Claudio Pallottini ricorda Proietti: «Maestro di teatro ma anche di vita»
L’attore e autore ricostruisce gli insegnamenti del maestro, il perfezionismo, il rapporto irrisolto con il cinema e le ragioni per cui non ha avuto un vero erede.

ANSA
Claudio Pallottini, attore e autore cresciuto nel Laboratorio di Proietti, restituisce in Gigi Proietti. Insegnamenti e chiacchiere sul teatro, sull’attore e su altre amenità, edito da Carocci, l’essenza di un intellettuale organico lontano dalla macchietta. Attraverso un dialogo rigoroso, l’opera svela il Proietti pedagogo, trasformando la riflessione sul mestiere scenico in un atto di resistenza culturale e di memoria politica.
1. Claudio, come mai hai sentito l’esigenza di scrivere questo libro e che cosa hai ricevuto dal pubblico?
Il libro nasce dall’esigenza di testimoniare l’alto magistero di Proietti nel campo della recitazione, delle regole del palcoscenico e, forse, anche di quelle regole di vita che accompagnano il percorso di un attore, di un regista e di chiunque abbia a che fare con lo spettacolo.
Di Proietti conosciamo la versatilità, il talento attoriale, le regie, le barzellette e le interpretazioni. Meno conosciuto è ciò che insegnava nei suoi laboratori o durante le regie. Ho voluto aggiungere un piccolo tassello alla ricostruzione anche di questo aspetto della sua figura.
2. Hai parlato dei giovani. Qual è l’insegnamento più grande che Gigi ha lasciato alle nuove generazioni?
Il nostro è un mestiere nel quale si soffre sempre, a qualsiasi livello. Sono parole sue. Diceva che soffrono tutti, dal giovane attore che comincia fino a Robert De Niro.
Si soffre per l’incomprensione, per la difficoltà di essere accolti, per la mancanza di seguito e di credibilità, anche sociale. Ancora oggi, come ai tempi di Eduardo, quello dell’attore viene percepito come un mestiere soltanto se raggiungi una certa riconoscibilità attraverso la televisione. Anzi, in quel caso viene considerato un bel mestiere. Se invece non raggiungi quel tipo di notorietà, ti chiedono: «Ma quando ti metti a lavorare?». Questa è ancora, in parte, la condizione dell’attore.
3. A me gli occhi, please ha cambiato il teatro italiano negli anni Settanta?
Sì. Lo ha fatto passando dal monologo drammatico allo sketch comico, senza affidarsi tanto alla musica, alle immagini o a qualcosa di esterno, ma soprattutto alla capacità dell’attore di passare da un clima all’altro.
Proietti è rimasto fedele per tutta la carriera a questa maniera di costruire lo spettacolo, fondata su un’alternanza sapiente. Qualcuno ha tentato di imitarla, ma con scarso successo. Lui diceva: «Voglio sorprendere continuamente il pubblico. So che, se voglio far ridere, poco prima devo inserire qualcosa che lo coinvolga emotivamente. Devo rispettare il tempo nel quale ogni emozione si deposita, prima che sia pronta a esplodere e a uscire fuori».
Spesso chi cerca di imitarlo commette l’errore di proporre un pezzo comico dopo l’altro. Ma non è così che si ottiene il massimo risultato.
4. Il cinema è stato il suo cruccio. Come mai, nonostante fosse partito alla grande, negli ultimi anni è stato valorizzato soprattutto nelle fiction e in altri ambiti?
A questa domanda si può rispondere in due modi. Il primo è che, nonostante la sua bravura, la presenza di Proietti in un film non portava automaticamente il pubblico al cinema. I produttori sapevano che inserirlo nel cast non si traduceva immediatamente in un successo al botteghino. Con Alberto Sordi, per esempio, si aveva la certezza di riempire le sale.
Nel libro Nicola Piovani risponde a una domanda simile con un’osservazione molto profonda: Proietti era un fenomeno strettamente e principalmente teatrale. Vedendolo recitare a teatro, si aveva la percezione esatta di che cosa fosse e potesse essere il teatro in tutte le sue componenti. Proietti rappresentava la massima espressività teatrale.
Quando recitava per il cinema non si aveva la stessa percezione. Proietti era forse un fenomeno più teatrale che cinematografico. Ma, per rispondere alla tua domanda, nei suoi confronti esisteva anche il pregiudizio che non fosse capace di riempire le sale.
5. Qual è la differenza tra Gigi Proietti ed Ettore Petrolini?
Bisognerebbe chiederlo a Franca Angelini, che è stata una grande storica di Petrolini. Secondo me, la differenza principale risiede nelle epoche in cui hanno vissuto.
Ai tempi di Petrolini il teatro era l’unico mezzo accessibile tanto al pubblico più preparato quanto a quello più umile. Era il grande spettacolo, rappresentava l’evasione e non esistevano vere alternative. Petrolini riuscì anche a girare una delle prime pellicole in bianco e nero e, fortunatamente, quella testimonianza è rimasta.
Quando Proietti esplode, invece, il teatro fa ancora parte delle abitudini degli spettatori, ma è già messo in crisi dall’affermazione del cinema e della televisione. Negli stessi anni, gli spettacoli di Garinei e Giovannini portavano in scena divi che erano anche grandi attori televisivi. Erano loro a realizzare il grande show e a diventare le vere star.
Ai tempi di Petrolini, un comico come lui era una celebrità internazionale che poteva permettersi il lusso di andare in tournée a Londra e Parigi.
6. Gigi Proietti ha incarnato anche la romanità?
Assolutamente sì. Parliamo, però, di anni nei quali anche il cinema parlava romano. Rodolfo Sonego, il grande sceneggiatore di Alberto Sordi, raccontava che, se volevi scrivere per il cinema, dovevi farlo in romanesco, perché la lingua del cinema era il romano.
Il romanesco era un dialetto amato. Non so quanto oggi sia ancora apprezzato al punto da volerlo ascoltare e, sotto questo aspetto, Proietti ha pagato anche una certa regionalizzazione del proprio idioma.
Nei doppiaggi cinematografici, però, Proietti parlava un italiano perfetto. Riconoscevi la sua voce dal timbro, ma non c’erano mai cadute o scivolamenti nel romanesco.
7. È stato anche un grandissimo doppiatore. Pensiamo al primo Rocky.
Nel primo Rocky la voce di Rocky Balboa è la sua. Ma Proietti ha doppiato anche Dustin Hoffman in Lenny, un film bellissimo.
In quell’occasione, anziché utilizzare il leggio e il microfono fisso, si fece costruire dal tecnico un microfono portatile da collocare davanti alla bocca. Guardando Lenny Bruce camminare sui tavoli nel film, Proietti ne riproduceva gli stessi movimenti per ottenere esattamente lo stesso respiro.
Anche in questo emergeva la sua maniacalità, la stessa che applicava all’utilizzo della voce, al canto e a tutto ciò che faceva: un’attenzione assoluta al minimo dettaglio per raggiungere la perfezione.
Forse proprio questo — ed è Proietti stesso a dirlo — lo ha in parte frenato nel cinema. Il pubblico percepiva che era molto preparato e pieno di talento, ma anche costruito e, per questo, talvolta un po’ freddo. Ciò avrebbe tenuto lontana una parte degli spettatori. Diceva: «Soltanto quando ho capito che dovevo nascondere il talento è arrivato il successo».
8. Il maresciallo Rocca è la fiction più vista nella storia della televisione italiana. Proietti viene però ricordato anche per Febbre da cavallo: lavori molto diversi.
Assolutamente sì. Fortunatamente ci fu Steno, che credette in Proietti e nella coppia Proietti-Montesano, sempre in un’epoca nella quale il cinema parlava romanesco.
Quello di Febbre da cavallo è però un mistero. Il film, e successivamente La mandrakata, ebbe un grande successo televisivo a posteriori. Quando uscì al cinema, invece, Febbre da cavallo fu visto pochissimo e andò male al botteghino. Si aspettavano un grande incasso, ma non fece una lira.
Anche questo contribuì a rafforzare, tra i produttori, la fama di Proietti come attore incapace di portare il pubblico nelle sale.
9. L’ultima domanda è un po’ provocatoria: Proietti ha avuto tanti allievi, ma nessun erede?
A questa domanda rispondo sempre nello stesso modo. Secondo me, l’erede di Proietti è Carlotta Proietti, perché ha preso molto dal padre ed è altrettanto brava. Bisognerà vedere se, con il tempo, il pubblico riuscirà a percepirla non come un clone del padre, ma come un’artista dotata della stessa capacità di comunicare. È veramente molto brava, tanto nella recitazione quanto nel canto.
Qualcuno si è arrogato il diritto di definirsi suo erede, come per esempio Enrico Brignano, ma lo è soltanto fino a un certo punto. Secondo me, questi artisti hanno preso da Proietti soltanto l’aspetto comico.
Esiste poi un’altra dimensione: quella dell’uomo di cultura. Proietti mascherava e nascondeva la propria cultura, senza esibirla mai. Questo lo ha salvato dal diventare un tribuno del popolo.
Negli spettacoli dei comici che si rifanno a lui avviene spesso il contrario: a un certo punto, per apparire intelligenti o profondi, diventano tribuni del popolo e pronunciano delle arringhe. Proietti non lo ha mai fatto.
Per questo dico che non esiste un suo erede. Esistono, naturalmente, attori bravi o bravissimi: penso a Pierfrancesco Favino, Elio Germano e molti altri.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati