Che Guevara e la rivoluzione senza frontiere
Dall’Algeria al Congo, fino al Vietnam: per il Che l’internazionalismo fu una risposta politica alla dipendenza economica dei paesi liberati dal colonialismo. Una convinzione che mise alla prova anche i rapporti di Cuba con l’Unione Sovietica.

ANSA
«Non ci sono frontiere in questa lotta fino alla morte». Quando Ernesto Che Guevara pronuncia queste parole ad Algeri, il 24 febbraio 1965, non sta consegnando ai delegati del II Seminario economico di solidarietà afroasiatica una formula destinata ai manifesti, ma pone un problema che attraversa la sua esperienza di dirigente della Rivoluzione cubana: che cosa accade dopo la conquista dell’indipendenza quando un paese continua a dipendere dai mercati, dai crediti e dalle tecnologie delle potenze industriali? E quale obbligo hanno, verso quel paese, gli Stati che si dichiarano socialisti?
La domanda riguarda anche Cuba. La vittoria militare sul dittatore Fulgencio Batista nel 1959 aveva aperto la strada a trasformazioni profonde, ma non aveva cancellato la struttura economica ereditata. L’isola esportava zucchero e importava petrolio, macchinari, tecnici e prodotti industriali, e quando Washington aveva ridotto la quota di zucchero cubano acquistata dagli Stati Uniti, nel 1960, la vulnerabilità di quel modello era diventata evidente. L’accordo commerciale firmato nello stesso anno con l’Unione Sovietica aveva dato alla rivoluzione un mercato, forniture energetiche e un margine di sopravvivenza. Guevara conosce dunque per esperienza la necessità dell’alleanza con Mosca, ed è proprio da quella necessità che prende forma la sua critica.
L’indipendenza e la dipendenza
Guevara si chiede se il campo socialista possa costruire scambi di natura diversa. In una prima fase guarda agli accordi tra Cuba e URSS come alla prova che prezzi stabili e condizioni non abbandonate alle oscillazioni del mercato possono aiutare un’economia debole. Ad Algeri, però, la sua richiesta si fa più esigente. Se gli Stati socialisti commerciano con i paesi liberati secondo criteri che riproducono la divisione fra produttori di materie prime e potenze industriali, la solidarietà politica rischia di fermarsi sulla soglia dell’economia. Per questo parla del «carattere immorale dello scambio» e afferma che i paesi socialisti hanno il dovere di porre fine alla loro «tacita complicità con i paesi sfruttatori dell’Occidente».
Sono parole dure. Colpiscono anche l’Unione Sovietica, senza costituire una dichiarazione di rottura. Guevara non ignora ciò che Mosca ha fornito a Cuba, ma al contempo contesta il divario fra la promessa di un ordine internazionale nuovo e le relazioni concrete fra paesi ricchi e paesi poveri. A suo giudizio l’internazionalismo socialista deve misurarsi con il prezzo di una macchina, le condizioni di un credito, l’accesso alla tecnologia e se questi rapporti non cambiamo si lascia intatto un meccanismo fondamentale della dipendenza. La sua prospettiva sposta così lo sguardo oltre il confronto fra Washington e Mosca. La Guerra fredda divide il mondo in blocchi, ma non spiega da sola la posizione delle società che hanno subito il colonialismo o continuano a dipendere economicamente da altri paesi. Africa, Asia e America Latina non formano un insieme uniforme: hanno storie, governi e strategie differenti. Possono tuttavia riconoscere problemi collegati, dal controllo delle risorse all’intervento delle grandi potenze, ecco dunque che nella lettura di Guevara il Terzo Mondo acquista la possibilità di diventare un soggetto politico, anziché rimanere il terreno sul quale si affrontano altri.
Perché Algeri
Il luogo scelto per formulare questa critica conta quanto le parole. L’Algeria ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1962, dopo una guerra lunga e sanguinosa. Sotto la presidenza di Ahmed Ben Bella cerca di tradurre la vittoria anticoloniale in riforme economiche e in una politica estera di sostegno ai movimenti di liberazione, e nel frattempo Algeri accoglie militanti, esuli e rappresentanti di organizzazioni provenienti da continenti diversi. Per chi combatte ancora contro il colonialismo, quella capitale è un luogo nel quale incontrare alleati e immaginare una politica su scala mondiale. Cuba e Algeria hanno già intrecciato le loro storie. L’Avana ha sostenuto la lotta del Fronte di liberazione nazionale, e, dopo l’indipendenza, ha inviato aiuti civili e militari al governo algerino. Nel 1963, durante il conflitto di frontiera con il Marocco, uomini e materiale cubani erano arrivati in appoggio a Ben Bella. Guevara quindi parla a interlocutori che conoscono il prezzo della liberazione e la difficoltà di darle un seguito economico.
Lasciare Cuba
Pochi mesi dopo Algeri, Guevara scompare dalla scena pubblica cubana. Il 3 ottobre 1965, durante la presentazione del primo Comitato centrale del Partito comunista di Cuba, Fidel Castro legge la sua lettera di congedo. Il Che rinuncia agli incarichi di governo, al grado militare e alla cittadinanza cubana. Rivendica il legame con Fidel e con la rivoluzione, ma annuncia che altre terre reclamano i suoi sforzi. Quando il testo viene letto all’Avana, si trova già in Congo.
L’episodio viene spesso raccontato come il ritorno del guerrigliero alla propria vocazione. È una spiegazione insufficiente. Guevara a Cuba ha governato, discusso di produzione, affrontato i vincoli degli scambi internazionali. La partenza porta alle conseguenze la convinzione maturata in quelle esperienze: se la pressione dell’imperialismo attraversa i confini, la difesa della rivoluzione non può coincidere interamente con i compiti di uno Stato, e quindi restare fedeli a Cuba, nella sua prospettiva, può significare combattere lontano dall’isola.
Il Congo mette questa idea alla prova. Dopo l’indipendenza dal Belgio, il paese è attraversato da guerre interne e ingerenze straniere. Guevara raggiunge i ribelli congolesi con un gruppo di combattenti cubani nella primavera del 1965 e cerca di contribuire alla formazione militare e alla costruzione di una forza capace di resistere. Incontra invece divisioni politiche, problemi di coordinamento e condizioni assai diverse da quelle della Sierra Maestra. La spedizione si conclude dunque senza il risultato sperato. L’esperienza mostra quanto sia difficile trasformare una solidarietà internazionale in un progetto condiviso con forze radicate in una storia che non è la propria.
Ma la sconfitta non cancella la domanda che aveva condotto Guevara in Africa. La rende più severa. Una rivoluzione non può essere trasferita dall’esterno come una tecnica, ma ha bisogno di organizzazioni, consenso, conoscenza del territorio e obiettivi politici riconosciuti da chi combatte.
La Tricontinentale
Intanto Cuba tenta di dare una forma collettiva ai rapporti fra le lotte. Nel gennaio 1966 l’Avana ospita la Conferenza di solidarietà dei popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, da cui nasce l’Organizzazione di solidarietà dei popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, l’OSPAAAL. La Tricontinentale raccoglie Stati indipendenti, partiti e movimenti che combattono ancora per la liberazione. La conferenza è un evento che proietta l’America Latina dentro una rete politica non omogenea, cresciuta lungo l’asse afroasiatico. Pesano anche le rivalità fra Unione Sovietica e Cina e proprio per questo la Tricontinentale rappresenta qualcosa di più di una dichiarazione di unità, è un tentativo di trovare un linguaggio e alcuni obiettivi comuni senza cancellare le differenze: opporsi al colonialismo, al neocolonialismo e all’intervento delle grandi potenze; sostenere chi combatte; collegare l’indipendenza politica alla trasformazione delle condizioni economiche.
Guevara non è presente all’Avana, ma la direzione che la Tricontinentale prova a indicare, tuttavia, attraversa la sua riflessione. Lo si vedrà nel Messaggio alla Tricontinentale, pubblicato nel 1967, quando il Che si trova già in Bolivia. Il Vietnam ne è il centro. Per Guevara la guerra combattuta contro gli Stati Uniti non deve restare il peso di un solo popolo, tanto che il celebre appello a creare «due, tre, molti Vietnam» chiede di moltiplicare i fronti di lotta per impedire che una potenza possa concentrare tutta la propria forza contro un unico avversario.
È una proposta strategica estrema, segnata dalla centralità attribuita alla guerra rivoluzionaria. Ridurla a uno slogan cancellerebbe però il problema che la sostiene. Guevara rimprovera agli altri paesi, compresi quelli socialisti, di lasciare il Vietnam troppo solo e la sua solidarietà non si accontenta dell’ammirazione per quei popoli che lottano per resistere: domanda quali costi ciascuno sia disposto a condividere. Dall’Algeria al Vietnam, l’internazionalismo si misura per lui sulla distanza fra le dichiarazioni e le scelte concrete.
All’a Tricontinentale il Terzo Mondo non appare più soltanto come l’insieme dei paesi poveri, delle ex colonie o degli Stati che cercano di mantenersi autonomi dai due blocchi. Nella prospettiva che emerge all’Avana può diventare un soggetto politico, pur nella profonda diversità delle sue componenti. Asia, Africa e America Latina non hanno la stessa storia, non possiedono le stesse strutture sociali e non perseguono necessariamente la stessa strategia, ma possono riconoscere una relazione fra colonialismo, dipendenza economica, neocolonialismo e intervento delle grandi potenze.
In questo senso l’Avana del 1966 rappresenta quasi il prolungamento politico dell’Algeri di Guevara. È questo il punto che interessa maggiormente una storia dell’internazionalismo guevariano, ovvero la Tricontinentale non costituisce semplicemente un nuovo organismo internazionale, ma rende possibile un linguaggio comune attraverso il quale interpretare conflitti geograficamente lontani.
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