Carcere e populismo penale: la destra ha sdoganato la cattiveria

Serve una politica capace di leggere il carcere con razionalità e Costituzione, non con vendetta, paura e indignazioni tardive nate dall’esperienza personale.

RIVRINASCITA_20260630155447114_f725ed8dc5517b9944f59439414b8c70.jpg

ANSA

Cosa ci aspettiamo da un politico? In primo luogo la capacità razionale di comprendere la realtà sociale a prescindere dall’esperienza personale vissuta. In altri tempi, quando i partiti svolgevano la loro funzione di mediazione sociale e pedagogica con i corpi sociali di riferimento, questo avveniva regolarmente. Le idee si formavano nei luoghi collettivi di elaborazione del pensiero. Siamo oggi in un altro momento storico, quello della formazione frammentata e individuale delle idee, dello sloganismo e della semplificazione emotiva. I cantori del populismo penale hanno vita facile alimentando e strumentalizzando le paure, cavalcando i desideri ancestrali di vendetta e di ricerca dal capro espiatorio. Il carcerato, ancora meglio se straniero, è il capro espiatorio perfetto. La destra populista ignora colpevolmente e volutamente quanto scritto nella Costituzione all’articolo 27, terzo comma, ossia che “le pene non devono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Viene rimosso l’assunto storico, ereditato dalla razionalità moderna, secondo cui la pena truce è ingiusta e inutile allo stesso tempo. Il carcere, nel suo essere il simbolo della rassicurazione simbolica contro le insicurezze della vita, diventa così, per una parte della destra, il luogo dove è giusto che le persone marciscano, si imputridiscano, escano umiliate e un po' pestate, se non nel corpo quanto meno nell’anima. Di conseguenza, gli attori del sistema penitenziario (operatori a tutti i livelli) risultano, purtroppo, condizionati dal mandato politico e sociale loro assegnato, che non è più quello delle leggi, del buon senso, della razionalità.

Di tutto questo c’è chi ha la lucidità intellettuale per accorgersene senza avere vissuto l’esperienza della carcerazione e chi, viceversa, ha bisogno di subire le sofferenze atroci della pena detentiva per aprire gli occhi di fronte alla disumanità della stessa. Solo dopo diciotto mesi di prigionia, come è accaduto all’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, si attiva il motore dell’indignazione. Un’indignazione individuale che, però, non potrà mai diventare valanga collettiva perché il contenitore politico entro cui lui si colloca è quello delle disuguaglianze sociali, del suprematismo etnico. Se non si mette in discussione la legittimità di un potere punitivo selettivo sulla base delle condizioni sociali, economiche, del colore della pelle è del tutto irrilevante ogni individuazione individuale. Se non vengono prese le distanze dall’ipertrofia penale e securitaria, dalla cattiveria quale ingrediente del proprio lavoro politico, è del tutto non effettiva ogni denuncia delle condizioni di detenzione degradate.

Vorrei una classe politica capace di regolare la vita pubblica sulla base della razionalità e della legalità costituzionale e non solo sulla base dell’emotività e dell’esperienza personale. Negli ultimi quattro anni il Governo di destra ha chiuso il sistema penitenziario alla società esterna, ha legittimato con le parole e le circolari una idea di pena come vendetta sociale. È finanche giunto a togliere i frigoriferi dalle celle, mentre ci sono quaranta gradi e un caldo insopportabile. Ha prodotto tassi di carcerazione elevatissimi, ha introdotto nuovi cinquantacinque reati. Ha sdoganato la cattiveria. Siamo in un anno elettorale. Si costruisca oggi, nel campo progressista, la piattaforma razionale per il futuro affidandosi a chi si affida agli strumenti della razionalità analitica per decodificare la questione penale e carceraria.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati