paranoica). Un pregiudizio che, come un «venticello», ha continuato a operare nella storiografia postbellica.

Lombardo analizza la perizia psichiatrica redatta da Giannelli e De Sanctis e, attraverso un approccio storico-indiziario, emerge una lettura alternativa: la Gibson probabilmente non era meramente una persona sofferente che sparava per delirio sentimentale, ma una donna con interessi spirituali e politici, antifascista, che, nel momento in cui avvenne l’omicidio Matteotti, decise di agire forse con la collaborazione di una rete mai venuta alla luce. Gli elementi a sostegno sono numerosi: chi fornì la pistola? Come si addestrò a sparare? Chi scattò la foto in piazza nel momento dell’attentato, riapparsa anni dopo l’episodio con ritocchi fatti ad arte (forse per coprire qualche volto noto)?

Violet ammise che il Duca di Cesarò faceva parte del complotto, ma né al regime né all’Inghilterra serviva un complotto irlandese e liberale, per cui si preferì il comodo giudizio psichiatrico, che permise di rimpatriare la Gibson (che fu internata a vita in manicomio) e tranquillizzò l’opinione pubblica. Mussolini ne usciva moralmente fortificato, come una vittima della follia femminile. La stessa Gibson fece di tutto per apparire mentalmente incapace, perché, paradossalmente, credeva che il manicomio in Inghilterra fosse un’opzione migliore rispetto al carcere. Gli psichiatri, dal canto loro, in quei tempi usavano umanamente la diagnosi a favore del reo. Meglio il manicomio che il carcere. La storia, quindi, venne trattata come un romanzo d’appendice.

La Gibson, invece, va forse inserita in quella stagione del femminismo europeo che si intrecciava con le culture spiritualiste e teosofico-antroposofiche di inizio Novecento, un universo che la storiografia italiana ha quasi completamente ignorato.

I quattro saggi che compongono il volume si distinguono per la serietà del taglio accademico: archivi, perizie, atti giudiziari, fonti di prima mano. Galzerano ricostruisce nel suo complesso il percorso di Gino Lucetti, l’anarchico individualista che lanciò una bomba senza colpire il bersaglio, condannato a trent’anni e morto nel settembre 1943 per una scheggia di granata tedesca. Brunella Dalla Casa, nel capitolo che rappresenta forse il consuntivo storiografico più maturo sull’intera vicenda, affronta il caso di Anteo Zamboni, il quindicenne linciato il 31 ottobre 1926, e, con lui, la sua intera famiglia, processata e condannata, senza pretendere di sciogliere un enigma storico che ancora resiste.

L’interrogativo che attraversa l’intero volume: quegli attentatori agirono da soli o furono strumentali a una macchinazione che fornì al regime il pretesto per le leggi fascistissime e per il Tribunale Speciale? Una domanda a cui la storiografia non ha ancora risposto con certezza. Questo libro ricostruisce la memoria di eventi a torto considerati marginali, con l’intento di comprendere in modo complesso certi episodi finora letti secondo consuetudine ideologica, pregiudizi di classe, di genere e di appartenenza politica.

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