Carlo Ginzburg, il gigante cortese che sapeva ridare voce agli ultimi

Dai margini della storia alla difesa del vero: la sua lezione di metodo e giustizia resta decisiva contro imposture e false storie che assediano la democrazia.

Giuseppe ProvenzanoBattaglia delle IdeeCULTURA
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Archivio Rinascita

"Il mondo della cultura piange"... No, questo è un ricordo rituale. Carlo Ginzburg era un gigante, aveva volto e sopracciglia da gigante.

Figlio di Leone e Natalia, bambino trascinato al confino. Prese il nome da Carlo Rosselli, ucciso dai fascisti pochi mesi prima della sua nascita: una storia familiare che è genealogia della Repubblica. Allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa, poi docente a Bologna, a lungo negli Stati Uniti, e infine tornato in Normale, è stato il più grande storico italiano del nostro tempo, tradotto in tutte le lingue. Nei primi anni Sessanta, con I benandanti e Il formaggio e i vermi, inventa un metodo, mostrando che i margini della storia, le microstorie, contengono più verità dei centri del potere. Che l’anomalia è più interessante della norma, perché la contiene.

A Pisa, anni fa, seguii alcune sue lezioni. Mai più ho avuto la fortuna di vedere così da vicino l’intelligenza in atto: un pensiero che ti si forma davanti agli occhi, segue un filo, le tracce, e perciò non teme deviazioni o di perdersi nei labirinti della realtà, sempre interrogandosi sulle responsabilità della ricerca e dell’interpretazione.

Tra i ricordi più vivi, un convegno che noi, giovani studenti, con le nostre riviste e associazioni, organizzammo su "Lisa Foa e il mondo grande e terribile". Attorno alla sua figura radunammo altri maestri, da Adam Michnik a Emanuele Macaluso. Un’indimenticabile giornata di studio, memoria collettiva e dialogo tra generazioni.

Pasquale Terracciano, che insieme ad Alfonso Musci mi trascinava alle sue lezioni, lo ha definito un gigante cortese, che ti faceva vivere l’euforia dell’ignoranza. Con quel sentimento le discussioni proseguivano negli aperitivi e nelle cene, nelle piazze della città.

Restituire voce a chi ne era privo, mostrare che il rigore della prova è una forma di giustizia: una lezione di metodo ma profondamente etica e politica. È quell’idea del fare storia appresa da Marc Bloch: arginare la "violenza simbolica" dei forti sui deboli. Così, chi è stato consegnato al silenzio dai vertici del potere, può infine essere ascoltato.

Ginzburg ha difeso con rigore queste idee profondamente politiche, senza farsene ingabbiare, facendo i conti con tutte le loro ambivalenze. E non è mai stato un uomo avulso dal suo tempo. È intervenuto da par suo sul caso Sofri, tra i suoi amici più cari. Da ultimo prendeva posizione contro gli orrori del governo Netanyahu, sulla vergogna che provocavano in un italiano ebreo come era lui.

In un tempo in cui le imposture e le false storie assediano il giudizio pubblico, anche quest’Aula, la sua lezione ci ricorda che la democrazia vive della fatica di distinguere e comprendere.

Nel dolore per la sua scomparsa, una consapevolezza vorrei condividere con tutti noi: quanto sia attuale il suo insegnamento per "districare l’intreccio di vero, falso e finto che è la trama del nostro stare al mondo".

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