Con la pace per il lavoro

ANSA
Nuove energie per un futuro di pace. È questo che il movimento No Kings lascia alla Capitale con un’onda di entusiasmo, degna di Hokusai, e una giovanissima marea che, in questo fine settimana, ha attraversato Roma per chiedere un mondo libero dalle guerre.
Venerdì sera si è tenuto un grande evento culturale, partecipatissimo. Poi, sabato, centinaia di migliaia di persone, con un corteo immenso, ci hanno fatto riscoprire la bellezza della primavera, nonostante l’inverno meteorologico e politico.
Del grande concerto alla Città dell’Altra Economia, che ha aperto la due giorni di mobilitazione, non c’è stato risalto sui media tradizionali. Venerdì era in corso lo sciopero dei giornalisti, che rivendicano giustamente salari e diritti adeguati. E l’assenza di notizie è un buon indicatore della riuscita dello sciopero.
Quel concerto, che sui social ha avuto una straordinaria diffusione, lo abbiamo vissuto come una grande agorà libera e democratica, in cui la forza della musica ha dato voce al dissenso di una generazione. Un luogo in cui le persone erano felici di stare insieme, per una causa giusta, divertendosi. Un successo che può anche aiutare a riaprire il tema dell’accesso alla cultura e agli eventi ricreativi come diritti, sottraendoli alle sole logiche del mercato.
Sabato, poi, un popolo si è messo in cammino e ci ha ricordato che è arrivato il momento di prenderci cura della nostra democrazia ferita.
Un popolo che ci ha sbattuto in faccia quanto sia ancora troppo poco quello che stiamo facendo per fermare le politiche belliciste, in Italia, in Europa e nel mondo, sostenute dalla svolta autoritaria delle destre globali. Con forza, ci ha ricordato che esiste, nelle persone, un desiderio di riscatto e di una società che metta al centro i diritti, dentro e fuori i luoghi di lavoro, l’ambiente e la pace. Da tutto questo può nascere un’economia capace di mettere al centro le persone, non le armi e i profitti.
Together. Insieme. Uno slogan che racchiude in sé la forza di una mobilitazione che finalmente assume una dimensione internazionale. Perché la guerra e la deriva autoritaria mondiale hanno bisogno di una risposta globale. Solo insieme, nel mondo, possiamo rifiutare l’assuefazione alla guerra e alla scia di morte che la politica del riarmo porta con sé.
Roma si è fatta trovare pronta e ha dato forza e sostegno alla mobilitazione più plurale e variegata che si ricordi negli ultimi venticinque anni. Ancora una volta Roma è stata città aperta. Una città in cui si può portare in piazza, pacificamente, la propria rabbia e la propria indignazione. Un esempio per molti e un monito per chi voleva ancora una volta criminalizzare il diritto costituzionale al dissenso nel nostro Paese. Una città in cui perfino la bruttezza della tangenziale si è trasformata nel palcoscenico più bello per dare voce alla forza della protesta.
Il corteo ha attraversato le mille contraddizioni della società e della Città, partito al mattino, sotto il sole, con la marcia degli invisibili, avvolti nelle coperte termiche usate come primo soccorso per chi rischia di annegare nel freddo del mare, dal simbolo della bellezza della città, il Colosseo, chiedendo uguaglianza, accesso alla cittadinanza e una vita dignitosa, per concludersi, al calar del sole, con ancora tantissime persone a ballare con entusiasmo nel piazzale del Verano, all’uscita dalla tangenziale.
Un serpentone infinito ha attraversato tanti quartieri della città, le mille Rome, dal centro alle periferie centrali, che non nascondono i loro tanti problemi, ma cercano la forza di affrontarli: dalla casa al decoro, fino alla lotta quotidiana per arrivare alla fine del mese.
Quella di ieri è stata anche la prima piazza che ha riunito il popolo della Costituzione del nostro Paese. Un popolo che, per l’ennesima volta, ha respinto il ciclico attacco alla nostra Carta costituzionale. Un popolo che sapeva bene che l’Italia, in caso di vittoria del sì, non sarebbe precipitata da un giorno all’altro in una dittatura, ma che la legge Nordio-Meloni rappresentava comunque un primo tassello di un duro attacco alla separazione dei poteri.
Sguardi felici, forse ancora più sospiri di sollievo per aver evitato il peggio, ma anche la preoccupazione che, passata l’emergenza, il popolo sovrano torni nelle case con i propri problemi e che il Parlamento non abbia imparato nulla dalla lezione ricevuta.
Milioni di persone hanno voluto ribadire che non vogliono una giustizia più incline ad assecondare, con le sue sentenze, l’operato di alcun governo, e che ieri, in massa, hanno scelto di essere in piazza a manifestare, anche con i propri corpi, una voglia di democrazia e libertà. Una domanda che la politica, e non solo, non è ancora in grado di interpretare. Anche per noi della CGIL, accanto alla gioia di esserci e di aver contribuito a costruire questo movimento, c’è la responsabilità di saper ascoltare e interpretare questa grande richiesta di partecipazione e cambiamento.
Una mobilitazione che ha dimostrato di non avere paura dei re e delle regine, ma che è profondamente preoccupata per le scelte sbagliate dei governi, che con le guerre e con il loro sguardo rivolto al passato stanno distruggendo anche l’ambiente e il mondo in cui viviamo.
Un tema sul quale il governo Meloni sta mostrando il suo volto più feroce e retrogrado, come dimostrano l’assenza di una vera politica industriale, che penalizza le lavoratrici e i lavoratori, per la transizione energetica e le scelte fuori dalla storia compiute in queste ore dal Parlamento, che, se confermate, porterebbero l’Italia fuori dal carbone soltanto nel lontano 2038.
La guerra in corso in Iran rappresenta l’emblema dell’arretratezza globale, o meglio occidentale, sul terreno della transizione energetica e rende ancora più urgenti gli appelli ad accelerare il passaggio alle energie rinnovabili. Questa guerra, in particolare, sta spingendo sempre più persone a comprendere che l’uso dei combustibili fossili è devastante, forse persino mortale, dal punto di vista ambientale e politico.
Una guerra che genera insicurezza sociale ed economica, una crisi che aumenta le disuguaglianze e l’emergenza salariale. Questo l’altro grande filo che ha tenuto insieme la mobilitazione in questi mesi.
Le donne e gli uomini, le giovani e i giovani che ieri sono scesi in piazza, erano ancora sempre lì anche per fermare il genocidio a Gaza. Hanno attraversato piazze e scioperi contro ogni guerra, per dire no al riarmo e a scelte economiche che impoveriscono le persone. Generazioni diverse, accomunate dalla paura per il proprio futuro, perché lavorare, cercare un lavoro, formarsi, non è più sinonimo di dignità e futuro, ma troppo spesso di precarietà e sfruttamento.
Già lo scorso giugno, con i referendum che come CGIL abbiamo promosso per un lavoro dignitoso, tutelato e sicuro, milioni di persone, soprattutto giovani, avevano dato un primo segnale, scegliendo di partecipare e di andare a votare. Un voto di classe, o forse ancora di più un voto di reddito, in cui le persone che vivono più direttamente la sofferenza di questa epoca scelgono di contare attraverso la partecipazione.
Un nuovo blocco sociale che, soprattutto nelle città, si contrappone politicamente a chi punta sulla rendita economica e di posizione. Un blocco sociale che non si rassegna all’idea che non si possa più fare nulla per cambiare.
Il critico letterario statunitense Fredric Jameson ci ricorda che “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Nel mondo reale, intanto, alcune e alcuni di noi stanno cercando di accelerare la fine di questa era per prevenire quella che forse non sarà la fine del mondo, ma certamente la distruzione di una parte significativa di esso.
Noi proveremo, nei luoghi di lavoro e nei territori, a fare la nostra parte, a dare voce e sostegno a queste nuove energie, a non disperdere questa possibilità di cambiamento che in questi ultimi anni di azione comune abbiamo provato a far germogliare, con la consapevolezza che senza pace non c’è lavoro, che questa lotta non sarà facile, ma che combatterla insieme può essere bellissimo.