Ciriaco campus, Cenere. Un metaviaggio dimensionale

ALICE CICCARESE
Per circa ottant’anni, ovvero dalla fine della Seconda guerra mondiale, ci siamo domandati come sia stato possibile che un’intera società o, meglio, un intero continente, abbia assistito inerme all’ascesa del nazifascismo e alle conseguenti atrocità delle leggi razziali prima e del conflitto poi. Ci siamo chiesti quali dinamiche abbiano condotto fino a quell’abisso e, insieme, per quale ragione i nostri nonni non lo avessero contrastato e arginato prima che fosse troppo tardi. E ancora, dinanzi alle rovine materiali e morali lasciate da quella esperienza devastante, ci si è domandati se l’arte potesse ancora avere un senso, o persino il diritto di esistere. Emblematica, in questo senso, la provocatoria riflessione di Theodor W. Adorno che nel 1949 — in Critica della cultura e società, poi confluito in Prismi — arrivò ad affermare che «scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie».
Ci ritroviamo adesso, nella terza decade del nuovo millennio, ad assistere, ancora una volta inermi, a nuove atrocità e distruzioni. In una folle corsa al riarmo si è tornati a parlare di guerra totale, di invasioni territoriali, di distruzioni, di sterminio e di genocidio.

In questo contesto l’intervento di Ciriaco Campus alla Fondazione VOLUME! di Roma dal titolo Cenere (8 febbraio - 12 marzo 2026) appare particolarmente significativo. Non una mostra ma, come sempre avviene dal 1997 (anno in cui Francesco Nucci ha iniziato ad inviare artisti a confrontarsi con gli spazi di Via di San Francesco di Sales), un ambiente immersivo, in cui quello che conta è calarsi in un’esperienza totalizzante. Se già gli idoli in fiamme presenti nella precedente installazione di Carlo De Meo (dicembre 2025) denunciavano un disfacimento di valori, la cenere di Campus che ricopre il pavimento della (non)galleria è più di una denuncia, è la constatazione drammatica di un fatto già avvenuto o, al limite, la visualizzazione di un pericolo futuro su scala globale non più così improbabile.
Spesso mi è capitato di dire che le mostre a VOLUME! si guardano con i piedi, ovverosia che l’atto del camminare, del muoversi nello spazio, è fondamentale. Percorrere quella che è una superficie dissestata (lo spazio espositivo è privo di una pavimentazione regolare!) sollecita la superficie plantare gettando il visitatore in una dimensione altra. Negli anni, anche il piano orizzontale, la superficie di calpestio, è diventata, appunto, un’area sulla quale intervenire; basti pensare alle scarpe in bronzo di Paladino posate a terra, il pavimento in ottone di Nagasawa, le lucertole di Pizzi Cannella incastonate nel cemento o la spolveratura di caffè di Paolo Icaro.

Ciriaco Campus fa però una cosa diversa, costruisce una passerella, ci eleva verso l’alto e ci fa osservatori distaccati di questo pavimento ricoperto di cenere e carbone. La prima solcata come da strade e lunghi rettilinei mentre il secondo è disposto in modo sapiente e calibrato, così da simulare macerie o detriti. Il visitatore, in questo modo, si sente allo stesso tempo presente eppure, contemporaneamente, distante. La nostra osservazione dall’alto ci costringe a uno sguardo freddo, indagatore.
Questo sguardo asettico, oggettivo, con una visione zenitale che ricorda molto quella di un satellite, ci è ormai familiare. Per millenni l’uomo ha cercato di guardare il mondo dall’alto, scalando montagne o costruendo torri, ma mai aveva avuto il privilegio di osservarlo e indagarlo da una prospettiva dominante come oggi.

Già nel 2019 Ciriaco Campus aveva cominciato a lavorare con immagini di compound militari osservati da satelliti o droni, utilizzando fotografie presenti su siti militari che pubblicano immagini di sorveglianza del territorio nemico (scattate dalla CIA, dall’FSB o dai sistemi di sicurezza cinesi), trasformandole in modo da richiamare una veduta notturna all’infrarosso. Insieme alle fotografie di installazioni militari utilizzava anche immagini catturate attraverso Google Earth, con l’idea che la sorveglianza dall’alto mette tutto sullo stesso piano, senza distinguere obiettivi militari e civili. Queste immagini sono poi diventate arazzi per ppoi evolvere, successivamente, in una serie fatta con la sola cenere, dove sembravano comparire — come ha spiegato l’artista nel catalogo della mostra Paesaggi 51 presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna — “pianure grigie come viste da un drone, attraversate da una o due strade in diagonale, qua e là […] piccoli pezzettini di carbone a simboleggiare qualche casa isolata. Vedendoli adesso [diceva l’artista nel 2022] mi ricordano le pianure distrutte che si vedono in televisione”.
A VOLUME! Campus ha voluto però dare una dimensione installativa e immersiva a questa suggestione, nell’urgenza di denunciare l’orrore della situazione politica internazionale (impossibile non pensare ai territori devastati di Gaza, così simili al paesaggio cinereo messo in scena dall’artista, o alle analoghe distruzioni in Ucraina o Iran).

È stato già Stefano Chiodi a vedere nei quadri di Ciriaco Campus fatti con la cenere “una sorta di rilievo, di campionatura diretta degli effetti di una catastrofe che sembra aver consumato ogni sorta di vita. Come in un’istantanea registrata dall’occhio impassibile di un satellite, ciò che appare è solo un territorio deserto, ustionato e riarso […] di una Terra ormai inabitabile, deserta e sterile, forse conseguenza di una catastrofe ambientale, forse di una guerra nucleare che ha annientato il genere umano”.
Nel caso della mostra di via Sales, il buio, la luce radente, il passaggio su una passerella, ampliano l’effetto e fanno piombare lo spettatore in una dimensione altra, amplificando quella sensazione di angoscia e di miseria. La fantasia comincia a viaggiare stimolata da questi rilievi e da queste ombre. Già secoli fa, Leonardo da Vinci nel suo Trattato della pittura, ci aveva spiegato come i muri, il fuoco e la cenere siano dispositivi per l’elaborazione di immagini: “non ti sia grave il fermarti alcuna volta a vedere nelle macchie dei muri, e nella cenere del fuoco, o nuvoli, o fanghi, o altri simili luoghi, ne’ quali, se ben saranno da te considerati, tu troverai invenzioni, sì di componimenti di battaglie, d’animali e d’uomini, come di vari componimenti di paesi e di cose mostruose […] perché saranno causa di farti onore: perché nelle cose confuse l’ingegno si desta a nuove invenzioni”.

Un paesaggio non analitico quindi, ma evocativo, dove la sensazione di camminare su una terra in distruzione ci trasforma in giganti simili al celebre Colosso di Goya: il quadro del pittore spagnolo che rappresenta una titanica figura nuda, simbolo di forza distruttiva o protettiva, che incombe su una folla in fuga. I nostri passi pesanti scandiscono il tempo e risuonano nella stanza, spettatori silenti di un mondo ridotto a macerie, senza nemmeno la dignità della rovina. Se infatti quest’ultima può essere descritta come il “non più ma ancora”, la maceria è la scomparsa di qualcosa che non ha più nemmeno la fierezza di una struttura, di una forma di resistenza. La cenere è la testimonianza di qualcosa che fu e che non è più, ma, allo stesso tempo, è pur vero che, proprio dalle ceneri, si può rinascere.