Carlin Petrini, Terra Madre e l’utopia che diventa realtà
Dalla convivialità contadina a una politica del cibo contro sfruttamento, disuguaglianze e scarto: il racconto dell’utopia concreta di Slow Food.

ANSA
All’inizio non avevamo capito proprio bene. Ci dilettava il piacere delle tavole lunghe, lo spiegare il cibo, il degustare lento e un’idea popolare della convivialità. Eravamo un po’ ghiottoni e un po’ ubriaconi, scolari di storie di pianura, di lavoro nei campi, prodotti, sapori e tradizioni. Poi la piccola storia del bicchiere di barbera ci ha fatto capire che eravamo dentro un racconto più grande, che in realtà dialogare sul vino, sui semi e sulla terra era mettere in discussione un sistema di potere predatorio: disuguaglianze, sfruttamento della terra, vite di scarto. E che Slow Food era un’altra idea di mondo.
Carlin Petrini aveva intuito che attorno al cibo si sarebbe giocata una delle grandi partite del nostro tempo. Non soltanto nutrimento, ma politica, economia, salute e giustizia sociale. Perché sul chi mangia troppo e chi mangia troppo poco si rivela una geografia della disuguaglianza, dello squilibrio tra i rapporti di potere, del destino dei contadini, del destino di tutti noi. Aveva compreso che scegliere cosa mangiare, come mangiare, come produrre e condividere è in primo luogo un atto politico.
“Buono, Pulito e Giusto” non solo uno slogan, ma un nuovo paradigma per riscrivere il rapporto tra umanità, natura, terra ed economia: Buono, perché la qualità del cibo non può diventare un lusso per pochi privilegiati. Pulito, perché non esiste sviluppo dentro territori devastati e campagne trasformate in catene da montaggio. Giusto, perché il costo del cibo non può essere scaricato sui piccoli produttori, sulle lavoratrici e i lavoratori sfruttati, sulla terra stessa.
In anni dominati dal mito del consumo infinito, del tutto subito e del qui ed ora, Carlin ha avuto il coraggio controcorrente di parlare di lentezza, misura e limite. Non come nostalgia del passato o moralismo ecologista, ma come un’altra idea di civiltà.
Guardato con diffidenza, «molti amici della sinistra vedevano in noi una esperienza conservativa», perché parlare di convivialità, cultura contadina e territori in un’epoca in cui la politica sembrava occuparsi soltanto di fabbriche, produzione e grandi categorie economiche, era percepito come un arretramento. Petrini invece aveva compreso che ripensare il rapporto tra produzione, consumo e cibo avrebbe riequilibrato i rapporti di forza, rivitalizzando la partecipazione politica e la qualità della democrazia. Carlin stava leggendo in anticipo le fragilità del nostro tempo.
Terra Madre nasce da questa intuizione radicale: il mondo globale non può sopravvivere distruggendo i luoghi. E i luoghi non possono chiudersi ignorando il mondo. Terra Madre, una globalizzazione dal basso, capace di mettere in rete contadini africani e sudamericani, pescatori asiatici, piccole cooperative di donne, piccoli produttori italiani ed europei. Una Internazionale Contadina fondata su biodiversità, dignità del lavoro e giustizia sociale.
L’utopia di Terra Madre entra nella vita quotidiana degli invisibili, degli scartati, restituendo loro la voce e la loro storia.
Quella delle donne Imraguen della Mauritania che seguono i movimenti dei grandi banchi di cefali lungo il Banc d’Arguin, una delle zone marine più ricche dell’Africa occidentale e trasformano il pesce secondo saperi tramandati di madre in figlia: bottarga, olio di muggine, pesce essiccato. Poi le flotte industriali straniere, gli accordi internazionali sulla pesca, il saccheggio del mare. I cefali diminuiscono, il lavoro tradizionale perde valore, la bottarga delle donne Imraguen viene comprata a prezzi irrisori dagli intermediari e rivenduta altrove. Una piccola economia comunitaria rischia di scomparire insieme a una cultura millenaria. Slow Food costruisce un Presidio insieme alla Ong Mauritanie 2000 e mette in relazione le donne della Mauritania con i pescatori della bottarga di Orbetello, in Toscana. Nel 2006 tre donne Imraguen vengono ospitate in Italia per imparare nuove tecniche di lavorazione e conservazione; alcuni pescatori italiani partono invece per Nouadhibou per aiutarle ad attrezzare un piccolo laboratorio.
Quella delle comunità zapoteche, maya, mixe e nahua, delle montagne di Oaxaca, Puebla e Chiapas, che custodivano varietà ancestrali di mais tramandate da generazioni. Ogni seme portava con sé una memoria collettiva: adattamento ai territori, conoscenze agricole, ritualità, lingua, cucina, relazioni comunitarie. Poi arrivano l’accordo di libero scambio NAFTA, le monoculture industriali, i semi ibridi e geneticamente modificati. Le grandi aziende agroalimentari impongono un modello produttivo fondato sulla standardizzazione e sulla dipendenza economica dei piccoli contadini. Le comunità indigene perdono progressivamente accesso ai sussidi, ai mercati locali e alla sovranità sui semi. A Indigenous Terra Madre 2015 partecipano comunità Mixe, Nahua, Tzeltal Maya, Tarahumara e Yaqui, portando semi tradizionali, pratiche agricole e sistemi comunitari come la milpa, il modello mesoamericano che intreccia mais, fagioli, zucche, erbe e alberi. Per i Tzeltal Maya del Chiapas la milpa non era soltanto agricoltura: era sicurezza alimentare, biodiversità e organizzazione comunitaria. Nei loro campi potevano convivere fino a sessanta colture diverse.
Per i Tarahumara della Sierra Chihuahua il mais rappresentava addirittura “cibo per il corpo e per l’anima”, elemento centrale delle cerimonie spirituali dedicate agli dèi della terra. Nel 2024, durante Indigenous Terra Madre in Messico, i rappresentanti delle popolazioni native dell’Abya Yala dichiarano apertamente che “mangiare è un atto politico” e che non esiste biodiversità senza diversità culturale.
Storie che rappresentano l’utopia concreta di Carlin: comunità diverse e distanti che condividono conoscenze, lavoro e dignità. Così la bottarga lavorata dalle donne Imraguen e il mais delle popolazioni native dell’Abya Yala diventano il simbolo che un’altra globalizzazione è possibile. Non quella che saccheggia e uniforma il mondo, ma quella che mette in relazione territori e comunità senza cancellarne l’anima.
I semi, il pane, il vino, i racconti dei contadini diventavano improvvisamente discorso sulla dignità, sullo sfruttamento dei corpi, sulla fame e sugli esclusi. Erano storie che avevamo già ascoltato dai nostri nonni e dai nostri genitori, impastate di povertà, lavoro e dignità. Storie che riaffioravano nei volti, nelle mani e negli sguardi dei contadini segnati dalla terra, gli stessi che avevano attraversato il grande racconto del neorealismo italiano del dopoguerra.
Terra Madre tiene insieme tutto questo: la memoria popolare, la fame, i corpi, il tempo della terra e una nuova idea di giustizia globale. Uno spazio globale capace di tenere insieme poetica e politica.
La poesia profetica di Dario Fo, che salì sul palco di Terra Madre con “La fame dello Zanni”, ad ascoltarlo settemila persone provenienti da 140 Paesi, Carlin lo raccontò anni dopo con una frase straordinaria: «Dario aveva davanti 7000 Zanni». Lo Zanni non era più un personaggio del teatro del cinquecento, Dario Fo lo portò dentro i corpi travolti dalla violenza dell’ordine economico fondato sullo scarto, incrociando nel profondo quello che Papa Francesco dirà al mondo nel marzo 2020: “abbiamo proseguito imperterriti pensando di rimanere sani in un mondo malato”.
Guardando le immagini della fame usata come arma di guerra, tutto sembra perduto, inconsapevoli della frattura profonda tra umanità, natura e terra, continuiamo a chiamare sviluppo un modello che consuma e scarta, raccontandocela come unica modernità possibile. È la modernità dell’Albero di Trenta Piani di Adriano Celentano: “vedo solo che qualcosa sta nascendo, forse è un albero, sì è un albero di trenta piani”. Grazie Carlin, fai buon viaggio. Un po’ghiottoni e ubriaconi, continueremo a lottare per un mondo “buono, pulito e giusto”
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati