Carlo Petrini, addio all’utopista realista.
Con Slow Food trasformò il cibo in una battaglia civile e politica: biodiversità, dignità e relazioni umane al centro del suo pensiero.

ANSA
La morte di Carlo Petrini lascia un vuoto che va oltre il mondo dell’enogastronomia, oltre i mercati contadini, oltre le battaglie per il cibo “buono, pulito e giusto”. Se n’è andato un politico, nel senso più alto e raro della parola: un uomo capace di costruire comunità, di convincere senza imporre, di muovere coscienze prima ancora che organizzazioni.
Ridurre Carlin Petrini al fondatore di Slow Food sarebbe un errore. Il cibo, per lui, non era mai il fine. Era lo strumento. Il linguaggio con cui parlare di dignità, di ambiente, di diritti, di relazioni umane. Dietro ogni discorso sulla biodiversità c’era una visione del mondo; dietro ogni difesa di un formaggio, di un seme antico o di una coltivazione dimenticata c’era l’idea che gli uomini non possano vivere separati dalla terra che abitano.
Petrini aveva capito molto prima di altri che l’alimentazione sarebbe diventata il centro di una grande questione politica globale. Parlava di sostenibilità quando il termine non era ancora una moda, denunciava gli sprechi quando il consumismo sembrava invincibile, difendeva i piccoli produttori quando la globalizzazione appariva un destino inevitabile. Ma soprattutto aveva intuito una cosa semplice e rivoluzionaria: che la qualità della vita non si misura soltanto nella crescita economica, ma nella qualità delle relazioni tra le persone, nel rispetto dei territori, nella capacità di custodire memoria e identità.
Per questo il suo lavoro ha superato i confini della gastronomia. Slow Food è stato un movimento culturale prima ancora che un’associazione. Terra Madre è diventata una rete politica e umana capace di mettere in contatto contadini africani, allevatori piemontesi, pescatori asiatici e giovani studenti. Petrini non organizzava soltanto eventi: costruiva connessioni. Creava comunità. Trasformava idee considerate utopie in pratiche quotidiane.
Aveva il talento raro dei visionari concreti. Sapeva parlare agli intellettuali e ai contadini con la stessa naturalezza. Usava parole colte senza perdere il senso popolare delle cose. E, soprattutto, non ha mai ceduto alla tentazione dell’élite: il buon cibo, nella sua idea, non era lusso per pochi, ma diritto per tutti.
In anni in cui la politica si è spesso ridotta a slogan e comunicazione, Carlo Petrini ha continuato a fare politica nel modo più antico: mettendo insieme persone, elaborando pensiero, creando strutture che potessero durare oltre lui. È questa forse la sua eredità più importante. Non soltanto le idee, ma le reti umane che ha lasciato. Lo ricorderemo certo per le sue battaglie contro il fast food globale, per la difesa della biodiversità, per aver insegnato a milioni di persone che mangiare è un atto culturale e civile. Ma soprattutto andrebbe ricordato come uno degli ultimi grandi costruttori italiani di comunità.
Il cibo era il mezzo. Gli uomini e il mondo erano il fine.
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