Cent’anni di Foucault: dalla critica del potere al coraggio della verità
Dal caso Stern al controllo digitale: nel centenario del filosofo, la critica come pratica di libertà e il coraggio della verità come azione collettiva.

ANSA
Su YouTube si può facilmente trovare una singolare intervista al filosofo Michel Foucault, di cui ricorre il centenario della nascita. Siamo nel 1976. Foucault è invitato alla trasmissione televisiva Apostrophes per presentare il suo ultimo libro, La volontà di sapere (La volonté de savoir). Spiazza il conduttore. Anziché parlare del proprio lavoro, sceglie di portare alla luce una vicenda che rischiava di rimanere nell’ombra: il caso del dottor Mikhail Stern, endocrinologo di Vinnycja. Stern è indagato e messo ingiustamente sotto processo dalle autorità sovietiche per corruzione e altri reati.
Stando a quanto riportano le trascrizioni degli interrogatori, nessuno dei presunti testimoni (contadini, artigiani, operai) conferma le accuse “di Stato”. Un sistema di potere che pretende di governare non solo i comportamenti, ma anche le coscienze, le parole e la possibilità di dire la verità si trova smentito. Questo episodio è interessante non soltanto per il significato politico della scelta. Sembra aprire anche una direzione di ricerca, che emergerà negli anni successivi: il passaggio dall’analisi dei meccanismi attraverso cui il potere organizza e disciplina le nostre vite alla domanda sulle possibilità di sottrarsi alla loro presa. Si tratta di opporsi a quei meccanismi e di trasformare il rapporto che intratteniamo con noi stessi e con gli altri.
Il grande merito degli studi condotti fino ad allora sulla follia, sulla prigione, sulla sessualità e sulle istituzioni disciplinari sta nell’aver mostrato un punto. I meccanismi sociali non agiscono soltanto dall’esterno, imponendo divieti o punizioni. Penetrano nelle forme attraverso cui percepiamo il mondo e distinguiamo il normale dal patologico, il lecito dall’illecito, il vero dal falso. Non sono soltanto gabbie che limitano una libertà originariamente intatta. Sono “dispositivi” che contribuiscono a produrre i soggetti che siamo: i nostri desideri, le nostre abitudini e persino il modo in cui impariamo a giudicarci. La novità di questi imponenti lavori consiste nel contestare l’idea che il potere agisca attraverso limitazioni, impedimenti e repressioni. Il potere, invece, produce realtà, saperi, identità e condotte. Ci attraversa e ci coinvolge, spesso senza che ne siamo consapevoli.
Per questo la critica non può ridursi alla denuncia di un’autorità esterna. Non può nemmeno contrapporre un potere oppressivo a un individuo già libero al suo interno. I meccanismi di potere partecipano alla nostra stessa formazione. Quindi criticare significa interrogare anche ciò che siamo diventati: le verità che abbiamo interiorizzato e le forme di obbedienza che riproduciamo senza bisogno di essere costretti. Ma nell’episodio di Apostrophes si intravede qualcosa che va oltre la diagnosi dei dispositivi di potere. Si apre una domanda. Che cosa accade quando qualcuno, pur dentro una rete di vincoli e condizionamenti, riesce a non coincidere interamente con il ruolo che gli è stato assegnato? Che cosa permette a una persona di non adeguarsi, di testimoniare, di dire ciò che non dovrebbe essere detto? Da dove viene la possibilità di opporsi quando il potere cerca di stabilire non soltanto che cosa dobbiamo fare, ma anche che cosa possiamo pensare e dire?
È qui che la riflessione foucaultiana incontra il problema del coraggio della verità, della parresia: la pratica di dire il vero assumendosi il rischio che questa parola comporta. La verità non è più soltanto un oggetto da conoscere o un sapere da verificare. Diventa una relazione. Coinvolge chi parla, il contesto in cui prende la parola e il rapporto di forza nel quale interviene. Dire la verità può significare esporsi, rompere un silenzio, compromettere la propria posizione. Può significare anche rifiutare la protezione offerta dal conformismo.
In questa prospettiva, il gesto di Foucault in televisione acquista un significato ulteriore. Non è semplicemente un esempio di impegno civile, ma una pratica della critica: l’uso di uno spazio di parola per modificare ciò che può essere visto, ascoltato e discusso pubblicamente. Foucault non abbandona la riflessione sul potere. La porta sul terreno della propria condotta. Il problema non è più soltanto comprendere i dispositivi che governano gli altri. Bisogna interrogare il modo in cui possiamo agire dentro di essi senza riprodurne passivamente le logiche.
La critica, allora, si sposta. Non consiste esclusivamente nello smascherare le strutture che ci determinano. Non cerca nemmeno una verità nascosta dietro ogni discorso. Diventa un esercizio di trasformazione del rapporto con ciò che siamo. Significa riconoscere che forme di vita, istituzioni e identità non sono necessarie soltanto perché esistono. Ciò che è stato storicamente costruito può essere contestato, modificato e reinventato. La libertà non coincide con l’uscita definitiva da ogni rapporto di potere, ma con la possibilità di intervenire in questi rapporti, di modificarli e di non lasciarli diventare l’unico orizzonte possibile.
È questa apertura a rendere Foucault particolarmente attuale. Oggi i dispositivi di controllo non si manifestano soltanto attraverso le istituzioni tradizionali, le leggi o le imposizioni esplicite. Operano anche attraverso le piattaforme digitali, la raccolta dei dati, gli algoritmi di valutazione, la richiesta permanente di prestazione e la necessità di rendersi visibili, misurabili e riconoscibili. Non siamo soltanto sorvegliati. Impariamo ad anticipare lo sguardo che ci valuta e a correggerci. Ci esponiamo secondo criteri che non abbiamo scelto. Trasformiamo la nostra stessa vita in una prestazione da ottimizzare.
In questo contesto, la critica non può limitarsi a denunciare il controllo tecnologico o a invocare genericamente una libertà individuale. Deve interrogare i processi attraverso cui partecipiamo alla nostra stessa governabilità. Deve anche individuare i punti in cui questa partecipazione può essere interrotta. Deve domandarsi quali gesti, quali parole e quali forme di solidarietà consentano di sottrarsi, almeno parzialmente, alle condotte attese.
È proprio qui che l’analisi del potere può incontrare una politica dell’alleanza. La possibilità di resistere non appartiene soltanto a un soggetto eccezionale, capace di opporsi da solo al sistema. Si costruisce anche quando esperienze diverse riconoscono di essere attraversate da meccanismi di dominio differenti. A quel punto trovano un terreno comune di azione. Il coraggio della verità può diventare così una pratica collettiva. Non è soltanto la voce di chi denuncia. È la capacità di creare le condizioni affinché quella voce non venga isolata, delegittimata o ridotta al silenzio.
L’episodio di Apostrophes ci consegna, dunque, un’immagine della critica che non coincide né con il distacco dell’intellettuale né con la semplice opposizione al potere. La critica si realizza quando la conoscenza dei meccanismi sociali diventa capacità di intervenire sulle condizioni della vita comune; quando l’analisi delle forme di assoggettamento apre alla ricerca di pratiche di libertà; quando il sapere non si esaurisce nella descrizione del mondo, ma contribuisce a trasformare il nostro modo di abitarlo.
Forse è proprio questo il movimento più significativo del pensiero di Foucault: comprendere come siamo stati costituiti senza concludere che siamo condannati a rimanere ciò che siamo. Le strutture che ci attraversano non scompaiono per un semplice atto di volontà. Ma non esauriscono neppure tutte le possibilità dell’agire. Tra i meccanismi che ci formano e le condotte che possiamo inventare rimane uno spazio di conflitto, di sperimentazione e di trasformazione. La critica abita questo spazio. Non promette una liberazione definitiva, né indica una strada già tracciata. Mantiene aperta la possibilità di diventare diversi da ciò che il presente ci chiede di essere. Trova il proprio senso più concreto quando questa possibilità si traduce nel coraggio di parlare, di agire e di sostenere chi, nel dire la verità, mette in discussione l’ordine delle cose.
In fondo, il gesto di Foucault è anche un invito a ripensare la funzione dell’intellettuale oggi. L’intellettuale non è colui che possiede la verità e la trasmette agli altri. È colui che interroga le condizioni in cui la verità può emergere e che si assume la responsabilità di contribuire a renderla udibile. La critica, in questo senso, non è soltanto una forma di conoscenza. È una pratica attraverso cui possiamo sottrarre qualcosa all’inevitabilità del presente e aprire, insieme agli altri, la possibilità di vivere altrimenti.
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