Caro diario, quante ne abbiamo passate: intervista a Susanna Nicchiarelli

Da Paradise City ai suoi film, Susanna Nicchiarelli racconta bullismo, memoria e identità: trasformare il dolore in energia creativa e politica

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ANSA

«È forse la cosa più bella del mio lavoro, passare dalla verità al racconto, alla rappresentazione e coniugare il rispetto di ciò di cui parli con la forma che devi adottare per arrivare a tutti»: Susanna Nicchiarelli è una regista, e dal 2009 a oggi ha fatto sei film. Con il suo esordio, Cosmonauta, ha vinto a Venezia la sezione di ricerca, Orizzonti, per poi essere selezionata, nella stessa manifestazione, nel concorso ufficiale, negli anni successivi, con film come  Nico, 1988 (sulla celebre cantante dei Velvet Underground), Miss Marx (sulla figlia dell’autore del Capitale) e Chiara (sulla santa, compagna di strada di Francesco, e fondatrice dell’ordine delle clarisse): tutte figure femminili che nei suoi film sembrano essere risarcite dalla specificità e profondità di uno sguardo inedito. Ma la conversazione che segue, che ha avuto luogo a Treviso, nella cornice gotica della chiesa di Santa Caterina, per il ciclo di incontri “Cinema è letteratura”, curato dagli autori di questa intervista e da Luca Dal Molin, ha avuto come protagonista una figura diversa: lei.

Come si scopre dal libro autobiografico che ha da qualche mese pubblicato, Paradise City (Mondadori), la protagonista scopre al primo anno di liceo scientifico, ad una festa, senza preavviso, che i compagni di scuola la chiamano “puzzola”. Li intercetta accidentalmente mentre la sbeffeggiano per il suo presunto cattivo odore.

Questo shock è una ferita primigenia, una cicatrice da cui si dipartono, come una sassata su un parabrezza, tutte le linee che definiranno la sua adolescenza e il modo in cui sopravvivervi definirà la persona adulta che ne verrà fuori: «la parte più ingombrante e dolorosa, quella più cattiva e soffocante, è nata quella notte di novembre». Sembrerebbe una tipica esagerazione dell’adolescenza quando fisiologici incidenti di percorso, insensibilità dei coetanei, eccesso di fragilità trasformano inezie in catastrofi. Il resto del libro, però, disegna una via crucis adolescenziale documentata da una fitta redazione di diari che la Nicchiarelli ha deciso a un certo punto di tirare fuori dagli scatoloni. E farne un libro

Quando si usa la realtà per raccontare, come hai fatto tu, c’è sempre il dovere di capire fino a che punto puoi farlo coinvolgendo persone autentiche. Come ti sei regolata?

Ho cercato di essere più rispettosa possibile, in alcuni casi ho cambiato delle cose, prima di tutto i nomi. Sapendo bene che, in ogni caso, se qualcuno di loro avesse comprato e letto il libro si sarebbe certamente riconosciuto. Del resto, una volta che era in libreria, ho scritto in una chat di classe: «presento questo libro».

Le reazioni? Molto interessanti. Per quanto riguarda quelli che proprio cantavano i cori più cattivi di tutti, insultandomi (“Puzzola”, “crosta”, ecc), silenzio. Se mai abbia sperato in una sorta di riscatto, non c'è stato nessun riscatto. È la storia del riscatto, che è insensata e inverificabile. Avrei mai potuto dirgli. «Voi mi prendevate in giro e mi trattavate in quel modo ma poi io ho vinto Orizzonti a Venezia»? Ma che gliene frega a loro? Non sanno manco che c'è un festival di Venezia, forse. Voglio dire: ognuno vive nella sua bolla, nel suo mondo. Il riscatto, se esiste, è dentro di te. Non certo perché loro poi dicano: «Ah, mi sono sbagliato, non eri una crosta». No, questo non succede.

Il dolore che hai provato e che racconti con una sincerità a tratti scorticante nel libro, ha lasciato una traccia maggiore a causa della loro superficialità o della loro cattiveria?

Devo dire, a questo proposito, che sono arrivati dei riscontri strani che mi hanno inquietato moltissimo. Alcuni compagni di classe mi hanno detto: «Guarda che non era così!». «Tu non eri così sfigata, ti ricordi male, hai esagerato nel ricordo». E questo l'ho trovato molto interessante, molto terapeutico, anche per me, perché è chiaro che, nella negatività, ci vediamo al centro del mondo. Ma non è vero. Molti di loro non si sono neanche accorti di ciò che io ho passato in quegli anni, in quella classe. Magari di me si ricordavano per delle cose molto più interessanti. Una mia amica si è arrabbiata con me e mi ha detto: «Tu sei la persona che mi ha fatto ascoltare questa musica, che mi ha parlato di questo e quello, che mi ha fatto conoscere molte cose importanti. Non eri una che stava in un angolo a piangere perché la prendevano in giro». Ma allora, perché quella è l'immagine che ho registrato io e che restituivo al di fuori di me? La verità è che io combattevo una battaglia disperata per essere accettata.

Il bullismo maschile di cui racconti è odioso e imbarazzante ma per certi versi, l'elemento più toccante del libro, è la maniera in cui la protagonista cerca ossessivamente di chiedere alle persone che presume possano esserle vicine, ovvero le sue amiche, per quale ragione sia al centro di questa attenzione negativa. Senza successo

Cosa sbaglio? Chiedersi questo accade nella vita in generale. Cosa faccio di sbagliato? Poiché non lo so, ho l'impressione che ci sia qualche segreto, qualcosa che non abbiamo capito. E questo, a quell'età, è un assillo molto presente. Io ce l'avevo, ce l'ho ogni tanto anche adesso. Magari c’è qualche segreto che voi tutti custodite, su come si deve vivere nel mondo, come si deve stare al mondo, e io, per qualche ragione, questo segreto, non l’ho mai conosciuto. La verità è che se hai una personalità, sbagli di continuo. Magari alzi la mano, dici quella cosa in classe che dà fastidio per chissà quale motivo. Sbagliare: è così facile. E tu, però, a quell'età hai l'impressione: « se non avessi detto questa cosa allora, gli altri non mi tratterebbero e guarderebbero in quel modo».

E questo vale anche per le donne tra loro?

Quello che dicevi sulle amicizie femminili, quella è una cosa molto complicata. A volte penso che faccio i film sulle donne per riscattare il fatto che invece il mio rapporto col mio femminile è stato complicatissimo, perché con le amicizie femminili era un disastro al liceo. Io combattevo per essere accettata dai maschi. E forse, in qualche modo, riconoscere e accettare la propria parte femminile, era molto più interessante. E invece con le femmine, l’amicizia non è mai andata come volevo. Credo perché non c'era la solidarietà che c'è adesso. Credo che adesso ci sia molta più solidarietà fra le ragazze, questo lo vedo con mia figlia.

Il rapporto con la famiglia. Dal libro si esce con l’idea che le famiglie non abbiano né la voglia né la capacità di intercettare questi problemi, tanto meno di risolverli: hai l'impressione che la tua famiglia o abbia fatto finta di niente oppure non abbia saputo come intervenire

Le famiglie minimizzavano, le famiglie tamponavano. Facevano questo, non si facevano delle domande. Voglio dire, io mi ricordo: siamo a Roma Nord, tutti ragazzini ricchi, io ho una macchina fotografica che porto a una festa, porto una macchina e torno dalla festa che mi hanno rubato la macchina fotografica. Non è una cosa grave? A casa mia passò completamente sotto silenzio. Mia madre non dice nulla ma mi ricompra questa macchina fotografica. Ma insomma, vuoi chiedere chi c'era a ‘sta festa? Oggi abbiamo paura del contrario, di essere troppo protettivi, di interessarci troppo. Però io rimango ancora sconvolta, pensando a quell’episodio e in generale a quell’atteggiamento. Possibile che io torno a casa e ti dico che mi chiamano puzzola e crosta, che me lo urlano in faccia, lo scrivono nei bagni e tu non dici nulla ai professori? Erano così i nostri genitori. Forse erano talmente presi da loro stessi, forse pensavano che era normale: Ma non è normale.

Forse perché a loro volta avevano vissuto in un mondo in cui questa cosa era normale

Certo, mia madre mi diceva: «Mi succedeva pure a me, c'avevo i brufoli, c'avevo quello che mi chiamava così, quell’altro che durante l’interrogazione mi insultava dal primo banco». Lei mi consolava dicendomi: "É successo anche a me”. Ma non deve più succedere. Infatti io a mia figlia le ho detto: «Se ti dicono qualcosa, tu devi dirgli…». E ho fatto proprio l'elenco degli insulti.

Quando farai leggere ai figli questo libro?

Luciana, che ha 12 anni, l'ha letto. Giacomo ha 7 anni.

Cosa ha detto?

Mi ha detto: eri un po' depressa. Usano questa parola, ‘depresso’, i ragazzi. Depresso è un'altra cosa. Comunque, credo che, sì, l'aiuti. Insomma, spero che non ne abbia bisogno.

Non possiamo non chiederti: perché non hai fatto un film? Perché hai deciso che sarebbe stato meglio scriverne?

Un film da tutto questo mi piacerebbe molto farlo. Io lo voglio fare. Però quello che ho fatto è lavorare sui miei diari. La cosa che per me era importante era lo sguardo dall'interno. Voglio dire, rileggendoli, adesso, mi sembra evidente che si tratti, per certi versi, di una sorta di mente paranoica: è la storia di una ragazzina che non si sa guardare allo specchio, che non capisce e che continua a chiedersi angosciata: “Sono bella o sono brutta?”. Cioè, la cosa interessante di questi diari è che magari era tutto nella mia testa. E questa cosa io non la escludo, eh. Magari questi mi hanno preso in giro 3 volte e io l'ho ingigantita. Al cinema non ho mai usato la voce fuori campo o la prima persona, invece il diario non è altro che questo. Però penso che partendo da quella storia possa venire un film, su quegli anni, su quell'ambiente, quell'Italia tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, che è stata ancora molto poco raccontata e che invece è alla base di tutto quello che siamo diventati dopo.

Oggi abbiamo anche capito che questi bulli, il controcampo dello sguardo della protagonista del libro, annidano dentro di sé un disagio altrettanto preoccupante, forse bisognerebbe innanzitutto pianificare un'educazione e seguire anche queste persone che poi continuano a fare danni anche nella loro vita adulta

Sì, però il nostro problema non sono, secondo me, i colpevoli. Il nostro problema invece è dare gli strumenti alle vittime, tra virgolette, per trasformare tutto questo in energia creativa. Energia politica. Per me è stato proprio questo. La ribellione a tutto ciò è diventata ribellione a quel privilegio, a quella classe sociale, a quel modo di vivere. Oggi, ancor di più, i ragazzi hanno bisogno di un senso, quando fanno le occupazioni, i cineforum, i collettivi. Altrimenti stai lì solo a combattere per i voti. La vita del liceale è una vita complicata. Questa è la cosa più importante per cui dobbiamo combattere, anche noi adulti: avere degli spazi dove possano incontrarci, dove stare insieme e che non siano spazi di consumo ma di condivisione. Questa è l'unica cosa che possiamo fare.

Credo sia stato Roland Barthes a dire che chi scrive un romanzo lo fa per essere amato e chi scrive un diario lo fa per essere amato per il fatto stesso che esiste. Rileggendoli, ti sei mai interrogata sul fatto che, in qualche modo, stavi anche scrivendo a te stessa pensando che li avresti riletti e avresti provato qualcosa del genere?

Non ci avevo mai pensato, però, effettivamente, perché uno tiene un diario se non per leggerlo? Io i diari li ho tenuti nel periodo più doloroso della mia vita, poi non l’ho fatto mai più. Ho avuto periodi felicissimi dove non ho tenuto un diario. Quindi, forse, evidentemente, uno lo tiene perché sa che ti consola l'idea che un giorno leggerai e dirai: «Ah, guarda, è finita!». Come se fosse un periodo che tu sai che, prima o poi, si dovrà concludere. Per fortuna.

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