Catherine, Nathan e la storia dei “rovina famiglie”

ANSA
Nel 2015, ad Acquaformosa al Festival delle Migrazioni incontrai Anna (la chiamerò così) che mi raccontò la sua storia di emancipazione e di riscatto. La famiglia aveva bisogno del suo lavoro e la scuola era rimasta fuori dalla sua infanzia, come qualcosa di distante, quasi estraneo. Molti anni dopo, ormai adulta, aveva deciso di tornare a studiare. Frequentava corsi serali, imparava a leggere, scrivere, a far di conto, la storia e la geografia. Lo raccontava con un orgoglio quieto, come se stesse recuperando qualcosa che le era stato sottratto troppo presto: “È quando impari a leggere che il mondo diventa grande.” Per lei aver avuto l’opportunità di tornare a scuola era la giusta riparazione per aver dovuto soggiacere ad un ordine che l’aveva costretta, per le necessità della famiglia, a rimanere analfabeta per molti anni. Questa piccola storia mostra che le decisioni prese dentro la famiglia rimangono invisibili e sottratte alla partecipazione pubblica. Per questo la famiglia non può essere considerata uno spazio neutro o intoccabile: è uno dei luoghi in cui il potere si riproduce e si trasmette tra le generazioni.
Le scelte di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion non nascono nel vuoto. Sono figlie di una lunga tradizione culturale che ha definito la famiglia come spazio separato dalla società e sottratto alla responsabilità pubblica. Questa idea di famiglia, autosufficiente, chiusa, sovrana sulle proprie decisioni è una delle eredità più persistenti del patriarcato. Per secoli il patriarcato ha concepito la famiglia come una piccola giurisdizione domestica, un luogo in cui l’autorità degli adulti non poteva essere messa in discussione e in cui il destino dei figli era considerato una questione esclusivamente privata.
Nel procedimento che interessa la famiglia di Catherine e Nathan, avviato presso il Tribunale per i minorenni dell’Aquila nel corso del 2025, gli atti e i provvedimenti finora resi mostrano una struttura argomentativa riconducibile al quadro ordinario del diritto minorile italiano. L’intervento dell’autorità giudiziaria non appare fondato su una valutazione di illegittimità del modello educativo scelto dai genitori o dello stile di vita familiare in quanto tale, ma sulla verifica dell’eventuale esistenza di condizioni di rischio o di pregiudizio per i minori.
La vicenda giudiziaria prende forma progressivamente nel corso del 2025. In una prima fase l’intervento si concentra soprattutto sul piano sanitario e di monitoraggio, con il coinvolgimento dei servizi territoriali e con la richiesta di verifiche sulle condizioni di salute dei bambini. Solo successivamente, con l’ordinanza del novembre 2025, il Tribunale dispone la sospensione della responsabilità genitoriale e l’affidamento dei minori ai servizi sociali, con il collocamento in una struttura protetta.
Nel provvedimento vengono richiamati diversi elementi ritenuti rilevanti ai fini della tutela dei minori: le condizioni abitative, la difficoltà nella presa in carico sanitaria, l’isolamento sociale e la mancata frequenza scolastica. In alcune ricostruzioni degli atti e delle relazioni dei servizi sociali compare inoltre il riferimento a un episodio di intossicazione alimentare che avrebbe coinvolto i bambini nel contesto domestico. Tale episodio non risulta costituire il fondamento autonomo del provvedimento giudiziario, ma viene indicato come uno degli elementi considerati nella valutazione complessiva delle condizioni di vita dei minori.
È significativo osservare che negli atti disponibili non emerge una censura esplicita della scelta di vivere in un contesto isolato o di ricorrere all’educazione parentale. L’ordinamento italiano, infatti, riconosce la possibilità dell’istruzione parentale e tutela la libertà educativa della famiglia, purché siano garantiti i diritti fondamentali dei minori. Il punto centrale del procedimento sembra dunque essere la valutazione del rapporto tra libertà educativa dei genitori e interesse del minore, inteso come diritto alla salute, all’istruzione e allo sviluppo della personalità.
Questa impostazione viene sostanzialmente confermata anche nella fase di reclamo davanti alla Corte d’Appello dell’Aquila, che nel dicembre 2025 respinge l’impugnazione proposta dai genitori e conferma la permanenza dei bambini nella struttura protetta. Anche in questa sede il baricentro della motivazione risulta concentrato sulla valutazione delle condizioni di socializzazione e di crescita dei minori e sulla necessità di un periodo di osservazione neutra da parte dei servizi sociali.
Il procedimento prosegue successivamente con ulteriori relazioni dei servizi sociali e con la disposizione di una consulenza tecnica volta a valutare la situazione familiare e la capacità genitoriale. I provvedimenti successivi del Tribunale si inseriscono quindi nella fase istruttoria del procedimento e riguardano principalmente l’organizzazione dell’osservazione dei minori, la raccolta di elementi tecnici e la verifica delle condizioni di eventuale ricongiungimento familiare.
Nel complesso, la sequenza degli atti e delle decisioni adottate, sembra collocarsi nel quadro tipico degli interventi di protezione previsti dal diritto minorile, nei quali l’autorità giudiziaria interviene non per giudicare in astratto le scelte di vita della famiglia, ma per accertare se, nel caso concreto, le condizioni di vita dei minori possano incidere sul loro sviluppo e sul pieno esercizio dei diritti fondamentali riconosciuti dall’ordinamento nazionale e dalle convenzioni internazionali
In questa prospettiva, il caso si colloca dentro una questione più ampia che attraversa da tempo il diritto di famiglia: il rapporto tra autonomia educativa dei genitori e responsabilità pubblica nella tutela dei diritti dei minori. Il procedimento giudiziario interviene infatti nello spazio tradizionalmente considerato “privato” della vita familiare non per sindacare le convinzioni o le scelte culturali dei genitori, ma per verificare se tali scelte, nel concreto svolgersi della vita quotidiana, garantiscano o meno le condizioni minime di salute, istruzione e sviluppo che l’ordinamento riconosce come diritti fondamentali di ogni bambino.
In questo quadro, la figura di Catherine assume un rilievo particolare, perché consente di osservare come le scelte educative e le rappresentazioni della vita familiare siano state progressivamente tradotte, nel discorso pubblico, in una narrazione che ha contribuito a ridefinire il confine tra autonomia privata e responsabilità collettiva nella tutela dei diritti dei minori.
La posizione di Catherine, si può leggere alla luce di due importanti teorie: la teoria dell’etichettamento di Howard Becker e la teoria del potere simbolico elaborata da Pierre Bourdieu. Questi due approcci aiutano a comprendere, come la rappresentazione di un soggetto possa formarsi progressivamente attraverso dinamiche sociali e discorsive che non coincidono necessariamente con un accertamento giuridico esplicito.
Howard Becker ha mostrato che la devianza non è una qualità intrinseca delle azioni, ma il risultato di un processo sociale di definizione. In Outsider”, Becker sostiene che un individuo diventa “deviante” quando gruppi sociali dotati di autorità stabiliscono regole e applicano etichette a chi viene percepito come trasgressore. In questa prospettiva, ciò che conta non è solo il comportamento concreto, ma il modo in cui esso viene interpretato, descritto e classificato dagli attori istituzionali. Applicando questo schema al caso di Catherine, colpisce il fatto che negli atti non emerga una formale dichiarazione di inadeguatezza materna, tuttavia, nel corso del procedimento, la sua figura sembra progressivamente collocata al centro della responsabilità della scelta familiare. Questo meccanismo ricorda precisamente il processo descritto da Becker: la costruzione di una posizione problematica attraverso una dinamica di attribuzione sociale.
Il contributo di Pierre Bourdieu consente di approfondire ulteriormente questa lettura. In La forza del Diritto, Bourdieu descrive il diritto come un campo dotato di potere simbolico, capace di produrre classificazioni che appaiono naturali e legittime. Il linguaggio giuridico e amministrativo non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a strutturarla, stabilendo categorie e gerarchie di legittimità. In questo quadro, anche le relazioni tecniche, i dossier e le comunicazioni istituzionali partecipano alla produzione di una rappresentazione socialmente riconosciuta dei soggetti coinvolti.
Letta attraverso queste due prospettive, la posizione di Catherine appare quindi come il risultato di un processo più complesso della semplice applicazione di una norma. Da un lato, la dinamica di etichettamento descritta da Becker aiuta a comprendere come la responsabilità possa essere progressivamente attribuita a un individuo anche in assenza di una dichiarazione formale di inidoneità. Dall’altro, la teoria del potere simbolico di Bourdieu mostra come le istituzioni, attraverso il loro linguaggio e le loro pratiche, contribuiscano a produrre una rappresentazione legittimata della realtà. L’intersezione di questi due processi può generare una situazione in cui la figura di un soggetto viene progressivamente definita come problematica non tanto per ciò che gli atti dimostrano in modo diretto, ma per il modo in cui il caso viene interpretato e organizzato all’interno del campo istituzionale.
È in questo punto che la vicenda entra pienamente nello spazio pubblico: la presa di posizione pubblica non si limita infatti a commentare il caso, ma contribuisce a riorganizzarne il significato, trasformando una questione giuridica complessa in una narrazione fortemente polarizzata.
Quando una vicenda complessa entra nello spazio mediatico attraverso una narrazione semplificata e fortemente schierata, il conflitto tende a essere riorganizzato secondo schemi binari: vittime contro persecutori, libertà contro imposizione, oscurando la complessità delle relazioni concrete e delle responsabilità istituzionali. In questi casi si attiva quello che Howard Becker descrive come un processo di etichettatura: gli attori sociali vengono progressivamente incasellati in ruoli narrativi rigidi che orientano l’opinione pubblica e condizionano anche il modo in cui gli stessi protagonisti percepiscono la propria posizione.
Dentro questa dinamica, la comunicazione pubblica non si limita a descrivere i fatti, ma contribuisce a ridefinire i rapporti di forza tra i soggetti coinvolti. Come ha mostrato Pierre Bourdieu, il campo mediatico esercita un forte potere simbolico: produce interpretazioni legittime della realtà e attribuisce capitale morale ad alcuni attori mentre ne sottrae ad altri. Una narrazione pubblica costruita quasi esclusivamente a sostegno dei genitori ha quindi generato un duplice effetto. Da un lato ha rafforzato nei genitori la percezione di essere oggetto di un’ingiustizia, riducendo lo spazio di riconoscimento delle responsabilità che il diritto attribuisce agli adulti nella tutela dei minori. Dall’altro lato ha contribuito a delegittimare la posizione di Catherine, trasformando una figura che agiva all’interno di un sistema di protezione istituzionale in un bersaglio simbolico della mobilitazione pubblica Quando una vicenda viene progressivamente raccontata attraverso una narrazione polarizzata, si produce un effetto di disorientamento relazionale. La rappresentazione pubblica del conflitto finisce infatti per ridefinire le relazioni tra i soggetti coinvolti: i protagonisti iniziano a interpretare se stessi e gli altri non più sulla base delle relazioni concrete e dei ruoli istituzionali, ma attraverso il quadro interpretativo costruito dalla narrazione pubblica. Le funzioni di tutela o di mediazione possono così essere percepite come atti di ostilità personale, mentre le scelte private vengono reinterpretate come forme di resistenza o di autodifesa.
In tale contesto, le figure percepite come rappresentanti delle istituzioni o come portatrici di un ruolo di responsabilità pubblica diventano più facilmente bersagli simbolici della mobilitazione collettiva.
La nota deò 9 marzo del Tribunale contribuisce a ricollocare la vicenda dentro il suo perimetro giuridico: una decisione presa sulla base delle relazioni dei servizi e delle norme che regolano la tutela dei minori, non su valutazioni ideologiche o morali sulla famiglia. Questo elemento è rilevante perché segnala la distanza tra il linguaggio del diritto, che procede attraverso atti, relazioni tecniche e verifiche progressive, e il linguaggio pubblico, che tende invece a condensare casi complessi in narrazioni più semplici e polarizzate.
In questa distanza si colloca anche la percezione pubblica della figura di Catherine. Come ha mostrato Howard S. Becker, nei conflitti sociali la definizione dei ruoli non deriva solo dai fatti ma anche dai processi di attribuzione narrativa che si sviluppano nello spazio pubblico. E, come ha osservato Pierre Bourdieu, il campo mediatico esercita un forte potere simbolico: tende a produrre interpretazioni che, una volta stabilizzate, orientano la percezione collettiva degli eventi. Catherine è una vittima.
La lettura proposta da Massimo Ammaniti si colloca dentro una tradizione psicologica che attribuisce al legame di attaccamento tra genitori e figli un ruolo quasi esclusivo nello sviluppo infantile. Ma questa prospettiva rischia di ridurre una questione giuridica e sociale complessa a un problema puramente affettivo. Le teorie delle capacità di Martha Nussbaum ricordano invece che lo sviluppo umano dipende dall’accesso effettivo a opportunità educative, relazionali e culturali. In questa prospettiva il punto non è stabilire se i genitori amino i loro figli, ma se quei bambini abbiano accesso al mondo. Ed è precisamente questo diritto al mondo, alla scuola, alle relazioni, alla pluralità delle esperienze, che le istituzioni pubbliche sono chiamate a garantire.
Dentro questo spazio di tensione si colloca anche la sofferenza di chi lavora nei servizi pubblici, nelle comunità educative e nelle istituzioni giudiziarie. Gli operatori sono chiamati ad agire in uno dei punti più delicati dello Stato Sociale: quello in cui la tutela dei minori richiede di intervenire nella vita familiare. Quanto scrive Michela Marzano ci riporta a una questione più ampia e più scomoda. Il punto non è soltanto stabilire chi abbia ragione dentro questa vicenda specifica, ma interrogarsi su come una democrazia affronta i conflitti che riguardano i diritti dei bambini e delle bambine. Marzano insiste su un elemento essenziale: quando si parla di minori, il dibattito pubblico non può ridursi a una disputa ideologica tra libertà assoluta dei genitori e intervento dello Stato. In mezzo ci sono soggetti che non hanno voce propria e che l’ordinamento ha il dovere di tutelare.
Questo deve indurre tutti a una maggiore assunzione di responsabilità.
Responsabilità, di chi ricopre incarichi pubblici. Chi ha funzioni istituzionali, politiche e di rappresentanza deve astenersi dall’intervenire su vicende giudiziarie complesse con dichiarazioni semplificate o emotive. Il rischio è quello di delegittimare il lavoro dei servizi pubblici che agiscono dentro un quadro normativo spesso in condizioni di grande pressione. La politica, quando entra in questi casi, dovrebbe farlo per chiarire, contestualizzare e difendere la complessità delle decisioni pubbliche. La funzione è quella della tutela dei bambini e dei loro genitori non certo quella di ergerli a vittime di un sistema pubblico nemico e nefasto.
Responsabilità di chi utilizza i social network per costruire narrazioni fortemente distorte dei fatti. È noto quanto velocemente, nello spazio digitale, si attivino dinamiche di semplificazione e di mobilitazione emotiva che trasformano vicende giuridiche delicate in campagne di indignazione permanente. In questi processi si produce spesso una comunicazione deviante: selezione parziale delle informazioni, costruzione di capri espiatori, attribuzione arbitraria di colpe. Il risultato non è soltanto la disinformazione, ma anche l’esposizione pubblica di persone, operatori, giudici, famiglie, che diventano bersaglio di campagne aggressive.
La responsabilità che riguarda anche tutti noi. Ogni volta che condividiamo una narrazione semplificata, ogni volta che accettiamo di leggere una vicenda complessa attraverso lo schema immediato delle vittime e dei persecutori, contribuiamo a impoverire lo spazio pubblico. Le democrazie funzionano quando la discussione collettiva riesce a tenere insieme diritti, responsabilità e complessità. Quando invece prevale la logica della tifoseria arrivando allo scherno dei pensieri altrui, il rischio è che le storie che riguardano la vita concreta delle persone e la tutela dei minori, vengano trascinati dentro conflitti simbolici che danneggiano tutti.
È questo il punto più importante che ci riporta ad Acquaformosa: la tutela e la promozione dei diritti dei bambini e delle bambine richiede qualcosa di più difficile della semplice indignazione: richiede rigore, prudenza e senso di responsabilità comune. Quella che ha permesso ad Anna di imparare a leggere e di vedere il mondo grande.
Le ultime righe sono per le operatrici e gli operatori dei servizi sociali, tutti i giorni in frontiera, svalutati nella loro professione, titolati come “rovina famiglie”. Quante notti insonni ho passato prima di prendere la decisione di allontanare una figlia o un figlio dalla propria madre, mille domande, l’angoscia di dover scegliere per il “bene” dei minori e per il “bene” della madre, pensare al proprio figlio; si pensano tutte le proposte possibili, non se ne trascura una e si spera che tutto vada per il meglio. Poi ci sono storie di vita che non ti lasciano alternativa e proprio perché si è carichi di quella “responsabilità collettiva”, si prende la strada che non vorresti mai imboccare.
La mia vicinanza va a loro, per quella vulnerabilità umana che è parte di ognuno di noi.
Cari Nathan e Catherine guardatevi da chi vi grida dal loro smartphone che siete nel giusto, alla scomparsa del riflettore scompariranno anche loro, senza lasciare traccia. Loro, i “rovina famiglie”, vi apriranno ancora la loro porta, saranno ancora accanto a voi.
Non dubitate.