Città vive o città-vetrina: la sfida dell’attrattività urbana

Investimenti, turismo e rigenerazione possono produrre sviluppo solo se tutelano il diritto all’abitare, redistribuiscono valore e rafforzano la città pubblica.

Margherita MetaApprofondimenti
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ANSA

Le città costituiscono il luogo nel quale, forse più nitidamente che altrove, si misura la qualità effettiva di un progetto politico. È nello spazio urbano, infatti, che parole spesso affidate all’astrazione del dibattito pubblico — sviluppo, innovazione, sostenibilità, inclusione — acquistano una consistenza concreta e verificabile: un’abitazione il cui costo rimanga compatibile con il reddito di chi lavora, un sistema di trasporti pubblici che colleghi i quartieri con regolarità, edilizia scolastica realmente accessibile, una rete di spazi pubblici nei quali sia possibile sostare senza che ogni gesto debba necessariamente tradursi in consumo. In mancanza di tutto questo, quelle medesime parole rischiano di ridursi a formule retoriche prive di sostanza, mentre si acuisce la distanza tra chi può scegliere liberamente dove e come vivere e chi, al contrario, viene progressivamente sospinto verso i margini fisici e sociali della città.

Le modalità attraverso le quali si tenta di generare l’attrattività urbana non possono essere esclusivamente ricondotte a strategie di promozione territoriale. Certamente, una città deve saper richiamare investimenti, imprese, ricerca, competenze e visitatori: senza risorse adeguate, come si rinnoveranno le infrastrutture, come si recupererà il patrimonio esistente, come si sosterrà l’innovazione e come si generaranno nuove occasioni di lavoro? La questione autenticamente politica si manifesta, tuttavia, proprio con la formulazione di nuovi quesiti che debbono necessariamente affiancare quelli poc’anzi enunciati: quale forma di attrattività intendiamo perseguire? A quali condizioni vogliamo accogliere gli investimenti? E, soprattutto, secondo quali criteri intendiamo distribuire i benefici economici e sociali che essi producono?

Una città può scegliere di fondare la propria capacità di richiamo sull’aumento delle strutture ricettive, sull’espansione incontrollata degli affitti brevi, sulla concentrazione dei flussi turistici nei luoghi più celebri e sull’incremento dei valori immobiliari, secondo il sin troppo consolidato modello della città-vetrina: apparentemente efficace nel breve periodo, poiché accresce le presenze turistiche, moltiplica le operazioni immobiliari e rafforza la visibilità internazionale, ma intimamente fragile e, nel lungo periodo, profondamente contraddittorio. Quando il turismo finisce per occupare lo spazio dell’abitare, quando le botteghe di prossimità vengono sostituite da attività rivolte quasi esclusivamente ai visitatori e quando l’aumento dei prezzi costringe i residenti ad allontanarsi, la città consuma progressivamente proprio ciò che l’aveva resa desiderabile: la vitalità quotidiana, la mixité sociale, la molteplicità delle funzioni e l’imprescindibile autenticità delle relazioni urbane.

Un centro storico accuratamente restaurato, ma privo di scuole, mercati, famiglie e servizi ordinari, può conservare le proprie meraviglie architettoniche e l’integrità del proprio involucro; perde, però, inesorabilmente, la sua natura più autentica, trasformandosi in una vuota scenografia da attraversare, fotografare e consumare, anziché in un luogo nel quale abitare, costruire relazioni e in cui ognuno possa immaginare il proprio futuro. Una città è davvero attrattiva quando funziona innanzitutto per chi la abita: quando offre trasporti affidabili, servizi accessibili a tutti, spazi pubblici curati, strade ombreggiate, luoghi nei quali la vita quotidiana possa ancora dispiegarsi senza essere interamente subordinata alle logiche del consumo; quando conserva la capacità di accogliere chi arriva a visitarla senza relegare chi vi risiede a una presenza marginale, quasi residuale rispetto alle esigenze dell’economia turistica e immobiliare. All’interno della cornice delineata, il turismo non deve essere respinto, limitato o demonizzato, bensì, insindacabilmente, governato, affinché possa generare occupazione, sostenere le attività culturali, alimentare l’economia locale e concorrere alla conservazione del patrimonio; non può tuttavia diventare il principio ordinatore dell’intera città, fino a determinare la destinazione degli immobili, la composizione del tessuto commerciale e l’utilizzo degli spazi pubblici: accogliere bene, del resto, non significa semplicemente registrare un numero crescente di “presenze che consumano”.

Una città che non agisca secondo tale approccio finirà inevitabilmente per diventare congestionata, sovraffollata e disseminata di attività concepite esclusivamente per il visitatore occasionale. Potrà conseguire risultati quantitativi considerevoli, ma offrirà, al tempo stesso, un’esperienza sempre più miserabile: chi la visita si troverà di fronte a trasporti sovraccarichi, strade sature, spazi pubblici insostenibilmente affollati e quartieri progressivamente privati della propria vita ordinaria. La conseguenza è evidente: la città viene consumata rapidamente, ma raramente compresa; attraversata, ma non realmente conosciuta. La risposta risiede allora nella costruzione di una rete di trasporto efficiente, nella presenza di spazi freschi, percorsi leggibili e luoghi autentici, capaci di invitare i visitatori a prolungare la permanenza, ad allontanarsi dai consueti circuiti monumentali e a entrare in relazione con l’economia e la società locali. Soltanto in questo modo il turismo può sostenere l’artigianato, la cultura, la ristorazione di qualità e le attività formative, distribuendo i benefici in maniera più ampia e meno concentrata: è infatti la qualità dell’esperienza urbana, più della semplice crescita numerica dei flussi, a generare un valore realmente duraturo.

Ogni politica urbana, d’altra parte, presenta inevitabilmente una dimensione redistributiva: ciascuna decisione relativa al suolo, agli immobili, alle infrastrutture e alle funzioni insediate determina chi beneficerà delle trasformazioni e chi, al contrario, sarà chiamato a sostenerne i costi. Non è dunque sufficiente domandarsi quanti capitali o quanti visitatori una città sia in grado di attrarre; occorre piuttosto interrogarsi sulla forma urbana che quelle risorse contribuiscono a costruire, sui soggetti ai quali vengono destinate e sugli effetti concreti che producono nella vita dei territori.

L’Italia affronta questa sfida potendo contare su un patrimonio urbano, culturale e paesaggistico di straordinaria ricchezza. È proprio questa eredità, diffusa e stratificata nel corso dei secoli, a rendere le nostre città riconoscibili e capaci di attrarre investimenti, competenze, attività economiche e turismo. Sarebbe miope negarne il valore economico o rinunciare a farne una leva di sviluppo; lo sarebbe altrettanto, tuttavia, ridurlo a un marchio da promuovere, a uno strumento di valorizzazione immobiliare o a una semplice fonte di rendita. Il patrimonio può essere concepito come un bene comune, profondamente legato alla vita delle comunità, da custodire, trasmettere e rendere accessibile. Oppure può essere trattato come una risorsa da sfruttare, separata dai contesti sociali che l’hanno prodotta e preservata nel tempo. La questione, dunque, non è impedire al patrimonio di generare ricchezza, ma stabilire attraverso quali processi tale ricchezza venga prodotta, chi ne benefici e in quale misura essa venga restituita alla collettività.

La bellezza di una città può favorire la nascita di imprese culturali e creative, alimentare la ricerca e la formazione, attrarre professionalità qualificate e promuovere forme di turismo più consapevoli. Non può, tuttavia, essere valorizzata attraverso risorse pubbliche per tradursi poi in un beneficio riservato quasi esclusivamente alla proprietà immobiliare, né è accettabile che l’aumento dei valori determini l’espulsione degli abitanti che quei luoghi hanno contribuito, nel tempo, a custodire, rendere vivi e tramandare.

È precisamente in questo passaggio che si misura la differenza tra rigenerazione e gentrificazione. Rigenerare significa migliorare gli spazi senza sostituire le persone; recuperare un mercato storico preservandone la funzione sociale e di quartiere; trasformare una fabbrica dismessa in un luogo destinato al lavoro, alla formazione, alla cultura e all’abitare accessibile; riqualificare una piazza senza consegnarla interamente alle attività commerciali e ai dehors.

La rigenerazione autentica, infatti, non si esaurisce nel restauro degli edifici, ma ricostruisce relazioni, amplia le possibilità d’uso degli spazi e rafforza la capacità delle comunità di continuare ad abitare i luoghi interessati dalla trasformazione.

Gli investimenti privati possono svolgere un ruolo decisivo, ma devono inserirsi all’interno di una strategia pubblica capace di definire con chiarezza obiettivi, condizioni e benefici per il territorio. Il privato persegue legittimamente il profitto; al pubblico spetta invece il compito di garantire che ogni trasformazione produca anche servizi, spazi collettivi, lavoro qualificato, accessibilità e qualità urbana.

È la questione abitativa a rappresentare, per le città, il banco di prova più rigoroso: una città che riesce ad attrarre studenti, lavoratori e imprese, ma non è più in grado di offrire abitazioni accessibili, finisce infatti per costruire da sé il proprio limite, creando opportunità delle quali diventa sempre più difficile beneficiare e producendo occupazione mentre costringe una parte crescente della popolazione a vivere lontano dai luoghi nei quali lavora, studia e costruisce le proprie relazioni. Occorrono, oggi più che mai, politiche capaci di rafforzare l’edilizia residenziale pubblica e, più in generale, di ampliare l’offerta abitativa accessibile, recuperando gli immobili inutilizzati, sostenendo i canoni calmierati e disciplinando gli affitti brevi. Garantire il diritto all’abitare non significa ridurre l’attrattività della città, ma conferirle stabilità e durata, perché senza abitanti permanenti i quartieri perdono progressivamente la propria complessità e si trasformano in spazi monofunzionali, ancora capaci di attrarre presenze, ma non più di generare comunità.

Lo stesso principio vale di fronte alla crisi climatica: alberi, suoli permeabili, zone d’ombra, fontane, trasporto pubblico ed edifici efficienti dal punto di vista energetico non sono elementi ornamentali, ma infrastrutture essenziali della vita urbana contemporanea, poiché una città che nei mesi estivi diventa invivibile non può dirsi realmente attrattiva, né per chi vi risiede né per chi la visita. Anche gli investimenti destinati a ridurre gli impatti del cambiamento climatico devono però essere accompagnati da adeguate politiche sociali e abitative, perché, in loro assenza, persino un quartiere più verde, più vivibile, meglio collegato e dotato di servizi può trasformarsi in un luogo dal quale gli abitanti originari vengono progressivamente espulsi. Migliorare la qualità di un comparto urbano, dunque, non è di per sé sufficiente: occorre anche garantire che chi lo abita possa continuare a farlo.

Da qui discende una responsabilità precisa del soggetto pubblico, che non può limitarsi ad autorizzare progetti concepiti altrove né considerare ogni investimento come una minaccia, ma deve programmare, orientare le risorse, stabilire condizioni chiare e restituire alla collettività una parte del valore prodotto dalle trasformazioni. Quando una nuova linea di trasporto, un parco, una scuola o la riqualificazione di uno spazio pubblico accrescono il valore degli immobili circostanti, infatti, quell’incremento non deriva soltanto dall’iniziativa privata, ma anche da decisioni, investimenti e risorse collettive. È dunque legittimo, oltre che necessario, che una parte di quel valore ritorni alla città sotto forma di abitazioni accessibili, servizi, mobilità, manutenzione e qualità ambientale.

Per questo, la città pubblica deve tornare a costituire l’ossatura della pianificazione, e non ciò che rimane dopo il dispiegarsi degli interessi privati: un obiettivo che richiede amministrazioni competenti, capaci di formulare una visione, indicare una direzione, garantire regole certe e verificare gli effetti concreti delle trasformazioni.

La scelta, in definitiva, è chiara. Possiamo costruire città-vetrina, capaci di generare rendimenti immediati ma destinate a perdere abitanti, identità, relazioni e complessità sociale. Oppure, possiamo costruire città vive, nelle quali patrimonio, innovazione e diritti non siano considerati obiettivi contrapposti, ma parti di un medesimo progetto.

Una città è realmente attrattiva non quando offre opportunità soltanto a chi investe o a chi la attraversa per pochi giorni, ma quando consente a chi vi abita di restare, di accedere ai servizi, di partecipare alle decisioni e di riconoscersi nei luoghi della propria vita quotidiana. La città-vetrina si limita a esporre la propria bellezza. La città vivibile, al contrario, è quella che non abdica alla propria responsabilità pubblica, che non sacrifica i diritti alla rendita e che riconosce nella possibilità di abitare, restare e partecipare il fondamento stesso della cittadinanza. In sostanza, la forma più alta e più durevole di attrattività: non quella che consuma il presente, ma quella che rende ancora possibile un futuro condiviso.

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