Contro il disegno della tecnodestra, la mobilitazione dal basso
Suolo, acqua ed energia: la proliferazione dei data center in Lombardia intreccia interessi privati, sovranità digitale e assenza di confronto democratico.

ANSA
C’è un concetto, tra i tanti espressi bulimicamente da Donald Trump in queste settimane, che merita di essere sottolineato. Sarebbe lui personalmente l’unico argine possibile ai rischi connessi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Non, dunque, un quadro normativo e un’autorità indipendente, ma un uomo solo al comando, che vuole vincere la corsa perché «chiunque vinca nell’IA, vince tutto».
Così, nello stesso giorno in cui derubricava a «bufala» gli allarmi sui rischi dell’IA, paragonandoli a quelli sul cambiamento climatico (questo un’invenzione di “Greta”, ovviamente), Trump attaccava chi collega i pericoli dell’intelligenza artificiale a quelli riguardanti la presenza dei data center nei quartieri, accusando i critici di lavorare per interessi «ostili» agli Stati Uniti. È lo stesso copione che sentiamo anche dalle nostre parti, pur con qualche enfasi in meno e molta generalizzata distrazione in più, quando cittadini e comitati chiedono conto di un capannone da centinaia di megawatt piovuto accanto a terreni o a quartieri residenziali. Viene detto, ci viene detto, che non capiamo il “progresso” o che siamo vittime della sindrome nimby (cioè: ovunque, ma non nel cortile di casa mia). Non sono battute, ma si tratta di un copione internazionale imposto da una narrazione con un impianto ideologico preciso, che vede lo sviluppo senza regole della “tecnologia” come un destino ineluttabile, e, al contempo, inevitabilmente, la democrazia, e i processi democratici nelle istituzioni, come un ostacolo da rimuovere o ignorare.
Ciò che sta accadendo per esempio nei territori lombardi e in particolare in quelli dell’area metropolitana milanese, proprio in materia di proliferazione dei data center, non incarna solo vicende locali o capitoli minori legati al verbo imperante sull’estensione dei confini del raggio d’azione dell’intelligenza artificiale. Al contrario, è il punto in cui quella narrazione tocca la terra e, letteralmente, la pervade. Consumo di suolo agricolo, prelievi di acqua per il raffreddamento, fabbisogno elettrico che si misura nemmeno più in megawatt ma in gigawatt, svalutazione degli immobili, salute pubblica, appropriazione non programmata di aree confiscate alla dimensione pubblica: questo è il menu di una trasformazione poderosa. Una trasformazione che va assolutamente governata.
Del resto, basta guardare alla realtà, a quel che accade. Secondo i dati forniti mesi fa dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, dunque dati parzialissimi e oggi superati dagli eventi, nell’area milanese sarebbero già stati accesi 414 megawatt, e le richieste di connessione presentate a Terna dalla sola Lombardia ammontavano a quasi 45 gigawatt. Si trattava di una cifra abnorme, da leggere oramai al ribasso, che segnala l’entità della bolla di investimenti in corso.
Ancor più nello specifico, Equinix in questi mesi ha annunciato sette impianti tra Settimo Milanese e Cusago per un investimento di 4 miliardi entro il 2033, mentre K2 Strategic Infrastructure Italy ha presentato un campus hyperscale da circa 400 megawatt collocato tra Zibido San Giacomo e Lacchiarella, inizialmente dichiarato «di preminente interesse strategico nazionale» dal governo, insieme ad altri sei progetti, per oltre 25 miliardi complessivi. Il ministro Adolfo Urso ha parlato di un’Italia tornata «destinazione credibile e attrattiva» per i grandi player tecnologici. Ma attrattiva per chi? O meglio, a quale prezzo? E in che condizioni di confronto democratico?
Non solo. Nell’area metropolitana milanese risultano già operativi 33 data center. Altri 10 sono in costruzione e 23 sottoposti alla verifica urbanistica. I territori coinvolti non sono periferie astratte, bensì comuni con una storia, falde acquifere da tutelare, comunità che fino a ieri non sapevano cosa fosse un data center hyperscale e che oggi sono costrette ad affrontare valutazioni di impatto ambientale, consumi idrici equivalenti a mezze città, elettrodotti che cambiano il paesaggio in modo irreversibile, alla presenza, peraltro, dell’inevitabile ricatto a cui sono sottoposti magari Enti locali che non hanno a disposizione sufficienti risorse per l’organizzazione e l’erogazione dei servizi ordinari.
Regione Lombardia si è dotata, per prima in Italia, di una legge specifica sugli insediamenti dei data center, che indica come prioritarie le aree industriali dismesse e pone paletti ipotetici su fonti energetiche a cui attingere e impatto dell’uso dell’acqua eventuale. Ma una legge di indirizzo, blanda e pericolosamente ambigua, come quella lombarda, non sostituisce una moratoria o una pianificazione complessiva rigorosa, come ha sottolineato a più riprese il consigliere Simone Negri. E non prevede una discussione pubblica reale su quanta di questa crescita sia soltanto rendita di posizione, offerta ai capitali globali in cerca di terreno a basso costo e di regole permissive.
In questo quadro qualcosa, comunque, si muove. In poche settimane sono nate dal basso decine di comitati spontanei, che si oppongono ai progetti nei loro territori, in alcuni casi chiedendone la soppressione, in altri volendo garanzie sull’impatto reale. A Lacchiarella, Rozzano, Siziano, Pregnana, Opera, Magenta e così via è cresciuta la mobilitazione. Questi comitati si sono coordinati nella Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center che ha previsto una manifestazione a Milano il 10 ottobre.
Il punto è chiaro. Non si chiede di fermare l’innovazione e non si è dei pericolosi luddisti. Però si pretende, o meglio: pretendiamo, che quel che accade non si traduca in modello predatorio, in cui gli abitati rischiano di diventare colonie asservite agli interessi delle Big Tech. È il tema politico più profondo. Quando l’astrazione dell’IA prende la forma concreta di un capannone che consuma l’energia di mezza città, la mobilitazione torna possibile, perché diviene visibile un conflitto reale tra interessi. È compito della sinistra, allora, riconoscere senza incertezze questa giusta protesta, e interloquire con essa, dandole pure voce nelle istituzioni.
La devastazione di una proliferazione sregolata dei data center, come affermano numerosi sindaci di grandi città del mondo, non è “solo” un fatto ambientale e territoriale. C’è infatti un’altra questione, meno visibile ma altrettanto grave, che riguarda a chi appartengono davvero i dati che questi impianti custodiscono. Da anni si evoca la “sovranità digitale europea”. I server in Europa garantiscono dati al sicuro sotto la giurisdizione dell’Unione. È un racconto che la giurisprudenza e la normativa statunitense smentiscono, purtroppo, nei fatti. Il CLOUD Act americano del 2018 obbliga qualunque fornitore sotto giurisdizione Usa (come Amazon, Google, Microsoft, Meta) a consegnare i dati alle autorità americane indipendentemente da dove si trovino fisicamente i server. La società madre resta soggetta al diritto statunitense e quindi anche la proprietà dei dati. Il Garante europeo ha segnalato già sette anni fa il conflitto tra il CLOUD Act americano e il GDPR europeo. Quella valutazione è ancora irrisolta, mentre Amazon, Microsoft e Google ora controllano circa il 70% del mercato cloud europeo.
La pubblica amministrazione italiana ed europea continua a dipendere dagli hyperscaler americani. Si consuma così un vero sfregio al quadro normativo europeo, aggirato da un impianto giuridico extraterritoriale che nessuna sentenza ha neutralizzato. Siamo davanti a una forma di colonialismo dei dati, dove “noi” cullandoci nel sogno di un progresso neutro, mettiamo territorio, energia, acqua e consenso sociale da smontare pezzo per pezzo, mentre le proprietà extraeuropee mantengono il controllo legale, tecnologico e politico degli stessi big data.
E ancora. Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha varato il GENIUS Act, cioè la prima legge federale che regola l’emissione di stablecoin (ovvero criptovalute agganciate al dollaro) da parte di privati, presentandola come «la più grande rivoluzione della tecnologia finanziaria dai tempi di Internet». Si tratta invece di una deregulation che rafforza il dollaro digitale gestito da attori privati, mentre l’Europa prova faticosamente a normare lo stesso terreno. Non è un caso che proprio in queste settimane il boom dell’IA stia riscrivendo l’industria bitcoin.
Le aziende che estraevano criptovalute, disponendo già di centri con allacci e impianti di raffreddamento, si riconvertono in data center per l’IA. Data center, criptovalute e stablecoin non sono fenomeni paralleli, ma rischiano di presentarsi come facce dello stesso modello di accumulazione, in cui infrastrutture energivore, asset finanziari privati, potenza di calcolo e perfino neomiliardari italiani amici di Trump, si intrecciano per costruire un potere che sfugge alla sovranità pubblica, monetaria, energetica, territoriale. E che minaccia tutti noi. Chi ha lavorato e lavora con società di questo arcipelago lo sa bene.
Ma non fermiamoci qui. Torniamo per un momento a Milano. Fino a poco tempo fa pareva soltanto una boutade la proposta di Matteo Salvini di costruire una centrale nucleare «nella mia Milano, nel mio quartiere, a Baggio». Per anni è stata trattata come una provocazione, una battuta alla “Salvini” per l’appunto, più che come un progetto. Ma proprio Salvini è tornato a rilanciarla, augurandosi «che Milano abbia un reattore» e proponendo il nucleare come tema delle prossime elezioni comunali. Quella provocazione va riletta correttamente, alla luce dei data center. La fame di elettricità di questi impianti è già oggi uno dei principali argomenti con cui le tecnodestre del mondo giustificano il ritorno o il ricorso al nucleare. Non un nucleare pensato per decarbonizzare i consumi esistenti, ma concepito prima di tutto per alimentare l’espansione di server farm. La boutade di “Baggio” smette così di essere folklore e diventa la sintesi di un disegno tipico dell’internazionalismo sovranista.
E tutto questo sta accadendo sotto i nostri occhi, senza un confronto vero capace di investire le istituzioni democratiche. L’installazione di data center, che consumano suolo, acqua ed energia a beneficio di multinazionali extraeuropee, si salda con l’assalto alla sovranità monetaria europea mosso dalle stablecoin e dalle criptovalute, mentre si progetta la messa in opera di reattori nucleari che soddisfino i bisogni dei server: pare un racconto distopico e invece può essere una nuova realtà. È fondamentale che la politica reagisca a questo attacco silenzioso, che sta per determinare il destino dei nostri territori e delle nazioni europee nei prossimi anni. Ciò significa soprattutto ascoltare e aiutare i cittadini, i quali, mobilitandosi, sono il segnale più sano che la democrazia esprime in un’epoca in cui tutto sembra deciso altrove. Se la tecnologia tocca le vite delle persone, la mobilitazione politica diventa indispensabile e sta a noi raccoglierla, non disperderla.
Questo non vuol dire frenare il progresso, o, peggio ancora, negare i vantaggi connessi in alcuni campi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale (pensiamo al tema medico-sanitario, giusto per fare un esempio). Significa decidere che ciò che porta la contemporaneità non sia il frutto di una sommatoria di interessi privati e parziali, ma possa essere riletto in nome di un interesse generale. Scusate se è poco.
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