Conte lancia la sfida progressista: diritti, sicurezza e pace contro la destra dei rinvii

Dai diritti alla pace, Conte sfida la destra: democrazia attiva, legge elettorale, sicurezza, rinnovabili e diplomazia al centro del campo progressista.

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ANSA

Il leader del Movimento 5 Stelle, intervistato dal direttore responsabile di Rinascita Federico Lobuono, mette in fila le priorità di un’alternativa alla destra: diritti civili e sociali da tenere insieme, legge elettorale proporzionale con preferenze, gestione seria dell’immigrazione, sicurezza per tutti, rinnovabili contro il ritorno propagandistico al nucleare e una politica estera fondata sulla diplomazia. Al centro, una parola che Conte ripete come metodo e obiettivo: democrazia.

Al Pride Croisette, Giuseppe Conte parte da una diagnosi netta: la democrazia non è una conquista eterna. In un mondo in cui avanzano regimi illiberali e pulsioni autoritarie, riconoscere la dignità di ogni persona e delle minoranze diventa la misura concreta della qualità democratica di un Paese. «La democrazia è un progetto», dice Conte, richiamando un’espressione inglese che dice essergli cara: «democracy in action». Una democrazia "in azione”, che si compie ogni giorno anche mettendosi in discussione e che non si limita a proclamare i diritti, ma li attua.

Il Pride, in questo senso, non è un’iniziativa separata dalla politica. È il luogo in cui si riafferma che la libertà di amare chi si vuole ed essere amati da chi si vuole è parte essenziale della dignità umana. «Non puoi riconoscere la dignità di una persona se non riconosci il diritto e la libertà di poter amare», afferma Conte ricordando come questo principio sia scritto nero su bianco anche nella carta dei valori del Movimento 5 Stelle. Una libertà che trova fondamento, ricorda conte, anche in Costituzione ed in particolare nell’articolo 2, nell’articolo 3 e in quella promessa democratica di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione alla vita del Paese.

Per questo Conte respinge come una forzatura la contrapposizione fra diritti civili e sociali. «Non ha mai alcun senso contrapporre i diritti della persona rispetto ai diritti sociali», spiega. Una persona può essere discriminata per il proprio orientamento sessuale e insieme essere povera, precaria, esclusa dalla formazione o dalle cure. Una democrazia che riconosce la libertà individuale ma non garantisce dignità materiale resta incompiuta. «Scindere l’area dei diritti civili dall’area dei diritti sociali è una bestialità», insiste. Il punto, secondo il leader del Movimento 5 Stelle, non è dunque chiedersi se i diritti civili facciano guadagnare o perdere voti. «Il problema è che i diritti civili vanno riconosciuti, punto. Perchè – spiega – un ordinamento è pienamente democratico solamente quando accetta di aprirsi alla ricchezza che viene dalla diversità e dal confronto». E a maggior ragione i diritti vanno affermati quando il dibattito viene spostato sul terreno della provocazione, delle frasi apparentemente banali, degli stereotipi che, se grattati, rivelano un substrato razzista o discriminatorio.

È qui che Conte colloca l’ascesa di Vannacci e del suo partito. Non come un incidente folkloristico, né come un regalo elettorale al centrosinistra, ma come un segnale di degrado del discorso pubblico. «Vannacci e questa destra che cresce sono un inquinamento del dibattito politico, del dibattito democratico», avverte. Pensare che la sua presenza possa semplicemente dividere la destra e quindi aiutare il campo progressista sarebbe, secondo Conte, una visione miope: «Non bisogna pensare che Vannacci risolva i problemi del campo progressista. Anzi, deve essere una sfida per noi».

Il nodo, però, non si scioglie con la scomunica morale. Conte rifiuta l’atteggiamento di chi risponde dall’alto di un presunto primato culturale. Le parole di Vannacci, dice, vanno contestate «non con la spocchia di chi vuole rivendicare la propria superiorità», ma entrando nel merito, smontando le sue affermazioni argomento dopo argomento. Quando, per esempio, si nega la specificità del femminicidio in nome di una falsa uguaglianza tra tutte le vittime, bisogna mostrare che dietro quella violenza di genere c’è una matrice precisa: «la logica proprietaria» di un uomo che non accetta la libertà della donna, della moglie, della fidanzata o dell’ex compagna. «Sta dicendo una bestialità e noi quelle bestialità dobbiamo essere in grado di smontarle, decostruirle», allora si che il fenomeno Vannacci potrà essere un vantaggio per il campo prograssista. Perchè offre lo spunto, che bisogna saper cogliere, per ribattere nel merito delle sue affermazioni.

Lo stesso vale per le aggressioni omotransfobiche. «Dobbiamo contrastare tutte le discriminazioni», riconosce Conte, ma questo non significa ignorare che esistono aggressioni motivate da una specifica ostilità verso l’orientamento sessuale o l’identità di genere. Se qualcuno colpisce perché ritiene il proprio orientamento “normale” e quello dell’altro “anormale”, la legge deve saper leggere quella matrice. Per questo il Movimento 5 Stelle, rivendica Conte, vuole riproporre il Ddl Zan: «Nel momento in cui vengono arrecate aggressioni e offese per questa determinata finalità, tu devi andare a colpire dando un segnale anche sul fronte repressivo» quella discriminazione. Ma, ricorda, la repressione non basta.

Serve prevenzione e la formazione di una coscienza collettiva su questi temi che non può che passare dalle scuole. Per questo giudica profondamente sbagliato il ddl Valditara che introduce la necessità di un consenso da parte dei genitori per partecipare a percorsi scolastici su questi temi. «Vedete, qui si crea un paradosso che è assurdo – spiega – perché ci troveremo in una situazione per cui le famiglie già sensibili al tema daranno il consenso, quelle in situazioni di marginalità no. E quindi proprio dove quei percorsi servirebbero di più si rischia di non arrivare».

E oltre a ripensare il tema dell’educazione sessuoaffettiva, Conte torna a ribadire la necessità di riconoscere pieni diritti per tutti, promettendo ampio spazio nel programma del campo largo. «Con le unioni civili abbiamo fatto un passo avanti, però è un compromesso: fai le unioni civili, ma non è un vero matrimonio». Da qui la necessità di andare oltre: «riconoscere il matrimonio egualitario, ma anche l’adozione e il riconoscimento dei figli anche per le coppie omogenitoriali». Una norma di civiltà bloccata, ad oggi, solo dall’ideologia. «Per un bambino che si trova da solo in un istituto, sarà meglio essere accolto da una famiglia? Ovviamente servono le necessarie verifiche e tutto, ma perché non dobbiamo garantire anche a quel bambino un futuro migliore con una famiglia?».

Sulla legge elettorale, invece, Conte rivendica la linea storica del Movimento 5 Stelle: «La nostra idea sarebbe per un proporzionale, con preferenze, con soglie di sbarramento». La preferenza restituisce agli elettori una scelta diretta rendendo più forte il legame tra eletti e territori; le soglie eviterebbero, invece, una frammentazione eccessiva e spingono le forze politiche a costruire aggregazioni riconoscibili. Ma il cuore del suo attacco è politico prima ancora che tecnico.

Per Conte, portare ora in Parlamento una riforma delle regole del voto è il segno di una maggioranza debole. Mentre il Paese fa i conti con salari bassi, povertà assoluta, famiglie che rinunciano alle cure e un disagio sociale sempre più largo, la destra sceglie di occuparsi del sistema con cui proverà a restare al potere. «In questo contesto quale priorità hai? Cambiare la legge elettorale, cambiare le regole del gioco?», domanda Conte. È, secondo lui, «sinonimo di fortissima debolezza».

Per questo le opposizioni hanno provato a costruire un fronte comune in commissione, con emendamenti condivisi e ostruzionismo parlamentare. L’obiettivo è fermare la riforma. Ma se la maggioranza dovesse andare avanti, Conte indica almeno due punti da correggere. Il primo riguarda il voto dei fuorisede: «Questa è un’infamia», dice, perché escludere chi studia o lavora lontano da casa significa restringere di fatto la partecipazione. Il secondo è il premio di maggioranza, con un listone nazionale di candidati scelti dai vertici dei partiti della coalizione. Non una semplificazione, ma una concentrazione di potere nelle segreterie: «Non c’è collegamento con i territori», osserva Conte. E così si allontana ancora di più quel legame di rappresentanza che dovrebbe tenere insieme istituzioni e comunità locali ed essere il fondamento del nostro sistema democratico.

Sempre sul fronte interno, l’ex premier sottolinea come sia un errore lasciate temi cruciali come immigrazione e sicurezza alla destra. «Non sono questioni su cui il campo progressista può ritirarsi», dice. I flussi migratori vanno gestiti, in modo serio e ordinato, non agitati in campagna elettorale. La prima risposta sono corridoi umanitari più ampi, vie regolari d’ingresso e una responsabilità europea. Conte rivendica di aver posto a Bruxelles il principio secondo cui «gli sbarchi in Italia sono anche dell’Europa». Così, con una non troppo velata frecciata a Matteo Salvini, ricorda che quando era al governo «nonostante qualcuno strillasse "porti chiusi” per finalità elettorali, i nostri porti sono rimasti sempre aperti e io ho sempre trovato sponde in Europa per la redistribuzione».

La destra, aggiunge, ha costruito per anni il racconto dell’invasione, salvo poi ammettere con i decreti flussi che il Paese ha bisogno di manodopera straniera. Per il Movimento 5 Stelle la risposta è lo ius scholae: non un automatismo legato alla nascita, ma un percorso di istruzione e integrazione nei valori costituzionali. «Per me rimane la scelta migliore perché si collega a un percorso di istruzione e formazione», spiega Conte. Sulla sicurezza rifiuta la divisione identitaria: «Il problema della sicurezza non può essere un problema di destra o sinistra». Non è di destra né di sinistra poter uscire di casa senza paura. È un bisogno di tutti, in particolare delle donne. Se il campo progressista non se ne fa carico, lascia spazio alla propaganda.

Sull’energia Conte tiene insieme guerra, bollette e transizione. Il gas russo, dice, non va comprato finché non sarà firmato un trattato di pace, ma proprio per questo serve accelerare la svolta negoziale in Ucraina. «Io condanno senza se e senza ma l’aggressione russa all’Ucraina – premette – ma bisogna fare uno sforzo diplomatico comune. Non sto dicendo che bisogna arrendersi alla Russia, anzi. Ma serve una svolta negoiziale seria, senza preconcetti». Perchè, aggiunge, continuare a rinviare la diplomazia significa restare dentro una crisi che pesa anche sulle famiglie e sulle imprese italiane.

La soluzione, però, non è il ritorno nostalgico al nucleare. Conte lo definisce «fuffa»: «l problema fondale è presto detto noi siamo ancora alla alla fusione, non ci siamo ancora arrivati, siamo ancora alla fissione. Quindi un nucleare pultio ancora non c’è». Ma soprattutto, ricorda l’ex premier, «sono trent’anni che l’Italia non trova una soluzione per smaltire le scorie e continua a portarle all’estero con un costo di 500 milioni ogni anno». Mancano, insomma, le condizioni perché possa realizzarsi davvero un ritorno al nucleare sicuro e conveniente. Da qui la proposta: investire subito sulle rinnovabili, sbloccare gli impianti e, in prospettiva, finanziare la ricerca sulla fusione e sulle tecnologie davvero nuove. Per Conte presentare come futuro ciò che arriva tardi e costa troppo significa perdere tempo.

La sua critica all’Europa è più ampia. Un’Unione capace di trovare risorse sulle armi, ma molto meno capace di imporre una linea diplomatica, industriale ed energetica autonoma, rischia di essere subalterna. La sicurezza vera, nel lessico di Conte, non coincide con la sola deterrenza militare: ha bisogno di negoziato, cooperazione, riduzione delle dipendenze e difesa del diritto internazionale. Non a caso Conte richiama Papa Leone XIV come una delle poche figure capaci di disegnare un orizzonte di pace in un mondo segnato da conflitti crescenti. «Riesce, in un contesto in cui aumentano i conflitti, a disegnare orizzonti di pace», osserva. La politica dovrebbe riprendere quel filo: non rinunciare alla sicurezza, ma smettere di confonderla con la moltiplicazione infinita delle spese militari.

La politica estera, però, passa anche dal potere delle piattaforme digitali e dall’intelligenza artificiale. Conte descrive tre modelli: quello statunitense, dominato dalla deregulation e dall’intreccio fra amministrazione e big tech; quello cinese, in cui lo Stato controlla l’ecosistema digitale; e quello europeo, che dovrebbe fondarsi su un «costituzionalismo digitale». Ma l’Europa arriva tardi e debole: le grandi compagnie sono così potenti da considerare le sanzioni un costo sostenibile. Per questo i governi da soli non bastano. Serve coinvolgere opinione pubblica, consumatori, associazioni e comunità. Anche questa è politica estera: difendere la sovranità democratica in un mondo in cui potere, dati, guerre e pace non conoscono più confini nazionali.

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