Chi vive di lavoro, chi vive di rendita
La destra cresce tra ceti popolari, periferie e aree interne. La sinistra può riconquistarli solo tornando a parlare di salari, lavoro, welfare, disuguaglianze e sicurezza sociale.

ANSA
Che il voto alle destre — Trump, AfD in Germania, Le Pen in Francia, le diverse destre radicali in Italia — sia, da tempo, significativamente più forte tra chi ha un livello di istruzione più basso è un dato di fatto. Così come è un dato di fatto che nelle aree interne, nelle periferie delle città e tra le persone con i redditi più bassi gli elettori di destra siano più numerosi di quelli di sinistra. Le frasi di Stefano Bonaccini contestate da Giorgia Meloni sono da questo punto di vista una onesta fotografia di ciò che moltissime analisi del voto in gran parte dell'Occidente ci raccontano ormai da troppi anni.
Ciò che non dobbiamo mai dimenticarci è semmai che avere un titolo di studio più basso non rende una persona più ignorante di chi ha studiato, o ha avuto la possibilità economica di studiare, più a lungo. Guai a dare l'impressione di coltivare una presunzione di superiorità intellettuale nei confronti della destra e del suo elettorato.
Detto questo, farei volentieri cambio. Confesso che preferirei che qualche milionario in più votasse a destra (come del resto fanno con una coerenza esemplare i veri burattinai della destra occidentale, quelli che dall'alto di patrimoni clamorosi aizzano il popolo contro gli immigrati, i poveri e qualsiasi minoranza disturbi l'ordine, facile bersaglio su cui scaricare paure e frustrazioni) e che qualche milione di persone comuni votasse per noi.
Sarebbe il segno che la sinistra sta parlando la lingua di chi vive del proprio lavoro, e non quella di chi vive di rendita o di profitti spropositati.
Il problema, appunto, è che la gente comune — non necessariamente laureata, con redditi medio-bassi, che vive in periferia o nelle aree interne — ti vota se dici e fai cose effettivamente di sinistra. Cioè se restituisci al tuo discorso pubblico un ordine più logico e più giusto di quello proposto dalla destra. Per esempio, se individui i veri avversari: le grandi rendite, i grandi patrimoni e le disuguaglianze, chi vuole la guerra, chi si arricchisce grazie alle commesse della guerra e all'economia di guerra.
I numeri, del resto, darebbero ragione a una scelta di campo di questo tipo. Negli ultimi quindici anni la ricchezza nazionale italiana è cresciuta, in termini nominali, di oltre duemila miliardi di euro, ma il 91% di questo incremento è finito nelle tasche del 5% più ricco delle famiglie, mentre alla metà più povera della popolazione è andato appena il 2,7%. Nello stesso periodo i salari reali hanno perso potere d'acquisto — 10,5 punti percentuali fra il 2019 e il 2024 — mentre in Italia la quota di PIL che va ai salari (38%) resta abbondantemente sotto quella dei profitti (50%): eppure il lavoro contribuisce al gettito fiscale per 49 punti su 100, contro i 17 dei profitti. È un sistema che chiede di più a chi ha meno, e lo fa da anni, non soltanto da quando Giorgia Meloni è a Palazzo Chigi.
Dunque, occorre riordinare il discorso politico e proporre interventi di vera riforma sulle cose che stanno a cuore alla gente che vive del proprio lavoro: salari più alti, contratti più stabili, costo della vita più basso, più welfare e più servizi, a partire da maggiori investimenti in scuola e Università. Una politica industriale forte che governi il mercato, che mette in campo lo Stato e il pubblico. Una politica della sicurezza, che è sicurezza di poter camminare serenamente per strada, ma anche sicurezza sociale, sicurezza sul lavoro, sicurezza sul futuro.
Con pazienza, senza spocchia, in un corpo a corpo quotidiano nella società con la destra e con la disillusione, per riconquistare credibilità, fiducia e consenso. Proviamo a farlo.
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