Cibo, bene comune

Dal caporalato alla biodiversità, la sfida di un’alimentazione che tuteli il lavoro, renda accessibile la qualità e restituisca futuro ai territori.

Marco CiarafoniIl PuntoCIBO
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ANSA

Ci sono pochi elementi che attraversano la vita umana con la stessa forza del cibo. Mangiare non è soltanto un atto biologico ma è un gesto culturale, sociale e politico. Attorno al cibo si costruiscono identità, si tramandano tradizioni, si stringono relazioni e si definiscono modelli economici. Ogni alimento racconta la storia della terra da cui proviene, delle persone che lo hanno coltivato, raccolto, trasformato e portato sulle nostre tavole. Per questa ragione parlare di alimentazione significa parlare della qualità della nostra democrazia, della giustizia sociale e del rapporto che vogliamo instaurare con l’ambiente e il territorio. Il cibo non è una merce qualsiasi ma è un bene essenziale, portatore di valori che vanno ben oltre il prezzo esposto su uno scaffale.

Le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’apertura di Terra Madre-Salone del Gusto restituiscono con nettezza questa consapevolezza. Cibo e terra, ha ricordato, sono risorse strategiche; oggi più che mai l’alimentazione è legata all’etica e ai diritti delle persone. È una prospettiva decisiva perché mette in relazione la dimensione locale e quella globale, la qualità di ciò che mangiamo e la dignità di chi lo produce, la tutela dell’ambiente e la pace tra i popoli.

Negli ultimi decenni la ricerca del costo più basso è diventata uno dei principali criteri di scelta. È una conseguenza comprensibile delle difficoltà economiche di molte famiglie ma anche il risultato di un sistema che ha progressivamente separato il consumatore dalla conoscenza delle filiere produttive. Quando un prodotto viene venduto a un prezzo irrealisticamente basso è inevitabile chiedersi chi stia pagando la differenza. Molto spesso il conto ricade sulla qualità del prodotto, sull’ambiente o, peggio ancora, sul lavoro umano.

È qui che emerge il caporalato, uno dei fenomeni più drammatici dell’agricoltura contemporanea e, più in generale, del sistema produttivo. Lo sfruttamento sistematico di lavoratori, spesso migranti, costretti a condizioni di vita e di lavoro incompatibili con la dignità della persona rappresenta una ferita profonda per un Paese che fonda la propria identità sulla convivenza e sulla solidarietà. Il caporalato non è soltanto un reato ma è la negazione del valore del lavoro e della civiltà. Ogni raccolto ottenuto attraverso lo sfruttamento impoverisce l’intera società, perché trasforma il cibo da simbolo di vita in prodotto dell’ingiustizia. Contrastarlo significa rafforzare i controlli e perseguire chi organizza lo sfruttamento ma anche riconoscere che la responsabilità coinvolge l’intera filiera. Quando il prezzo imposto ai produttori diventa insostenibile la pressione economica rischia di scaricarsi sugli anelli più deboli. Legalità, trasparenza e giusta remunerazione non sono obiettivi separati ma sono aspetti della stessa politica alimentare.

In questo quadro assume particolare rilievo il principio del giusto prezzo. Per troppo tempo si è contrapposto l’interesse del consumatore a quello del produttore, come se il guadagno dell’uno dovesse necessariamente coincidere con la perdita dell’altro. Una società equilibrata deve invece perseguire entrambe le finalità: garantire agli agricoltori un reddito dignitoso e consentire a tutte le persone di accedere a un’alimentazione sana e di qualità. Un prezzo giusto non è il prezzo più alto né quello più basso. È il prezzo che remunera correttamente il lavoro, tutela la terra, rispetta gli animali, valorizza la qualità e resta compatibile con il diritto universale al cibo. Se un agricoltore è costretto a vendere sotto i costi di produzione, il sistema è ingiusto. Se una famiglia non può permettersi alimenti sani e freschi, il sistema è ugualmente ingiusto.

Terra Madre ci ricorda che l’alimentazione non riguarda soltanto l’economia ma riguarda la biodiversità, la salute e il destino comune delle comunità umane. La biodiversità, come ha sottolineato Mattarella, è una sfida cruciale per il futuro. Non è un concetto astratto né un lusso per specialisti: è il patrimonio genetico che ha consentito all’uomo di svilupparsi nei millenni, protegge la salute, sostiene gli ecosistemi e rende possibile la nostra stessa vita. Senza cura e senza responsabilità, l’uomo può comprimere questa ricchezza fino a distruggerla, danneggiando al tempo stesso sé stesso. L’omologazione delle colture e delle culture, la desertificazione dei territori, la scomparsa di specie animali e vegetali, il cambiamento climatico e i conflitti rappresentano minacce che non possono più essere ignorate. Il cibo e le risorse alimentari sono tornati a essere, in molte aree del mondo, un’arma strategica e un bersaglio delle guerre. Fame e malnutrizione colpiscono soprattutto le popolazioni civili; la distruzione delle campagne e delle reti produttive lascia conseguenze che durano ben oltre la fine di un conflitto.

Per questo il cibo può e deve diventare anche uno strumento di pace. Favorire filiere eque, custodire i semi e le razze locali, sostenere le piccole comunità agricole, garantire la sicurezza alimentare e promuovere il dialogo tra i popoli significa costruire pace concreta. Non una parola di circostanza ma una condizione fatta di giustizia, cooperazione e responsabilità condivisa. Questa prospettiva richiama un’idea di sostenibilità che non può essere ridotta alla sola dimensione ambientale. La sostenibilità è l’equilibrio tra ambiente, economia e giustizia sociale. Un’agricoltura sostenibile protegge il suolo, preserva la biodiversità, utilizza responsabilmente le risorse naturali e riduce gli sprechi. Ma deve anche garantire condizioni di lavoro dignitose, favorire il ricambio generazionale nelle campagne e permettere alle imprese agricole di innovare senza perdere il legame con i territori.

L’eredità di Carlo “Carlin” Petrini conserva, in questo senso, tutta la sua forza. Il suo invito a un cibo «buono, pulito e giusto» resta una sintesi essenziale. Buono perché esprime qualità e cultura; pulito perché rispetta l’ambiente; giusto perché riconosce dignità a chi lo produce. Oggi occorre aggiungere un quarto principio: il cibo deve essere accessibile. La qualità non può diventare un privilegio riservato a pochi ma deve rimanere un diritto di tutti. Petrini aveva indicato nella biodiversità non soltanto una ricchezza naturale ma una ricerca di incontro, solidarietà e pace. La sua intuizione continua a vivere nella rete di produttori, comunità, cuochi, allevatori, pescatori e consumatori che, in ogni parte del mondo, scelgono di considerare il cibo non come una semplice merce, ma come una relazione. «Chi semina utopia raccoglie realtà». Una frase che oggi non appare retorica ma necessaria. Ogni filiera trasparente, ogni produzione locale difesa, ogni giovane che sceglie di restare o tornare in agricoltura è un frammento concreto di quella realtà.

In questo senso il patrimonio agricolo italiano rappresenta una straordinaria ricchezza. La diversità delle produzioni, il valore delle denominazioni di origine e il sapere custodito dalle comunità rurali costituiscono un capitale culturale prima ancora che economico. Difenderlo significa sostenere non soltanto un comparto produttivo ma un modello di società che riconosce il valore della terra e delle persone che la lavorano. Sostenere i territori significa anche accettarne l’identità, senza pretendere di trasformarli in luoghi immobili. Le aree interne non hanno bisogno di essere imbalsamate in una cartolina per lo sguardo di chi arriva dalla città. Hanno bisogno di continuare a vivere, produrre, innovare e offrire opportunità alle nuove generazioni. Un territorio vivo non è un museo ma una comunità che custodisce il proprio passato mentre costruisce il proprio futuro.

Le sagre, le produzioni casearie, le carni da allevamenti responsabili, il vino, l’olio, i cereali, la pesca e la caccia esercitate nel rispetto delle leggi, della biodiversità e degli equilibri naturali fanno parte di un patrimonio di conoscenze e di una relazione millenaria tra l’uomo e l’ambiente. Non sono residui folkloristici ma espressioni di una cultura materiale e sociale che ha contribuito a modellare i paesaggi italiani e l’identità di intere comunità. Il rispetto dell’ambiente e della salute resta un principio irrinunciabile ma non può trasformarsi nella pretesa di cancellare il lavoro, la cultura e le tradizioni di chi abita e custodisce i territori ogni giorno. Le città hanno bisogno delle campagne. Da esse arrivano il cibo, la gestione del paesaggio, la tutela dal dissesto idrogeologico, la biodiversità e una parte decisiva dell’identità italiana. Ma anche le campagne hanno bisogno delle città, dei loro mercati, delle università, della ricerca, dell’innovazione, dei servizi e di consumatori consapevoli. Non esiste contrapposizione possibile. Esiste un’unica comunità nazionale.

Anche il consumatore può svolgere un ruolo importante. Privilegiare prodotti stagionali, conoscere la provenienza degli alimenti, ridurre gli sprechi e valorizzare le filiere trasparenti significa contribuire a costruire un’economia più responsabile. Non si tratta di attribuire ai cittadini l’intero peso del cambiamento ma di riconoscere che la domanda può orientare il mercato. Naturalmente non si può affidare tutto alle scelte individuali. Le politiche pubbliche hanno una responsabilità decisiva. Servono strumenti contro le pratiche commerciali sleali, misure di trasparenza lungo la filiera, educazione alimentare, sostegno alle imprese agricole e accesso al cibo di qualità anche per le famiglie più fragili. La sicurezza alimentare, la qualità della produzione e la tutela della biodiversità sono beni collettivi, non privilegi.

Il futuro dell’alimentazione non si costruisce scegliendo tra produttori e consumatori, tra ambiente ed economia, tra qualità e accessibilità. Si costruisce ricomponendo queste esigenze in una visione comune. Il cibo deve tornare a essere un bene comune, capace di generare salute, cultura, coesione sociale, pace e sviluppo sostenibile.

Forse il vero tema non è quanto costa il cibo ma quanto siamo ancora capaci di riconoscerne il valore. Quando un territorio si spopola, un campo viene abbandonato, un giovane rinuncia a fare l’agricoltore, una specie scompare o un lavoratore viene sfruttato dal caporalato, non perdiamo soltanto produzione agricola ma perdiamo paesaggio, cultura, biodiversità e una parte della nostra identità. Restituire al cibo il suo significato più autentico significa scegliere un modello di sviluppo che tenga insieme dignità del lavoro, sostenibilità ambientale, giustizia sociale e vitalità dei territori. Perché una nazione che riconosce il valore della propria terra e di chi la coltiva, la vive e la custodisce non difende soltanto il proprio passato ma costruisce, con responsabilità, il proprio futuro.

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