C'è un nuovo domani
Crescita, uguaglianza, libertà. Per l'Europa per l'Italia. Andiamo!

ANSA
A un bambino regalano una caramella, lui ride contento. Al suo gemello ne danno due. Il bambino piange. Perché? Perché non è giusto.
Questa semplice parabola potrebbe sintetizzare bene uno dei motivi principali della crisi della sinistra nel mondo. L'aver sottovalutato quanto una democrazia non possa resistere a lunghi periodi di crescita delle disuguaglianze. Non può, perché la democrazia è aspirazione alla giustizia, è la speranza di avere un'opportunità.
Dopo il crollo del Muro di Berlino invece, oltre a festeggiare, giustamente, per la fine di regimi totalitari, la fine della guerra fredda e per la libertà di milioni di persone, il pensiero politico della sinistra non ha dato centralità all'imperativo di contenere, correggere e controllare la spinta oppressiva del più forte sul più debole, proposta di fatto dalle destre neoliberiste.
Questo ha prodotto la scomparsa quasi totale di un pensiero critico sul capitalismo in quanto tale. Nel timore di essere associata ai regimi crollati, la sinistra ha finito per accettare l'ideologia neoliberale come orizzonte non negoziabile, il mercato come unico meccanismo efficiente di allocazione, lo Stato come ingombro da ridurre.
Potremmo dire, con una semplificazione forse eccessiva, che ha amministrato il capitalismo invece di correggerlo. Già l'ubriacatura pre-'89 del liberismo di Margaret Thatcher e Ronald Reagan aveva indotto molti a pensare che, in fondo, il tema dello Stato "oppressore" fosse in qualche modo fondato.
Ma una democrazia che non include crea delusione, solitudine, rabbia. Qui affonda le radici la forza delle nuove destre nazionaliste.
In assenza di una resistenza alla globalizzazione di stampo solidaristico, si è affermato un antiglobalismo di destra, sovranista e in parte autoritario. Colpisce il sistema e i suoi interpreti: i partiti, i sindacati, le forze sociali e politiche delle democrazie occidentali.
Oggi, dopo anni di dure battaglie, sembra che tutto questo sia più evidente. C'è un nostro sforzo sincero di recuperare una posizione "più a sinistra", intesa come più netta e chiara collocazione a difesa dei più deboli, ma nel frattempo è cambiato tutto.
Questa ricollocazione, senza una profonda ricerca su come raggiungere questi obiettivi, non basterà.
Il terreno è cambiato sotto i piedi.
Il capitalismo digitale è radicalmente diverso. Ha trasformato il modo di produzione della ricchezza, rendendosi autonomo dalle forme di redistribuzione del Novecento: fiscalità nazionale, contrattazione del lavoro, welfare.
Non è un caso che i teoremi politici della nuova destra americana, indirizzata da alcuni di questi oligopolisti, siano: niente tasse, niente diritti, niente redistribuzione, perché questo limita la libertà di "fare" degli individui.
L'ordine mondiale, dunque, così come le democrazie che lo sostengono, sono, secondo queste teorie, diventati obsoleti, un limite, addirittura "l'anticristo".
È fondamentale comprendere questo cambio di scala.
Dal 1945 le destre volevano affermare le loro idee "nelle" democrazie; almeno una parte della destra contemporanea pensa che parte del problema sia "la" democrazia e l'ordine mondiale che ne è derivato, imperfetto certo, ma basato non solo su interessi, ma anche sull'equilibrio internazionale, sulla pace e su valori e diritti.
L'affermazione dell'ordine del più forte cosa sta producendo? Guerre, scelte arbitrarie di alcune grandi potenze, violazione dei diritti.
Sono i risultati di questo sistema dell'arbitrio, imposto dalle destre, che rendono più solo, fragile e insicuro il cittadino, non certo la sanità pubblica pagata con la fiscalità progressiva.
È l'impennata dei costi dell'energia e dell'incertezza, nata da guerre e dazi, che ha svuotato le tasche degli italiani e offuscato una prospettiva di futuro, non certo i costi per un immigrato proveniente dalla Libia o dal Marocco.
Dobbiamo agire e proporre in alternativa.
Contro tutto questo occorre combattere, chiamando a raccolta non solo la politica, ma forze produttive, culturali e sociali, per rifondare un pensiero che deve avere come anima una piattaforma che susciti di nuovo speranza, tenendo insieme tre pilastri del nostro modello di sviluppo fondamentali per garantire il benessere di una comunità: crescita, uguaglianza e libertà.
Per farlo, in primo luogo, è fondamentale riscoprire una cultura del bene comune. Superare il primato dell'io. Perché, per usare le parole di Papa Francesco, "il tutto è superiore alla parte".
L'io e le nazioni come propone la destra non sono una soluzione per affermare la dignità umana.
È l'illusione della sicurezza ma in realtà aprono la strada alla solitudine e alla paura e poi alla guerra nel caso dei nazionalismi.
La destra dunque ha avuto dei successi ma l'esito delle sue politiche non muta: disuguaglianze, nazionalismo, guerra e oggi in maniera drammatica distruzione del pianeta per il rifiuto ideologico di affrontare i cambiamenti climatici.
Tocca a noi, per questo, riprendere l'iniziativa.
Dobbiamo avere coraggio di riproporre un progetto collettivo alternativo, per cambiare davvero la vita delle persone attorno ai valori costituzionali.
Perché ciò che è a rischio è la democrazia.
Insieme, dunque, occorre affrontare il tema, il convitato di pietra di questo tempo: non produciamo più a sufficienza i beni che il mondo consuma.
È il modello di sviluppo che non si è innovato, è avviato a un declino produttivo ormai strutturale, non redistribuisce in maniera adeguata la ricchezza e distrugge il pianeta.
È la stessa umanità che si trova a un bivio. È prevalso un modello distruttivo del pianeta e della dignità umana.
Non si "autoregolerà" se non ci sarà una svolta o se a governarlo rimarranno queste destre.
Qui c'è una missione possibile per la sinistra: riprendere in mano l'Europa e i suoi destini come grande progetto di trasformazione del mondo.
Perché solo a livello europeo si può pensare di affrontare credibilmente il tema della crescita della sua quantità e qualità che deve essere improntata alla sostenibilità altrimenti non crea, distrugge e basta.
L'Europa ha bisogno non di "abbandonare" il modello sociale per essere più competitiva, ma di importanti investimenti per recuperare i ritardi, innovare e, insieme, diventare protagonista della nuova stagione che il mondo sta attraversando.
Non esiste competitività senza coesione sociale. E quindi la stagione dell'innovazione degli strumenti di produzione deve essere complementare e accompagnata da meccanismi di redistribuzione e produzione del benessere.
Il Green Deal è stato un progetto e una visione corretti, ma stiamo pagando il prezzo di non aver previsto le risorse necessarie per attuarlo. Non bisogna tornare indietro negli obiettivi, ma capire che solo un'Europa che investe può attuarlo.
L'Europa come strumento per crescita e giustizia, dunque, e poi libertà.
La libertà nelle democrazie era il compromesso tra leggi, equilibri, diritti, doveri, sicurezze e un sistema economico che aspira alla realizzazione delle persone.
Tutto è in discussione. Le destre usano il malessere dei delusi per abbattere le regole e i diritti.
Con il digitale si sono affermati poteri che volano e agiscono sopra gli Stati e hanno come obiettivo il profitto possibile, anche a costo di affermare nuove forme di dominio e dipendenza.
Occorre pensare a un nuovo domani. Indicare una prospettiva possibile, un altro orizzonte da costruire insieme.
Aprire un cantiere per un'Europa nuova, federale, che torni a essere il modello democratico del nuovo secolo.
Per questo sarà importante avviare un confronto collettivo, l'Italia da noi attende questo.
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