Chi ha fame di futuro non vota Trump

Giovani, donne, minoranze e periferie urbane: i dati sul voto suggeriscono una crisi del modello culturale trumpiano, oltre al peso del carovita.

Paolo FuriaFlusso Quotidiano
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ANSA

Le prime rilevazioni CNN a proposito della segmentazione del voto alle elezioni di midterm statunitensi per generazione, genere, nazionalità e residenza offrono materia di riflessione immediata. Il dato sulle fasce d’età è molto eloquente: hanno votato democratico il 76% degli elettori tra i 18 e i 24 anni, il 68% di quelli tra i 25 e i 29 anni, il 63% di quelli tra i 30 e i 39 anni. Aumentano i voti per i repubblicani al crescere dell’età: ancora solo il 41% tra i 40 e i 49 anni, si arriva al 49% pari nella fascia tra i 50 e i 64 e al 51% di preferenze per i repubblicani nella fascia superiore ai 65 anni.

Secondo il genere, il voto delle donne è democratico: il 58% contro il 4’% di donne che ha votato per i repubblicani. Secondo la nazionalità, Trump prevale solo tra i bianchi, mentre tra gli afroamericani i dem sono all’89%, tra gli asiatici al 70%, tra i latinos al 62%.

Infine, secondo la residenza, si conferma il gap tra città — dem al 71% — e contesti rurali — dem al 48% —, ma la novità sta nel fatto che l’elettorato “suburbano”, considerato alle ultime tornate elettorali più vicino a Trump, ha preferito i democratici (58%) ai repubblicani (40%).

Abbiamo insomma l’identikit dell’elettore trumpiano impenitente: il maschio anziano bianco tradizionalista. Questo dato induce a riflettere anche a proposito delle motivazioni profonde della sconfitta repubblicana: mentre nei talk show i commentatori — maschi, bianchi e anziani — ci spiegano che il dramma dei repubblicani sta tutto nel costo del diesel — e nessuno intende sminuire la questione del costo della vita, che pagano soprattutto i meno abbienti e il ceto medio basso —, va forse considerata la possibilità che stia entrando in crisi anche il modello culturale trumpiano: un impasto inaudito di machismo, sfacciataggine e prepotenza, la negazione del merito, della pace e della logica, e una minaccia per il futuro della stessa specie umana.

E che siano i più poveri a votare per Trump non sembra neppure più vero: l’elettorato urbano e suburbano non è affatto necessariamente più ricco, così come non è scontato che l’elettore rurale non istruito che vota Trump sia più povero — e anzi, spesso non lo è. La verità è che dopo questi due anni folli chi ha fame di futuro e di senso non sta con Trump.

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