Confindustria, Meloni e l'alibi di Bruxelles
Davanti agli industriali la presidente del Consiglio sceglie l'attacco a Bruxelles. Ma dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi il capro espiatorio europeo non basta più.

ANSA
Ieri la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è salita sul palco di Confindustria e ha scelto la linea più comoda: mostrarsi in sintonia con gli industriali e trasformare Bruxelles nel bersaglio principale. Ha parlato di un'Europa che deve "fare meno e meglio", di burocrazia, vincoli, regole, procedure. Ha raccolto l'assist di Orsini, che aveva attaccato la "burocrazia lunare" dell'Unione, e ha rilanciato il solito messaggio: se l'Italia è ferma, la colpa è di qualcun altro.
Il punto politico è tutto qui. Meloni non era a Confindustria da commentatrice esterna, ma da presidente del Consiglio. Governa il Paese da quasi quattro anni. Eppure, davanti a una platea che chiede risposte concrete su salari bassi, energia cara e industria in difficoltà, ha scelto ancora una volta la strada del capro espiatorio. È uno schema vecchio: quando le promesse si scontrano con la realtà, si sposta il problema fuori dal perimetro dall'esecutivo. Non si dice cosa si è fatto, cosa non si è fatto, cosa si è sbagliato. Si indica un nemico più grande, più lontano, più facile da raccontare.
Ma le imprese non vivono di slogan contro Bruxelles. I lavoratori non arrivano a fine mese con la propaganda. E un Paese che cresce poco non si rimette in moto con l'ennesimo comizio contro l'Europa. Dopo quattro anni a Palazzo Chigi, Meloni non può più fare opposizione al proprio governo. O dà risposte, o ammette che il problema non è Bruxelles: è chi governa senza decidere.
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