Ceuta svela il vuoto dell’Europa nel Mediterraneo

Dalla fine del processo di Barcellona al ripiegamento italiano: l’Unione ha lasciato il Mare Nostrum nelle mani di Stati Uniti, Israele e Russia.

RIVRINASCITA_2026073112044433_3243b94637b51bb95083c26c9ec531d8.jpg

ANSA

L’ultima crisi nel Mediterraneo, la questione di Ceuta, è spia di una mancanza, di un completo disinteresse e del ripiegamento che i Paesi membri dell’Unione europea e l’istituzione di Bruxelles stessa hanno avuto, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, lasciando a Stati Uniti, Israele e Russia le chiavi del Mare Nostrum.

Oggi servirebbe una nuova Barcellona, un ripensamento dell’Ue: così com’è ora, è decisamente deludente nel perseguimento della pace come obiettivo strategico indispensabile, che si tratti di Ucraina e Russia, Palestina e Israele o Nord Africa.

L’Europa si è arenata nel 2005 a Nizza con il naufragio del progetto di Costituzione. Per ritornare a renderlo un progetto affascinante servirebbe una classe politica europea capace di ipotizzare di dar vita a un utopico allargamento alle regioni mediterranee del Nord Africa e del Vicino Oriente.

La questione palestinese e la miseria delle coste del Maghreb devono ritornare centrali e prioritarie nei programmi politici di Bruxelles, delle cancellerie e delle segreterie di Stato europee. Se non si affrontano questi temi siamo destinati a soccombere; a maggior ragione se si danno risposte sbagliate, eticamente e praticamente, come quella del governo Meloni di sospendere Schengen alla Spagna per la crisi di Ceuta.

La decisione del governo italiano è incomprensibile e si giustifica solo con questa rincorsa alle bestialità vannacciane per spostare sempre più a destra la propaganda in chiave elettorale.

Sospendere Schengen per quanto riguarda la Spagna — con decine di migliaia di persone che hanno provato a entrare nell’enclave spagnola in Africa già riportate sul territorio marocchino — significherà al massimo provocare il collasso degli aeroporti per le file di chi parte dall’Italia verso le Canarie o Barcellona in agosto per turismo. Anche a Palazzo Chigi sanno benissimo di non poter chiudere il tappo in faccia alla marea che scappa da fame e guerre, spesso imposte dall’Occidente e dai suoi ricchi alleati al mondo dei più poveri. Per la destra italiana è più importante creare una frattura con la Spagna in quanto governata dal socialista Sánchez.

A cambiare negli ultimi decenni rispetto all’attenzione verso il Mediterraneo è, intanto, il livello culturale della classe politica e manageriale italiana. Inutile citare Enrico Mattei e i tentativi della sua Eni di affrancare l’industria italiana nel Mediterraneo.

La politica italiana del dopoguerra, nella consapevolezza di essere una media potenza, ha sempre ricercato un ruolo da protagonista nel nostro giardino di casa: il Mediterraneo, appunto. L’Italia geograficamente è un ponte e un ponte abbiamo provato a essere, nella ricerca di un approccio culturale e non solo politico, ma soprattutto in un’ottica di sviluppo dei Paesi più in difficoltà di quello che alcuni studiosi chiamano «Mediterraneo allargato»: Nord Africa, Vicino Oriente, Corno d’Africa, Sudan.

Tra la fine degli anni Sessanta del Novecento, con l’apice raggiunto negli anni Ottanta, i governi italiani e personalità come Pietro Nenni, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Bettino Craxi e Giulio Andreotti su tutti, ma anche Gianni De Michelis, non a caso tre democristiani e tre socialisti, hanno indubbiamente messo in piedi una mobilitazione politica di idee e una serie di tentativi che rendevano l’Italia almeno aspirante protagonista su quei temi.

Purtroppo il loro disegno si è poi infranto contro l’interesse americano soprattutto e sbattendo sulla principale questione, la madre delle questioni irrisolte, quella palestinese, su cui tutta l’Europa non è mai riuscita ad assumere un ruolo di primo piano dal punto di vista politico, limitandosi al sostegno economico.

Non meno importante fu il ruolo del Pci: nonostante non abbia mai avuto presidenti del Consiglio e ministri, ha senz’altro contribuito in quegli anni alle politiche terzomondiste, come venivano chiamate allora.

Rispetto alla questione palestinese non dimentichiamo, ad esempio, il ruolo assunto da Enrico Berlinguer, in grande sintonia con Craxi e Andreotti, rispetto al riconoscimento dell’Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, come legittima rappresentante del popolo palestinese. Il Pci ha grandemente contribuito al progetto di portare Arafat e Fatah fuori dalla lotta armata e dal terrorismo per dare una speranza statutaria ai palestinesi.

Il Pci di Berlinguer, oltre a Craxi e Andreotti, ha fallito? Certo che sì. Nondimeno, col senno di poi, è un fallimento che non possiamo che giudicare positivamente: quella classe politica ha fatto quel che era necessario e giusto. Purtroppo poi sono maturate altre situazioni che hanno spazzato via quanto di buono anche l’Europa aveva realizzato e stava provando a concretizzare.

Sto ovviamente parlando dell’11 settembre. Nel 2001, tra la repressione di Genova e l’attentato di New York, cambia la storia del mondo. Soffermiamoci qui sull’11 settembre: nelle prime ore dopo l’attacco alle Torri Gemelle la grancassa mediatica rilanciava sospetti nei confronti dei palestinesi e dello stesso Arafat; il nome del saudita Osama Bin Laden non fu fatto subito.

Ritorniamo indietro. Il 18 novembre 1984 Craxi e Andreotti sono in Egitto, da Mubarak, per tracciare una road map molto chiara: l’Europa sarebbe stata protagonista nel processo di pace nel Vicino Oriente fino a uno Stato di Palestina.

Poi sono venute l’Achille Lauro, Sigonella e gli attentati agli aeroporti di Fiumicino e Vienna. Gli Stati Uniti di Reagan e Israele hanno avuto, quindi, buon gioco nel far naufragare quei progetti.

La guerra del Golfo nel 1990 ha rappresentato poi un ulteriore scossone negativo sia sulla possibile risoluzione della questione palestinese, con un Arafat troppo legato a Saddam Hussein, sia sul protagonismo italiano, con un presidente del Consiglio Andreotti «costretto» dagli eventi ad accodarsi alla coalizione americana, mentre nel Paese cresceva una frattura con il movimento pacifista e addirittura con la base cattolica e con il Vaticano, per le posizioni radicalmente contrarie a quella guerra anche di papa Giovanni Paolo II.

L’11 settembre 2001 è stata poi la pietra tombale. Tutti i processi seri avviati in sede di Unione europea — penso soprattutto alla Dichiarazione di Barcellona, il cui obiettivo era lo sviluppo dei Paesi del Mediterraneo allargato, favorirne l’apertura alla democrazia e perseguire la pace — si sono sciolti come neve al sole.

E il sole è rappresentato dagli interessi degli Stati Uniti, soprattutto, e specificatamente nell’area mediorientale da quelli di Israele, che con gli ultimi governi di Netanyahu ha definitivamente abbandonato qualsiasi intenzione di pace e di possibilità di riconoscere un futuro Stato palestinese ben prima del 7 ottobre 2023.

L’altro attore forte del Mediterraneo rimane la Russia e questo aspetto non andrebbe sottovalutato. Forse, per quanto riguarda l’Europa, soltanto la Francia oggi ha un’influenza, ma non paragonabile a quella degli Stati Uniti.

Poi c’è Sánchez, che sta provando a ritagliarsi un ruolo — e non a caso il 20 luglio scorso il premier spagnolo si è recato ad Algeri — ma che, in un modo o nell’altro, viene ripetutamente sabotato. Il messaggio è chiaro: gli interessi geopolitici americani non devono essere toccati. L’opposizione italiana, invece, a parte le dichiarazioni di rito per la contingenza del momento e l’acuirsi delle crisi, va ascritta sotto l’imbarazzante casella «non pervenuta».

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati
Ceuta svela il vuoto dell’Europa nel Mediterraneo - Rinascita