Chi ha paura del Gridas?

ANSA
Non fosse così paradossale, potremmo ascrivere questa vicenda al repertorio della smorfia napoletana, ma trattandosi di fatti reali, dobbiamo prenderne atto e domandarci come sia possibile che il Gridas – Gruppo Risveglio dal Sonno, storica e iconica realtà sociale e culturale di Scampia dal 1981 – si ritrovi oggi impedito nella sua vitale attività, stretto in una serie di procedimenti avviati dalla pubblica amministrazione che sono riusciti a generare un problema dall’apparenza irrisolvibile, proprio laddove il Gridas ha sempre prodotto soluzioni.
Per comprendere cosa sia e cosa abbia rappresentato il Gridas per Scampia, occorre entrare nel pensiero dei suoi fondatori. Felice Pignataro, artista e attivista visionario, scomparso nel 2004, figura carismatica alla quale è stata dedicata la fermata della metropolitana di Secondigliano, dove dominano i suoi murales e Mirella La Magna, professoressa di lettere, che porta avanti con determinazione quella che non esitiamo a definire “l'antropologia del Gridas”, nel confronto con il Comune di Napoli, la Regione Campania e l’Istituto Autonomo Case Popolari della Regione proprietario di uno stabile, a quanto pare non accatastato. Uno spazio che per quasi cinquant’anni ha rappresentato il principale e, per oltre un ventennio, forse l’unico presidio di aggregazione sociale, di emancipazione della coscienza civile e di rigenerazione urbana nell’area di Secondigliano.
Una battaglia nella quale le istituzioni – più che in una presunta deriva autoritaria, in una combinazione di inerzia burocratica, frammentazione amministrativa e miopia politica – sembrano oggi concorrere allo smantellamento di una realtà che ha rappresentato una delle prime e più significative esperienze di sussidiarietà in un territorio segnato da gravi responsabilità pubbliche.
Il Comune, la Regione, gli enti preposti all’edilizia popolare hanno contribuito, negli anni, alla costruzione di un impianto urbanistico privo di servizi e di visione sociale. In quel vuoto si è inserita la Camorra. È stata l’assenza dello Stato, più ancora della sua presenza, a generare le condizioni del malaffare e di un vero e proprio parastato criminale che ha imposto Scampia come simbolo globale della marginalità e della criminalità.
Oggi molto è cambiato nel quartiere: i set delle serie televisive hanno finito per estirparne l’anima, spesso umiliando un’intera comunità, normalizzandone l’immagine fino a farla coincidere con lo stereotipo. Le piazze dello spaccio si sono spostate altrove, sempre nell’area Nord: Caivano, Piscinola e la trap di Geolier che “gira per Secondigliano dentro un’Audi nera e opaca” suona sempre più come una caricatura, così come i reel dei “maranza” con lo sfondo delle Vele ormai deserte, ostentazione di un coraggio più adatto a una diretta su TikTok che a sfidare davvero “’o sistema”. Contenuti costruiti a uso e consumo dei social, buoni per monetizzare attraverso sponsorizzazioni e alimentare un marketing che trasforma il disagio in merce.
Non basta abbattere un edificio per produrre giustizia urbana. Non basta abbattere un’altra Vela per riportare luce nei cortili di palazzi alti venti piani, che hanno visto l’esistenza dei propri abitanti segnata dal carcere, dai lutti, dall’ignoranza, dalla povertà, dalla disoccupazione, dalla morte. Non basta celebrare il cambiamento sulle prime pagine de Il Mattino nel nome della rigenerazione urbana e di una rinnovata integrazione che troppo spesso resta confinata nei comunicati e in una partecipazione solo formale. Serve invece il riconoscimento di chi la rigenerazione urbana e l’emancipazione sociale le ha praticate davvero, generandole in un contesto difficile e pericoloso che non era quello della finzione, ma della vita reale.
Il Gridas andrebbe studiato nelle scuole, proposto come caso di studio nei Corsi di Sociologia e Architettura, perché rappresenta un atto concreto di amore, di rispetto e di responsabilità verso una comunità.
Arrivare nella casa di Mirella significa attraversare la Scampia prima di Scampia. Prima della legge Fanfani 167, prima della proliferazione incontrollata del cemento, quando l’INA Casa – l’attuale Monte Rosa – rappresentava ancora un’idea di quartiere a misura d’uomo, con la scuola, i servizi, perfino un centro sociale dove poi sarebbe nato il Gridas. La sua casa, colma di libri e degli oggetti artigianali di Felice, sembra sopravvissuta a un olocausto urbanistico: una vecchia masseria incastonata tra abusi edilizi e stratificazioni scomposte che emerge come una vedetta solitaria in mezzo a una selva di palazzoni. È il simbolo fisico di ciò che è stato travolto da una modernizzazione senza progetto sociale.
Quando Mirella e Felice si trasferirono a Secondigliano intorno c’era ancora campagna; c’era Partenope, non quella cinematografica, ma quella popolare, antica, verace. Il loro arrivo è legato alla Scuola 128, esperienza itinerante creata per insegnare a leggere e a scrivere, ma soprattutto a disegnare e a pensare, nel solco di Don Milani. Era rivolta ai bambini della Baracca 128. «Arrivammo a Scampia con gli sfollati all’ISES, nuovo nucleo di edilizia popolare dell’area nord. Ci offrirono uno scantinato. Felice era studente universitario e viveva con altri compagni – poi diventati cari amici di una vita – in un collegio universitario nel cuore di Spaccanapoli, una piccola comunità solidale. Quando ci siamo trasferiti a Scampia ci eravamo portati la porta della baracca, numero 128: la scuola si chiamò così». In quel gesto c’era già un’idea di mondo.
Era ancora la Napoli raccontata da Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli: le macerie del dopoguerra che si affacciavano sugli anni Settanta, una società contadina, povera e spesso analfabeta, ma custode di una cultura profonda, travolta da quella modernizzazione feroce che Pasolini avrebbe definito un nuovo fascismo: distruttivo, omologante, edonista. Migliaia di famiglie vivevano nelle baracche, in condizioni insalubri, in attesa di una casa popolare. Li attendeva però la città de Le mani sulla città di Francesco Rosi: un’urbanizzazione dissennata, guidata dalla speculazione e priva di interesse pubblico.
Quando arrivarono le assegnazioni, molte abitazioni erano già occupate. L’abusivismo accompagna la storia di Scampia fin da prima che i palazzi avessero gli infissi. L’area INA-Casa, dove nascerà il Gridas, resta l’unica con un minimo di razionalità urbanistica; dal 1973 in poi, Vele comprese, si sviluppa un alveare sterminato di cemento. In pochi anni lo skyline cambia radicalmente, ma interi viali e porzioni di quartiere restano privi dei servizi essenziali.
La Secondigliano della 167 si ritrova con migliaia di appartamenti affacciati su stradoni senza negozi, senza ospedali, senza spazi pubblici, senza scuole. Nasce così la Scampia che conosciamo. Madri impegnate a custodire case nuove e dignitose, figli cresciuti per strada, “a miezz' 'a via”. Quando arriveranno le scuole, sarà già tardi: i più piccoli, cresciuti osservando i fratelli maggiori diffidare delle istituzioni, le rifiuteranno; molte ragazze resteranno intrappolate in una mentalità arcaica; la disoccupazione diventerà la regola. È in questo vuoto che attecchirà “’o sistema”.
Il Gridas nasce esattamente lì. Con un principio semplice e rivoluzionario che Mirella e Felice hanno trasmesso a tutto l’associazionismo successivo: invertire il soggetto del pensiero, partire dall’altro, dal suo punto di vista, dal suo interesse. Non assistenzialismo, ma partecipazione. Non paternalismo, ma emancipazione. Portano nel quartiere mondi lontani, superano l’idea tradizionale di scuola popolare e fanno della partecipazione una pratica quotidiana. Nuvola Rossa, le lotte delle minoranze, l’arte come strumento di emancipazione. E soprattutto l’utopia come orizzonte collettivo. Arte, colore, cura: nel grigio di un’urbanizzazione lacerante, il Gridas introduce senso, coscienza, dignità. Dal 1983 organizza il Carnevale di Scampia. «Il Carnevale è una festa popolare con una storia e una dignità profonde. Per un giorno si rovescia il potere, si mette in discussione l’ordine delle cose e se sentiamo il bisogno di capovolgere tutto è perché così com’è non va bene», dice Mirella. Quel Carnevale ha attraversato le faide di Camorra e gli anni più duri della criminalità organizzata, portando ogni volta una ventata di bellezza. Un lavoro paziente, quotidiano, per sottrarre i ragazzi – che Mirella definisce le prime vittime di un sistema malato – al reclutamento criminale, costruendo legami dove dominava la frammentazione. Tamburi, carri, pupazzi dai nomi ironici, San Ghettino, San Precario: una catarsi collettiva che ha portato luce tra le Vele e nelle “case dei puffi”, là dove lo Stato per decenni non ha saputo o voluto essere presente.
Il Gridas non è stato un centro culturale. È stato un dispositivo di cittadinanza.
Ed è qui che il paradosso si fa evidente: mentre si celebra la rigenerazione urbana, si mette in difficoltà una delle esperienze che quella rigenerazione l’ha praticata prima che diventasse parola di moda.
Oggi il Gridas è chiuso. La realtà che ha generato decine di associazioni, simbolo di aggregazione, militanza, arte e tutela dei più deboli, è impigliata in una vicenda amministrativa che ha il sapore dell’assurdo. La questione non riguarda solo una sede. Riguarda l’idea stessa di Stato: se esso riconosce e sostiene le energie civiche che nascono nei territori difficili, oppure se finisce per soffocarle dentro la propria macchina amministrativa.
Ci auguriamo che la Regione Campania, guidata dal presidente Roberto Fico, e il Comune di Napoli, con il sindaco Gaetano Manfredi, vogliano aprire una riflessione condivisa che porti non solo alla riapertura del Gridas, ma al suo rilancio strutturale: un restauro della sede, un centro studi permanente, un laboratorio internazionale sulle pratiche di rigenerazione urbana e di inclusione sociale. Un’utopia? Forse.
Ma è l’Utopia che Felice ha disegnato a colori sui muri grigi di Scampia e di altre città e che Mirella continua a custodire e ad alimentare. E a cui dobbiamo tanto. Un’utopia concreta, praticata ogni giorno, che ha trasformato il cemento in coscienza.
Ridateci il Gridas.