Carmine Fotia racconta Bettino Craxi: «Le sue idee lievito culturale per una sinistra smarrita»
Tra memoria personale e bilancio politico, il libro rilegge la figura di Craxi e il lascito socialista riconoscendo errori, ragioni e intuizioni ancora attuali.

ANSA
Dopo una vita attraversata dal giornalismo, dalla politica e dall’impegno civile, Carmine Fotia, autore di Scusaci Bettino (Heraion, 2025), rilegge il proprio rapporto con Craxi e con una stagione decisiva della storia italiana. Da Calvi dell’Umbria, dove oggi vive tra letture, riflessioni e scrittura, nasce un libro che non vuole assolvere né celebrare, ma interrogare il passato e riconoscere errori, intuizioni e lasciti di una cultura socialista che, a suo giudizio, può ancora parlare al nostro futuro.
C’è una ragione personale per cui hai scritto questo libro?
In verità sì. Ho 71 anni, ho vissuto fino all’età di quindici anni a Reggio Calabria, poi mi sono trasferito con la mia famiglia a Roma e da qualche anno vivo a Calvi dell’Umbria, un delizioso borgo a 50 minuti da Roma. Sarà stata l’età, la stanchezza per la vita della grande città, il bisogno di un modo di vivere più sereno. Fatto sta che da quando sono qui mi sono dedicato molto a leggere, riflettere e scrivere per il puro piacere che questi tre atti mi procurano.
Ma non sono uno serioso! Guardo anche molti film e molte serie Tv. Il dibattito televisivo no, mai. È diventato una cloaca come quasi tutto il dibattito pubblico specie sui social media dal quale mi sono autoescluso rinunciando a qualcosa che nella mia vita ho sempre fatto e cioè l’impegno politico e civile. A Marco Travaglio che ha stroncato il libro scrivendo, «ma scusati tu» ho risposto così: «Caro Marco, è chiaro che parlo per me e solo per me, non pretendo di rappresentare altri né di essere l’interprete di una storia, con amicizia».
Perché quel titolo provocatorio: “Scusaci Bettino”?
Perché io sono stato cronista politico del quotidiano comunista il Manifesto e ho molto criticato il suo governo pure avendo avuto sempre un ottimo rapporto personale con lui e con molti esponenti di primo piano del PSI come il mio grande e venerato amico Formica e poi Martelli, Spini, De Michelis, Signorile, Sodano, Marzo e tanti altri.
Prima che Craxi formasse il governo tra noi del manifesto e Il PSI c’era più consonanza che con il PCI. Negli anni ottanta invece eravamo molto vicini, io in particolare, all’ultimo Berlinguer movimentista. Poi, quando arrivò la crisi della prima repubblica ero direttore di Italia Radio, la radio del PDS e quindi presi parte con energia agli attacchi al vecchio sistema.
Non ho però mai, e dico mai, seminato odio, attaccato qualcuno e quanto meno Craxi sul piano personale. Fu per questo che quando andai a trovarlo ad Hammamet, poco prima che morisse, fu molto gentile e cordiale malgrado già ammalato. Da allora ogni volta che passava un anniversario della sua morte, mi trovavo a pensare che su quasi su tutti i temi per i quali avevamo attaccato Bettino lui aveva ragione e noi comunisti (sì anche noi eretici del manifesto) avevamo torto.
E ho sentito dunque il bisogno di questo minimo atto di risarcimento nei confronti di un grande leader. Ripeto è stato un mio atto personale che non coinvolge i miei vecchi compagni ma riguarda me e solo me.
Qual è la ragione politica per cui hai scritto questo libro?
Non certo per riscattare la figura di Bettino che non ne ha alcun bisogno perché la storia e i fatti si sono incaricati di dargli il ruolo che gli compete. Il fatto è che quasi tutti i libri che sono usciti su Bettino, a parte quelli scritti dal cerchio dei socialisti e quello del mio amico Fabio Martini, si occupano prevalentemente degli aspetti giudiziari o del suo ruolo da statista. Pochi, a parte quelli scritti su di lui dai socialisti e della Fondazione che porta il suo nome, si sono soffermati sulle sue idee, sul contributo che ha dato al socialismo italiano e internazionale.
Io penso che oggi, malgrado la crisi politica dei partiti socialisti in Europa, il lascito della cultura politica di Bettino sia molto originale e importante. Una cassetta degli strumenti per affrontare i problemi del futuro, non necessariamente nella forma del partito ma piuttosto come lievito culturale di una sinistra sempre più smarrita.
Nell’ultimo incontro ad Hammamet Craxi ti disse «Io sono figlio di una storia». Quale storia intendeva?
Quella del socialismo internazionale, della democrazia e della sinistra italiana, con tutte le sue drammatiche divisioni. Una cosa che mi ha colpito nel tour di presentazione del libro è che si è formata una piccola comunità di lettori, tra i quali molti giovani. Un minuscolo segno di un risveglio socialista al quale vorrei contribuire per come posso, dal basso con azioni bottom up, come si dice oggi.
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