Conte apre il confronto con i musulmani italiani: così torna la politica
L’intervento di Conte rompe la logica del sospetto. Ora servono diritto di culto, politiche di integrazione concrete e una rappresentanza reale per tre milioni di cittadini.

ANSA
Comincio da Venezia, perché è lì che parte anche il presidente Conte. Ventimila musulmani, un terreno comprato, un progetto concordato con la giunta precedente e, oggi, un sindaco che si nasconde dietro la parola “integrazione” senza mai dire che cosa intenda davvero. Una storia già vista molte e molte volte.
Quando un’amministrazione ti dice «prima integratevi» senza spiegarti mai che cosa significhi in pratica e senza avere realmente il diritto — come ha recentemente detto Cacciari sulle pagine del Corriere — di definire che cosa sia l’integrazione, non ti sta chiedendo nulla: sta solo prendendo tempo e facendo propaganda.
L’intervento di Conte merita rispetto per varie ragioni, e non è cosa da poco poterlo dire di un intervento politico su questi argomenti. Contestare l’assunto di Galli della Loggia — l’idea che l’islam non conosca laicità — chiamando in causa Olivier Roy e tredici secoli di storia islamica non è una strada comoda né scontata per i canoni dell’odierna politica italiana.
Lo spessore dell’uomo politico è indicato da un’altra merce sempre più rara: la coscienza storica. Conte non giudica il presente da solo: lo fa attraversare dalla storia. Ricorda che al-Qaeda non esisteva in Iraq prima del 2003 e che lo Stato islamico (Isis) non era presente in Siria prima del 2011. Risale alle cause, non per assolvere nessuno, ma per capire.
È quello che dovrebbe fare un vero statista. In politica estera lo stesso approccio lo porta a leggere lo sfruttamento delle risorse dei Paesi d’origine attraverso le società offshore come parte dello stesso disegno — un’idea di sovranità vera, quella che si misura nel non essere subalterni, non quella urlata nei comizi.
I grandi leader hanno coscienza storica: sanno che la storia relativizza quello che il presente considera assoluto e sanno anche che è compito della spiritualità, non della propaganda, ricordarci che cosa resta davvero assoluto in mezzo a tutto quel relativizzarsi — la dignità di una persona, la sua libertà di coscienza. La classe politica italiana, con poche eccezioni, questa coscienza l’ha persa quasi del tutto: tratta ogni fenomeno come se nascesse oggi, senza radici, senza cause. Ed è proprio questa amnesia a rendere possibile la propaganda che Conte, giustamente, condanna.
C’è anche una ragione più semplice per cui questo pezzo mi ha colpito: non parte dal sospetto. Noi musulmani italiani siamo abituati a essere trattati come un caso a parte. Ogni discorso su di noi comincia quasi sempre chiedendo qualcosa in più — una condanna preventiva, una prova di lealtà, un supplemento di sospetto che nessun’altra comunità deve fornire. È lo stesso meccanismo del «prima integratevi» di Venezia.
Conte, no. Tratta l’islam come una componente della società italiana tra le altre, non come un’anomalia da giustificare ogni volta da capo. Sembra poco, ma è la differenza tra partire dalla parità e partire dal sospetto. È per questo che considero il suo pezzo un vero punto di partenza.
Su un punto, però, vorrei aggiungere qualcosa, perché la preoccupazione dei ceti popolari di cui parla Conte non nasce quasi mai dal contatto con culture diverse in sé. Nasce, molto più banalmente, dall’assenza di politiche serie sulla gestione dei flussi e sulla sicurezza urbana, che si somma a politiche economiche che impoveriscono le stesse classi popolari, italiane e straniere insieme.
È quel mix a essere pericoloso, non la diversità. E diventa ancora peggio quando una certa politica, per coprire i propri fallimenti sul lavoro, sulla sanità e sui salari, sceglie di soffiare su una guerra tra poveri, mettendo il vicino straniero contro il vicino italiano invece di rispondere delle proprie responsabilità.
La matrice cristiana è il principale elemento identitario di questo Paese e va rispettata, non archiviata come un pezzo da museo. Seguendo il dibattito pubblico sull’islam e sui musulmani italiani, vi trovo sempre lo stesso riflesso: cristianesimo e islam come due mondi che si guardano da lontano, quasi incompatibili.
Nella mia esperienza è quasi il contrario. Il senso del sacro, la famiglia, il pudore, l’idea che ci sia una legge morale prima ancora di quella scritta nei codici: sono terreni che condividiamo più di quanto si dica. Spesso — lo scrivo senza voler fare polemica con nessuno — sono terreni che i musulmani italiani custodiscono con più cura di tanti italiani che quella stessa tradizione l’hanno ricevuta in eredità e poi lasciata cadere. È esattamente il tipo di scorciatoia che Conte, nel suo pezzo, prova a smontare su altri fronti. Vale la pena smontarla anche su questo.
C’è poi un dato che l’Istituto nazionale di statistica (Istat) certifica da anni e che il dibattito pubblico continua a rimuovere: l’Italia ha un problema demografico enorme. La forza di una nazione, alla fine, non sta nell’economia astratta, ma nella vitalità delle persone che la abitano. In questo momento storico l’Italia ha bisogno di tutti i suoi cittadini, compresi quelli musulmani, che danno e daranno un contributo vero alla crescita del Paese.
Per questo, l’ho scritto altre volte e lo ripeto qui: chi mina la coesione sociale parlando di espulsioni di massa, di remigrazione e di rimpatri su base etnica non fa il patriota: fa il sabotatore. Indebolisce un Paese che ha già troppo pochi cervelli e troppo poche culle per potersi permettere di scacciare chi lavora, paga le tasse e mette al mondo figli italiani.
Va anche detto, perché si dimentica spesso, che la presenza islamica in Italia non comincia oggi e non è un blocco muto in attesa di istruzioni. C’è una storia — non sempre raccontata dai giornali, ma reale — di dialogo con la Chiesa cattolica e con i concittadini cattolici, fatta di incontri, iniziative comuni e prese di posizione condivise.
C’è una storia, altrettanto documentata, di condanne pubbliche e di difesa della Costituzione da parte delle organizzazioni islamiche italiane contro pratiche che vengono attribuite all’islam come religione, quando in realtà sono retaggi culturali di Paesi specifici — spesso condannate dagli stessi musulmani italiani prima ancora che dal dibattito pubblico. Non è un dettaglio marginale: significa che l’interlocutore che manca alla politica italiana ha, in realtà, già una voce e un passato.
Su un punto voglio essere chiaro fino in fondo, perché è lì che si gioca la buona fede di tutto questo discorso. I musulmani, come chiunque altro, hanno il dovere di rispettare la legge. Nessuna ambiguità su questo. Ma la stessa Costituzione che ci impone quel dovere non si limita a chiedere: tutela anche la libertà di opinione e le convinzioni religiose legittime, dentro quella libertà di coscienza garantita dagli articoli 19 e 21.
Vale allo stesso modo per un cattolico e per un musulmano. Non è un favore che si concede a una minoranza, ma un principio che protegge chiunque — e resta credibile solo se lo si applica allo stesso modo, senza guardare la fede di chi lo invoca.
Restiamo con i numeri, perché aiutano più di ogni discorso: i musulmani in Italia sono circa tre milioni e più di un milione di loro ha la cittadinanza italiana. Una comunità di queste dimensioni non ha bisogno di tolleranza: ha bisogno di rappresentanza vera — nelle amministrazioni locali, nei media, nei partiti.
Quella rappresentanza comincia già a farsi sentire nelle urne: al referendum di marzo sulla giustizia il No ha vinto con quasi due milioni di voti di scarto, con una mobilitazione capillare passata anche dalle moschee e dalle reti comunitarie. Chi lo capisce per primo, a sinistra, avrà un vantaggio che nessun altro partito di opposizione ha ancora incassato.
E infine un numero che, da solo, dice quasi tutto quello che ho scritto finora: in Italia esistono circa 1.200 luoghi di preghiera islamici e la maggior parte resta relegata nell’informalità per l’assenza di una legge quadro sui luoghi di culto e per il moltiplicarsi di veti locali, dietro i quali ogni amministrazione, di qualsiasi colore, preferisce nascondersi piuttosto che decidere.
Si tratta di un problema amministrativo che diventa sociale, dura da decenni e che nessuno ha avuto il coraggio politico di affrontare fino in fondo. Ci vuole proprio questo: coraggio e lungimiranza, la capacità di trattare una questione reale — dove pregano tre milioni di persone, in quali condizioni, con quali regole — come un pezzo di coesione sociale nazionale, non come un tema da rinviare a ogni elezione.
Conte scrive che «l’integrazione non è un favore che si concede». È forse la frase più importante di tutto il suo articolo e su quella si può davvero costruire qualcosa. Ma un dovere reciproco va onorato fino in fondo, non a metà.
Alle istituzioni tocca smettere di usare il diritto di culto come merce elettorale, smettere di girarsi dall’altra parte quando esponenti di primo piano della maggioranza di governo diffondono odio a piene mani e affrontare finalmente il nodo dei 1.200 luoghi di preghiera, invece di rimandarlo di legislatura in legislatura.
A noi tocca uscire dall’invisibilità e assumerci la responsabilità pubblica di parlare con voce nostra — cosa che, in parte, i musulmani italiani hanno già iniziato a fare da soli, nelle urne e nel dialogo con i cattolici e con l’intera società italiana, prima ancora che qualcuno desse loro voce sui giornali.
Il pezzo di Conte non parte dal sospetto, parte dalla parità. È un punto di partenza raro. È l’inizio di un confronto che va sicuramente approfondito, perché l’Italia ne ha un enorme bisogno.
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