Censure, miti e delusioni: tre storie dallo schermo tra polemiche e nostalgia

Dal divieto ai minori per La più piccola al trionfo nostalgico di Michael, fino alla stagione sottotono di Dark Winds: il cinema e la TV tra scelte discutibili, operazioni celebrative e cali d’ispirazione.

Michele AnselmiBattaglia delle Idee
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Fatico davvero a credere, ma è tutto vero, che “La più piccola”, il film della regista franco-tunisina Hafsia Herzi da giovedì 23 aprile nelle sale con Fandango, sia stato vietato ai minori di 14 anni dalla supercommissione ministeriale per “la classificazione delle opere cinematografiche”, nei fatti un organismo di censura composto da 49 “esperti” scelti nel 2024 dal governo Meloni. C’è da vergognarsi, anzi da arrabbiarsi. Mi chiedo: gli autori si faranno vivi stavolta? E con loro i sindacati di categoria (critici e giornalisti)?

Come forse sapete, i 49 membri di quel consesso ministeriale pilotato dal signor Luigi Carbone ha deciso quanto segue: «Riferimenti sessuali espliciti che, pur non essendo trasformati in immagini pornografiche, sono descritti in modo dettagliato e potrebbero influire negativamente sullo sviluppo emotivo dei minori di 14 anni. Per tali ragioni, l’opera è stata classificata con il divieto ai minori di 14 anni e con le seguenti indicazioni tematiche: sesso, linguaggio, turpiloquio e incitamento all’odio».

Fandango ha fatto ricorso ma ci vorranno settimane per avere una risposta, intanto la regista ha fatto sapere: «Il film ha girato il mondo e nessun Paese lo ha mai censurato. Sapere che in Italia il pubblico sotto i 14 anni non può vederlo mi rattrista profondamente».

Dova sarebbe lo scandalo? “La più piccola” racconta, con sguardo delicato e sensibile, senza rinunciare a qualche affondo realistico sul piano verbale, la tormentata scoperta dell’omosessualità da parte di una diciottenne francese di origine algerina, appunto Fatima (il personaggio coincide con la scrittrice Fatima Daas autrice del libro omonimo).

In bilico tra esame di maturità e passaggio all’università, la ragazza è bella, fiera, moderna, gioca a calcio e prega Maometto indossando il velo, ma non è più così sicura di voler sposare il giovanotto che pure l’ama e la rispetta. Sente di essere attratta dalle donne, così prende a frequentare siti di appuntamento, spacciandosi per egiziana e facendosi chiamare con nomi diversi, prima Linda, poi Yasmine.

Cappellino da baseball e tuta Adidas, Fatima è guardinga, anche timorosa, le lesbiche che incontra sono tutte “esperte”, senza complessi intimi, ma prima o poi lei si sbloccherà fisicamente, innamorandosi di una tormentata infermiera coreana conosciuta durante un corso (soffre di asma da stress psicologico).

La forza di “La più piccola” sta nella ragionata freschezza con la quale la regista costruisce il percorso di conoscenza, soprattutto di sé, intrapreso da Fatima. Se l’imam scandisce che «una donna non ha il diritto di toccare le parti intime di un’altra donna», in quanto forma di «depravazione», il professore di filosofia insiste invece sul concetto di emancipazione (da uno Stato, da una Chiesa, da una morale); e lei Fatima sta in mezzo: tormentata nell’intimo ma deciso ad assecondare la sua pulsione. Il problema è: riuscirà a dirlo a sua madre, alle due sorelle più grandi, a suo padre?

Per nulla morboso ma realistico, attento ad evitare scene esplicite di sesso come invece succedeva nel più audace “La vita di Adele”, il film non nasconde nulla, racconta con piglio maturo dinamiche sentimentali e attrazioni fisiche, trovando in Nadia Melliti una protagonista di rara intensità e misura.


Solo nel primo giorno di programmazione, mercoledì 22, “Michael” ha incassato più di 1 milione di euro. Significa che sarà un successo anche da noi. A quanto pare la vita di Michael Jackson “tira” ancora parecchio, anche se il film di Antoine Fuqua evita accuratamente gli ultimi anni i più discussi (“Jacko” morì a 50 anni, il 25 giugno del 2009, a causa di un cocktail letale di sostanze, almeno otto).

Ridotto a poco più di due ore, il “bio-pic” costato 155 milioni di dollari, copre un arco temporaneo che va sostanzalmente dal 1966 al 1984, con una coda tre anni dopo, appunto per raccontare «la nascita di un re», the King of the Pop, tralasciando tutto il resto, a partire dalle faccende spinose legate a sospetti casi di pedofilia anche di recente tornati agli onori della cronaca.

Si può capire: “Michael” nasce con il beneplacito della famiglia Jackson (quasi tutta) e il nipote Jafaar, classe 1996, figlio di Jermaine, incarna il cantante/autore/ballerino nel cuore della sua giovinezza, specie dopo l’esplosione di “Thriller”. Gli somiglia? Moltissimo grazie al trucco. È bravo? Direi di sì, specie nel restituire, in inglese, la celebre vocina, o nel rifare i noti passi di danza, sempre sognando la Neverland di Peter Pan, o nel prendere in braccio lo scimpanzé Bubbles nella lussuosa dimora di Encino preferendolo al tirannico e avido padre Joe, il cattivo della situazione.

Il sessantenne afroamericano Fuqua è un ottimo regista di film d’azione, da “Shooter” alla serie “The Equalizer”, e naturalmente il mestiere si sente nella minuziosa ricostruzione d’ambiente, anche nell’orchestrazione del racconto scritto da John Logan e teso a rilanciare il mito di “Jacko”, in parte infranto dalle accuse di molestie, abusi di sostanze e controversie legali.

Si parte dalla piccola casa operaia di Gary, nell’Indiana, dove i giovanissimi fratelli Jackson vengono sottoposti a prove massacranti dal padre operaio e manesco, facile alle cinghiate, e via via si arriva agli anni Ottanta, quando il contratto con la Motown viene ceduto alla Epic (Cbs) e Michael, ormai sempre più insofferente alle pretese del padre-manager e invece capito dalla madre amorosa, esplode sul piano commerciale grazie al sodalizio artistico con Quincy Jones.

A quel punto, sentendosi “brutto”, decide di farsi assottigliare il naso dal chirurgo plastico e di mettere a punto l’immagine più o meno definitiva, l’arrivo dei suoi video su Mtv, specialmente “Thriller” di John Landis, farà il resto. Ma nel 1984, durante le riprese di un spot per la Pepsi-Cola, un incendio sul palco insieme ai fratelli lo conduce a un passo dalla morte: le ustioni alla testa, la perdita dei capelli, la dipendenza dai farmaci antidolorifici… Porterà a termine il Victory Tour voluto dal padre per lui e i fratelli, ma poi potrà finalmente decidere tutto da solo e affrancarsi dalla famiglia con il “Bad World Tour” del 1987.

L’ossessione per Peter Pan e Neverland, il guanto bianco e il “moonwalk”, i milioni di dollari dati in beneficenza all’ospedale e i discorsi infantili sull’amore, i pupazzoni di Topolino e la grinta sul palco: “Michael” offre più o meno quel promette, ma appunto elimina dal racconto tutto quanto potrebbe offuscare l’immagine del divo.

Il cast è ben assortito, da Colman Domingo a Kendrick Sampson, da Miles Teller a Nial Long, rispettivamente nei pannni del padre, di Quincy Jones, del manager Branca e della madre, le canzoni e i “numeri” sono resi con estrema cura, ma bisogna essere molto patiti del cantante per far finta di nulla.


Purtroppo la quarta stagione di “Dark Winds”, da poco su Netflix, è una mezza delusione. Dev’essere perché l’attore protagonista, il 59enne native-american Zahn McClarnon, s’è messo in testa di passare anche alla regia, e il risultato purtroppo si vede.

La serie coprodotta da Robert Redford, oggi scomparso e omaggiato sui titoli di coda del primo episodio di questo quarto ciclo, mi parve sin dall’inizio suggestiva, tesa, ben girata e recitata, a partire dall’ambientazione: la vita in una riserva Navajo nei primi anni Settanta (il biennio 1971-1972 per la precisione) vista dal punto di vista di un gruppo di poliziotti “tribali”.

Perfetto il mix di crimini, tradizioni, spiritualità, magia, miseria e dignità, amori e disamori, saggezza e ferocia. In linea con i romanzi della serie "Leaphorn & Chee" di Tony Hillerman adattati per la tv da Graham Roland.

Naturalmente anche in questa nuova stagione Zahn McClarnon torna nei panni del tenente Joe Leaphorn. Abbandonato dalla moglie, medita di ritirarsi in pensione nel giro di pochi mesi, passando l’incarico di comandante alla giovane Bernadette Manuelito, a sua volta fidanzata con l’ex federale Jim Chee che però aspira a quel posto. C’è burrasca nell’aria, ma tutto precipita quando una misteriosa killer tedesca, armata di una Luger d'epoca e nascosta nel suo vecchio furgone verde, comincia ad ammazzare apparentemente senza motivo alcune persone nella riserva. A chi sta dando la caccia? E perché la sedicenne Billie, scappata da una scuola cattolica destinata alle ragazze navajo, ha tanto paura di rivelare quanto sta succedendo dopo la morte violenta del cugino e del nonno?

L’indagine porta Leaphorn, Chee e Bernadette a Los Angeles, in un contesto urbano del tutto diverso rispetto a quello western della riserva, tra club del vizio, agenti federali dai metodi sbrigativi, affari immobiliari e vecchi nazisti. Ma qualcosa non funziona nel cambio di scenario, e anche le visioni orribili patite da Chee, dopo essere entrato in un “hogan” contaminato riservato al culto dei morti, non aggiungono granché al clima generale.

Se la tedesca Franka Potente, nei panni dell’implacabile sicaria bionda, introduce un elemento di cupa e minacciosa sensualità, è ancora l’ex modella Jessica Matten, nei panni della poliziotta Bernadette, bella e selvatica, in divisa beige e cappello da cowboy, profondamente legata al mondo tribale, a ispessire la vicenda, mentre McClarnon e Kiowa Gordon, appunto Leaphorn e Chee, sembrano andare col pilota automatico.

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