Conte e la primavera di una politica europea responsabile e riformista

Dal memoir al programma, Una nuova primavera rilancia un progressismo istituzionale che lega protezione sociale, Europa, diplomazia e riforma dello Stato civile

Conte.jpg

ANSA

Più che essere un memoir tradizionale o un semplice manifesto programmatico, Una nuova primavera di Giuseppe Conte offre un ordine retrospettivo a una traiettoria politica anomala, quella di un leader nato fuori dai partiti, divenuto Presidente del Consiglio quasi per accidente storico, e man mano consolidatosi in figura stabile del sistema politico italiano.

Rileggendo oggi il percorso di Conte, colpisce la continuità del suo stile politico profondo, al di là dei cambiamenti della scena pubblica italiana. Fin dall’inizio dei suoi anni di governo egli si è distinto certo non per il carisma tradizionale del leader populista, aggressivo e polarizzante, ma per una forma diversa di legittimazione, data da capacità di mediazione, controllo del linguaggio, ricerca di equilibrio istituzionale. In uno scenario politico dominato per anni dalla personalizzazione esasperata, Conte è parso introdurre il profilo quasi paradossale di un leader della moderazione nell’epoca del populismo, una figura in grado di rielaborare dentro una grammatica istituzionale e parlamentare alcuni elementi dell’antipolitica originaria.

Peraltro, Conte non è stato solo un premier di transizione tra due stagioni politiche. I suoi governi hanno avuto alcune linee riconoscibili di sostanza politica: il rafforzamento della dimensione europea dell’azione italiana, la centralità della protezione sociale nelle crisi, e una costante attenzione alla tenuta istituzionale nei momenti di massima pressione sistemica.

La stagione del Recovery Fund rimane forse il punto più rilevante. Essa segnò un passaggio di ruolo dell’Italia nello spazio europeo, che la rese non più solo paese beneficiario di vincoli e compatibilità, ma soggetto capace di incidere sulle architetture comuni. In quella fase, la leadership di Conte mostrò una combinazione unica, nella storia recente italiana, di pragmatismo negoziale e consapevolezza della posta politica europea.

È su questo sfondo che va letto il suo libro; anche le posizioni più recenti sui principali conflitti internazionali si inseriscono in una linea direttamente collegata alla cultura politica espressa durante gli anni di governo, ovvero l’idea che la politica debba essere governata da una logica di contenimento dell’escalation e di centralità della mediazione diplomatica.

Egli tende a rappresentare la propria esperienza come un progressivo rafforzamento di una politica della protezione sociale, della giustizia e della responsabilità pubblica, risultando alla fine quale interprete di una domanda di stabilità democratica in un tempo di disordine permanente. Ciò che continua ad affiorare sotto la superficie del racconto è una certa idea della politica come responsabilità, misura, persino disciplina etica del potere.

Tornare oggi a riflettere sul “carattere” della sua politica significa quindi interrogarsi non solo su un leader, ma sul vuoto di forma che attraversa la democrazia contemporanea, vale a dire la crisi delle appartenenze, l’indebolimento dei partiti storici, la ricerca di nuove figure di mediazione tra società e istituzioni, di leadership capaci di tenere insieme gestione istituzionale della crisi, visione europea e centralità della protezione sociale, senza ricadere né nel tecnicismo né nel populismo tradizionale.

In questo senso, la vicenda di Conte incarna una domanda ancora irrisolta della politica italiana. Una nuova primavera non chiude questa domanda. La rilancia.

Già partendo dal fondo, l’elenco dei ‘Testi citati’ - se lo si vuol considerare non tanto un semplice corredo erudito quanto un corpus, eterogeneo ma non casuale, che configura un campo ideologico composito - fa emergere chiaramente alcuni nuclei strutturali. Un primo insieme è riconducibile alla teoria democratica classica e contemporanea, un secondo è dominato dalla critica delle trasformazioni economiche contemporanee, un terzo è di natura filosofico-letteraria.

La bibliografia è attraversata dalla chiara coscienza e denuncia a) della crisi della democrazia rappresentativa, che si trova sotto pressione sistemica, erosa dalla sfiducia, b) dell’asimmetria del potere insita nel capitalismo politico che provoca perdita della dignità del lavoro, alienazione sociale, impoverimento simbolico e materiale del progresso, c) del populismo come linguaggio della frattura sociale, come effetto strutturale della crisi della rappresentanza, d) della centralità dello Stato che cambia funzione da regolatore a promotore, da autorità sovrana ad attore etico-economico-strategico, e) del fatto che universalismo dei diritti, crisi del multilateralismo e realismo geopolitico indicano la necessità di una nuova governance dell’ordine globale, una sorta di “geopolitica della responsabilità”.

Uno sguardo di sintesi conduce a una collocazione ideologica complessiva non tradizionale - né liberalismo classico né socialismo storico né populismo puro - e a una visione del mondo né rivoluzionaria né conservatrice. Il canone intellettuale implicito si direbbe semmai “gestionale-normativo”, orientato a governare le contraddizioni della modernità sulla base di un’istanza di correzione morale e regolativa, quasi un paradigma di neo-statualismo etico, vicino alla tradizione social-liberale europea. Questa configurazione non implica una rottura rivoluzionaria dell’ordine esistente, una ‘nuova fondazione’ del sistema politico, ma piuttosto una sua amministrazione critica permanente. Volendo forzare una definizione, diremmo che emerge una forma di progressismo post-ideologico a forte base giuridico-morale, con sensibilità critica anti-neoliberale e impostazione istituzionalista.

Il capitolo conclusivo, «Un programma per l’Italia e per l’Europa», presenta a sua volta alcuni filoni storici concreti e riconoscibili. Il pilastro, senza il quale il testo non esisterebbe, è quello della tradizione socialdemocratica europea del secondo dopoguerra, che si collega direttamente al modello del cosiddetto Welfare State.

C’è poi un secondo strato, meno economico e più politico, che comprende l’idea che la democrazia non sia solo voto, ma limitazione del potere concentrato; la lotta alle élite economiche e finanziarie; la difesa della pari dignità sociale; dove il focus è la “non-dominazione” - evitare che poteri privati diventino politicamente sovrani. In termini teorici, si tratta di repubblicanesimo costituzionale e antioligarchico.

Un altro elemento centrale è definibile come keynesismo industriale e neo-statualismo economico, con la variante contemporanea della transizione ecologica come motore di crescita, in una visione sistemica. Consiste in un ecologismo produttivo, non anti-sviluppo, in cui l’energia è vista come infrastruttura geopolitica, l’ecologia come economia, la sostenibilità come forma di giustizia sociale. Il blocco su Big Tech, AI e «costituzionalismo digitale» è poi un indirizzo molto specifico e tra i più avanzati culturalmente. A partire dai dati come nuova infrastruttura di dominio, dagli algoritmi come potere politico, deriva la necessità di diritti digitali, trasparenza e controllo pubblico delle piattaforme.

La parte finale sull’Europa e sull’ordine internazionale appartiene a un ulteriore filone, quello della consapevolezza del conflitto geopolitico, della riforma del multilateralismo, del superamento del nazionalismo classico, del diritto internazionale come architrave. Si potrebbe pertanto definire la radice di questo capitolo una “socialdemocrazia del XXI secolo”, espansa nelle dimensioni digitale, ecologica, geopolitica, partecipativa. Una sintesi post-neoliberale europea di democrazia sociale, costituzionalismo e governance globale, adattata all’era digitale e alla competizione geopolitica.

Nell’articolo ospitato qui recentemente, Conte interpreta la crisi internazionale come crisi simultanea del multilateralismo, del diritto internazionale e dell’egemonia occidentale. Il mondo post-1989 è terminato, e l’Occidente - spazio ormai “plutocratico e tecnocratico” - non è più in grado di presentarsi come garante universale di regole e valori. La sua lettura è al contempo molto lucida nella diagnosi del tramonto dell’ordine liberale e molto fiduciosa nella possibilità di correggere quel tramonto attraverso strumenti politico-morali. Egli continua a credere che il diritto internazionale possa tornare a essere principio ordinatore effettivo, che la diplomazia possa prevalere sulla logica della deterrenza e che, se l’Europa recupera una funzione storica autonoma, il nuovo equilibrio di potenza possa essere orientato culturalmente e istituzionalmente. La sua critica non è soltanto strategica, è etico-civile.

È una visione che ricorda, in parte, il vecchio europeismo “post-sovrano”, quando una parte decisiva della cultura politica europea giunse alla conclusione che la sovranità assoluta fosse il problema, non la soluzione. L’Europa comunitaria si pensava come una potenza normativa capace di influenzare il mondo attraverso regole, commercio, diritto, welfare, diplomazia, standard democratici. È l’Europa di Spinelli, De Gasperi, Schuman, e anche della Ostpolitik di Willy Brandt.

Conte appartiene chiaramente a questa tradizione, ma parla da una fase storica in cui quel paradigma appare in crisi irreversibile. La struttura materiale del sistema internazionale è cambiata: la Cina è una potenza sistemica; la competizione tecnologica è diventata strategica; l’energia è tornata geopolitica; la guerra convenzionale è tornata in Europa; gli Stati Uniti stessi non credono più davvero alla globalizzazione liberal-universalista che avevano promosso. Non è cambiata solo la volontà politica, è cambiato il tipo di mondo, e per questo la semplice difesa del diritto internazionale rischia di essere insufficiente. Occorre evitare che il nuovo ordine nasca soltanto dalla forza, e immaginare un ordine internazionale che riconosca la pluralità delle civiltà e dei sistemi politici, e impedisca che tale pluralità degeneri in guerra permanente.

L’insistenza di Conte sullo “spirito di Helsinki” va letta così. Non come nostalgia, ma come ricerca di un metodo: riconoscere il conflitto senza assolutizzarlo; costruire sicurezza reciproca invece di sicurezza unilaterale; creare spazi di negoziazione anche fra sistemi politici antagonisti. Nessun ordine politico regge soltanto sulla tecnica o sull’equilibrio strategico; serve anche una cultura della limitazione reciproca. Helsinki funzionò proprio perché non presupponeva fiducia reciproca piena, ma costruì procedure, linguaggi comuni, meccanismi di convivenza dentro la rivalità. È forse qui che il pensiero di Conte rivela il suo lato più ‘europeo’ in senso profondo: la convinzione che la politica debba impedire che il conflitto diventi destino e l’intuizione che la sovranità del XXI secolo non coincida più soltanto con la forza militare, ma con la capacità di organizzare interdipendenze e creare “cuscinetti istituzionali” fra le grandi potenze. In questo quadro si comprende anche il ruolo che Conte sembra attribuire alla leadership politica nel nuovo ordine multipolare. Ad esempio la capacità di spostare il perimetro del dibattito, rendere politicamente dicibile ciò che oggi è discriminato, costruire lessici comuni e coalizioni tematiche - perché in politica internazionale il linguaggio non è decorativo, è infrastruttura cognitiva. Una leadership di questo tipo potrebbe spingere l’Europa a pensarsi non solo come blocco geopolitico ma come attore normativo autonomo; potrebbe svolgere una funzione di “ponte politico”, proponendo compromessi non ideologici ma procedurali, e garantendo spazi di negoziazione anche fra attori che non comunicano più direttamente.

Il «programma per l’Italia e per l’Europa» offre così un esempio di grande narrazione riformista contemporanea; esso appare più un tentativo di costruire una grammatica politica per un mondo in trasformazione, un progetto di razionalizzazione democratica del capitalismo avanzato attraverso istituzioni forti, partecipazione ampliata e poderoso intervento pubblico, che propriamente un programma tecnico-esecutivo. Tale programma potrebbe diventare una traiettoria storica concreta al realizzarsi di almeno due condizioni molto esigenti: che l’Europa compia il passaggio storico preciso di diventare soggetto politico pieno, e che si crei convergenza tra crisi sistemiche e leadership capaci di trasformarle in integrazione.

Infatti, poiché spesso in Europa i veri salti avvengono non per volontà lineare ma per shock, è sensato anche chiedersi quale profilo di leadership politica sarebbe necessario per trasformare uno di questi shock in integrazione invece che in crisi distruttiva.

L’Europa è un sistema multilivello. Serve chi sappia trasformare interessi nazionali in compromessi europei imperfetti senza perdere la direzione; chi abbia l’abilità di usare la crisi senza esserne travolto, sapendo riconoscere il momento, e costruire coalizioni fra Stati, istituzioni, attori economici; far percepire integrità, coerenza personale, attitudine ad assumersi responsabilità impopolari, tenendo insieme la fonte di legittimazione democratica (la capacità di parlare ai cittadini traducendo politiche complesse in narrazioni comprensibili), e quella sistemica (la credibilità presso i mercati, le istituzioni, i partner internazionali).

È esattamente ciò che è avvenuto con NextGenerationEU, un programma di investimenti politicamente negoziabile, istituzionalmente fattibile, finanziariamente sostenibile, riscontrabile nei risultati e dotato di legittimazione democratica.

E torniamo all’inizio. Nel suo tentativo di leggere una fase storica di evidente transizione di sistema, Conte disegna il profilo di una cultura politica di ‘razionalismo istituzionale della crisi’ mai disgiunto da un ‘umanesimo politico della crisi’, dove universalismo morale e realismo politico sono in costante tensione. Il suo programma è di fatto un testo di teoria politica normativa ad alta densità valoriale, che delinea un orizzonte di senso entro cui collocare il dibattito sulle trasformazioni delle democrazie contemporanee, offrendo una visione di lungo periodo per una riforma sistemica dello Stato e dell’ordine internazionale.

La sfida progressista di un progetto che non va ‘contro’ l’attuale sistema, ma si propone di trasformarlo dall’interno, senza romperlo, ha davanti un cammino lungo e stretto, per poter esprimere una vera capacità di azione storica. Una nuova primavera indica, anche metaforicamente, una dimensione di equilibrio, rinascita e speranza, quanto mai necessaria.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati