Condizioni Critiche, ep. 1: Backrooms, quando è lo spazio a diventare il mostro

Dal mito nato sul web al successo in sala, l’horror riscopre il paesaggio come minaccia e racconta le ansie della Gen Z, found footage e nuove crisi del cinema.

Mario SestiBattaglia delle IdeeCINEMACONDIZIONI CRITICHE
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ANSA

Nota redazionale: Con “Condizioni critiche” inauguriamo una nuova rubrica dedicata al cinema e alla critica cinematografica, affidata allo sguardo appassionato e rigoroso di Mario Sesti. Lo ringraziamo per aver accettato, con impegno militante, di offrire ai nostri lettori uno spazio fatto di attenzione alle opere, alle idee e ai mutamenti dello sguardo. Sarà uno spazio di confronto, analisi e libertà, per continuare a interrogare il cinema come forma viva del presente.


Henri Bergson, in un celebre saggio sull’umorismo (Il riso. Saggio sul significato del comico, 1900), sosteneva che l’unica cosa che non possa diventare ridicolo è un paesaggio: una faccia può esserlo, un’azione (cascate, scivoloni, tic) pure, e certamente si può far ridere con le parole. Ma non è possibile farlo allestendo l’orizzonte di uno spazio. Che non può far ridere. Ma può far paura. E’ una riflessione da cui partire per capire lo straordinario successo di Backrooms, horror diretto da un ventenne, che si presta a diverse considerazioni. La prima, la più importante: è la prima volta che il web fornisce materia e idea per una innovazione del grande schermo.

Tutto nasce infatti da una fotografia on line (il magazzino disadorno e incomprensibilmente spettrale di un negozio di mobili) e dell’incredibile fortuna di migliaia di commenti che cercavano di descriverne la misteriosa inquietudine che generava. Non è certo una novità il fatto che un luogo possieda energie perturbanti. Tutta la letteratura romantica ha potuto contare sulla angosciosa e minacciosa atmosfera di rovine, cimiteri, oceani in tempesta e brughiere nebbiose. Ma è la prima volta che un luogo che ricorda o evoca qualcosa di digitale, che non esiste - le backrooms sono una sorta di vicolo cieco in cui si finisce per sbaglio, senza uscirne, in un videogame - diventa la scena fantastica di un horror ambientato nel mondo reale. Sembra quasi che quello spazio, disseminato di relitti di arredamento, moquette color del granturco e cumuli abbandonati di indumenti, dove occhieggiano presenze e voci indecifrabili, possieda una sua metafisica personalità: è lo spazio, con la sua infinita componibilità, la sua angosciosa e illimitata articolazione, il “mostro”.

Ho visto il film in una sala piena di ventenni - ero di gran lunga il più anziano - e come una volta mi disse Sam Raimi parlando di un film di Dario Argento visto a Cincinnati, a volte i popcorn saltavano per aria dalle ginocchia degli spettatori per i salti di paura. Backrooms, realizzato da un giovanissimo (Kame Parson, 21 anni) che prima ha realizzato da quella foto originaria una serie di youtube e poi è stato reclutato dalla produzione più avanguardista del momento (A24) per realizzare un film) è, insieme ad un altro horror (Obsession di Curry Barker, 26 anni), la sorpresa di questo finale di stagione che è in sé, la migliore sorpresa possibile per il cinema in sala: si tratta dei migliori complessivi incassi di una stagione da molti anni a questa parte. Non solo il cinema in sala ha ripreso i livelli di box office dalle condizioni critiche in cui il covid li aveva lasciati. Li ha considerevolmente migliorati.

Le domande cui cercare di dare una risposta a questo punto sono: qual è il peso di un genere, da sempre considerato di sfruttamento commerciale come l’horror, in questa risalita del box office - se è vero, come ha scritto il New York Times che questi due film danno corpo “alle ansie della generazione z” (Obsession è una sorta di versione splatter di una rom com - romantic comedy - una satira brillantemente sinistra sia del desiderio che della timidezza degli adolescenti impegnati in avventure sentimentali e sessuali)? E come è possibile che il genere fatto soprattutto di mondi e creature che non esistono (l’horror) si avvalga soprattutto di una tecnica radicalmente documentaria come il found footage? Per certi versi, sono proprio l’horror, e il documentario, ovvero i generi che abitano agli antipodi dell’immaginario, quelli che hanno radicalmente innovato il paesaggio del cinema in sala (la produzione di documentari a tenitura spot, di due tre giorni, prima di finire in piattaforma, sono ormai una consuetudine consolidata della produzione per il cinema in sala). Sono tutte domande che cercano di esplorare le linee di cambiamento, frattura, mutazione del cinema: le sue condizioni critiche. Sono ciò di cui si occuperà questa rubrica, riaffrontando queste, ed altre domande, come in una sorta di serial, senza mollarle o abbandonarle prima che siano davvero sviscerate.

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