Cesare Brandi, la libertà di non seguire le tendenze
Il ricordo di un incontro su *Rinascita* nel 1984: l’ironia, il pensiero estetico e la lezione di un critico che metteva l’opera prima delle teorie.

ANSA
Conobbi Cesare Brandi nel 1984, quando feci un’inchiesta su Rinascita a proposito dell’arte contemporanea e degli orientamenti della critica, intervistando lui, Giuliano Briganti, Giulio Carlo Argan, Achille Bonito Oliva, Filiberto Menna, Antonio Del Guercio e Maurizio Calvesi. L’iniziativa partì da un’idea di Massimo Boffa, che aveva già pubblicato sulla rivista una conversazione con il francese Jean Clair. Di tutta quell’inchiesta mi resta vivo e prezioso il ricordo dell’intelligente e ironica presa di distanza di Brandi dal pervicace modernismo ideologico e dal fragile impianto eclettico del postmodernismo.
Chiamato a dire la sua sulle correnti estetiche in cui prevaleva, dopo l’esperienza della neoavanguardia, la confusa esigenza di un “ritorno alla pittura”, Cesare Brandi, ammiccante, rispondeva con ironia: «L’intenzione c’è, però non basta: se vuoi tornare alla pittura prima devi sapere dove la sta di casa, la pittura». In quella battuta c’era tutto l’uomo, col suo pronto carattere di arguto toscano. Ma c’era soprattutto lo stile e la lezione di un intellettuale che aveva sempre diffidato delle “tendenze” — più o meno d’avanguardia — proprio in nome di un’idea aristocratica e universale dell’arte come liricità esclusiva, espressione individuale non riducibile alle storiche oscillazioni del gusto.
«L’arte è una cosa elitaria — tagliava corto Brandi — e se non la si vuole definire come tale allora non la si guardi neppure». Una simile visione del problema estetico non poteva incontrare, come infatti non incontrò, la condivisione di chi, come me, allora cercava nell’arte soprattutto una derivazione storica, nonché la contingente “ricaduta politica”, sempre a caccia di ricette funzionali al riconoscimento di un ruolo sociale dell’esperienza estetica, eccetera. Ma la convinta e sincera testimonianza degli argomenti e quella voce così autorevole non mancarono di fare il loro effetto.
Del resto, coerente con questa vocazione “impolitica” di studioso liberale e umanista, Cesare Brandi (1906-1988) non si volle mai uomo di potere, come invece fu il caso del suo amico e sodale — ma sempre concorrente — Giulio Carlo Argan, tanto più di lui incline alla vocazione istituzionale tra “misteri dei ministeri”, sovrintendenze alle Belle Arti e mondo delle cattedre universitarie, sia negli anni del fascismo che in quelli della Repubblica. Anche Brandi fu professore emerito nonché uomo di ispettorati e provveditorati. Ma l’incarico istituzionale giunse soprattutto a soddisfare l’amore per l’arte del passato, tanto che la sua dottrina del restauro — fondò con Argan nel 1939 l’Istituto Centrale del Restauro e lo diresse magistralmente fino al 1960 — resta una pietra miliare per la tutela e la conservazione non “falsificante” del patrimonio culturale italiano e mondiale.
Tutt’altro che metodico organizzatore culturale, egli fu in primis uno spirito contemplativo e un temperamento filosofico. Brandi era un esteta affascinato dalle “civiltà formali” che diventavano oggetto della sua attenzione di storico e critico. I libri monografici sui primitivi senesi e fiorentini, sul Canaletto, le osservazioni su Morandi, Burri, Manzù, Guttuso, Ceroli e Pascali, gli studi di architettura, i resoconti di viaggio — in Grecia, in Egitto, in Puglia, in Umbria, in Sicilia —, le riflessioni sui rapporti tra “segno” e “immagine” e sulla figura “astante” — cioè presente, ma “non di questo mondo” — nel riconoscere l’opera d’arte sono un esempio eloquente delle diverse passioni che animarono la sua vita di scrittore e di intellettuale.
La penna sempre levigata, intelligente e puntuale, irrobustita da un originale e ben meditato pensiero estetico — egli si collocava a metà strada tra l’idealismo di Croce e la fenomenologia esistenziale di Heidegger —, non fece mai di lui un ideologo astruso e avulso dallo specifico manufatto d’arte che catturava di volta in volta la sua amorosa cura di analista e intenditore.
Brandi aveva una maniera quasi “poetante” di ricostruire la radice tecnico-espressiva di questo o quel capolavoro, secondo un metodo che intendeva rispettare e fare emergere la particolare “via della forma” perseguita da ogni artista. E, per venire al contemporaneo, nulla lo infastidiva più dei critici che «inventano tendenze» anziché «seguire, indirizzare gli artisti, indicare eventuali errori di gusto» mediante una «lettura particolarizzata» capace di fare emergere la tanto venerata «epifania della forma».
Questa preziosa indicazione di metodo, nonché la tirata d’orecchie agli esegeti del nascente e invasivo “sistema dell’arte” — «rispetto ai primi del secolo — diceva ancora nel 1984 — la situazione è rovesciata: oggi non sono gli artisti a suscitare le teorie, ma è il critico che fa nascere gli artisti» —, conferma ancora oggi tutto il suo pungente e istruttivo valore polemico. E tanto più oggi, a quasi centoventi anni dalla nascita, la lezione di Cesare Brandi si apprezza non solo come uno dei maggiori “monumenti” della letteratura artistica italiana del Novecento, ma soprattutto come salutare esempio di libertà di critica nella convulsa selva oscura della comunicazione culturale contemporanea.
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