Cara Elly, per vincere serve un Pd radicale in una coalizione larga

Tre strade per le forze progressiste. Per la sinistra italiana, una coalizione larga deve accompagnarsi a scelte radicali e a una chiara identità del partito.

Silvio De LutiisIl Punto
Cara Elly, per vincere serve un Pd radicale in una coalizione larga

ANSA

Quale lezione dovrebbe trarre la sinistra italiana dalle vittorie in Serbia e in Brasile? Le strade attraverso cui le forze progressiste possono vincere sono sostanzialmente tre:

  1. La prima è restituire speranza alle masse popolari, soprattutto ai giovani e al ceto medio impoverito dal carovita, facendo intravedere la possibilità di un mondo migliore. Questo modello richiede una forte mobilitazione popolare e una classe dirigente non compromessa con il potere dominante: non conta che sia composta da giovani o da anziani, conta la sua autonomia rispetto al sistema che intende cambiare. È una spinta che nasce dall’opposizione e sfida il potere costituito. È quanto è accaduto in Serbia e con Mamdani a New York.
  2. La seconda è quella di Lula, Sánchez e Claudia Sheinbaum, ma anche di Petro in Colombia e delle forze progressiste in Perù, sconfitte per pochissimi voti. È un progressismo di governo capace di mobilitare un popolo intorno a battaglie sociali contro il sovranismo di destra, coinvolgendo soprattutto i giovani. Può anche perdere le elezioni, ma conserva nella società una base progressista capace di organizzarsi e continuare a lottare.
  3. La terza strada si apre quando la mobilitazione delle masse non riesce, oppure quando ci si confronta con una società a maggioranza conservatrice, prevalentemente anziana e poco propensa al conflitto. È il modello Prodi: costruire una larga coalizione riformista, capace di parlare a tutta la società attraverso una leadership rassicurante e un programma che, pur nel quadro di una prospettiva riformista, abbia la radicalità necessaria a cambiare nel tempo i rapporti di forza nella società.

Sono queste le strade attraverso cui i partiti progressisti possono vincere o conservare una forza sociale anche nella sconfitta. Alle classi dirigenti di ciascun Paese spetta capire quale sia la più adatta alla propria realtà.

Nella sinistra europea, soprattutto in quella socialista, si è però affermata una quarta opzione: il riformismo della paura. È la logica del meno peggio, della riduzione del danno elevata a orizzonte politico, che sta portando il socialismo europeo alla scomparsa. L’esempio più evidente è la SPD tedesca, ormai appendice della CDU e delle grandi coalizioni. Oppure i socialisti francesi, ridotti a una forza residuale, che hanno sostanzialmente ceduto la guida della sinistra a Mélenchon, espressione invece di una sinistra conservatrice e nazionalista.

Non siamo di fronte alla fine della sinistra nel mondo, ma a una profonda crisi del socialismo europeo. Se i socialisti continueranno a sostenere la Commissione von der Leyen con il solo obiettivo di limitare i danni, la direzione resterà quella della débâcle. Dentro questo quadro, quale strada dovrebbe imboccare la sinistra italiana?

Cara Elly, mi rivolgo a te come segretaria del maggior partito della sinistra italiana. Ti va riconosciuto di aver sottratto il Pd al quarto modello, quello del riformismo della paura. Dopo le elezioni del 2022, il partito correva seriamente il rischio di imboccare una strada che avrebbe potuto portarlo alla scomparsa. È grazie alla tua guida e al nuovo gruppo dirigente se oggi, con la costruzione del campo largo, siamo tornati competitivi e possiamo battere la destra. Ma ora quella prospettiva richiede una scelta.

Se questa analisi è corretta, le opzioni per il Pd sono due: la mobilitazione dal basso del modello serbo e di Mamdani, oppure il riformismo radicale, affidato a una leadership rassicurante, del modello Prodi. La strada di Lula e Sánchez, quella di un progressismo che mobilita il Paese dall’azione di governo, oggi è preclusa: in Italia la sinistra è all’opposizione.

Cara segretaria, non c’è una terza via tra queste due possibilità. Se vogliamo vincere ed evitare la sorte dei socialisti francesi o della SPD tedesca, dobbiamo scegliere in fretta. Il Pd e la sinistra italiana, per come sono organizzati e per le culture politiche che esprimono, possono suscitare una mobilitazione popolare e giovanile paragonabile a quella di Mamdani o dei giovani serbi? Non credo.

Il Pd è nato come partito riformista e interclassista, con l’ambizione di riunire le culture socialiste, cattoliche, liberali e ambientaliste del Paese. Per un partito con queste caratteristiche, e per un campo largo costruito sulla stessa base politico-culturale, è difficile seguire il modello serbo, di Mamdani o di Sanders. Per la composizione della società italiana e per la natura del Pd, la strada più adatta appare dunque quella del modello Prodi.

Ma qui sta il punto: perché quel modello non riproponga la terza via liberista, già fallita con la crisi del 2008, serve un Pd radicale nelle scelte. Un partito che assuma la democrazia economica e, in prospettiva, il socialismo partecipativo umanistico come riferimenti per trasformare la società.

Non basta spostare il Pd più a sinistra: occorre dargli un’identità politica riconoscibile. Da questo obiettivo siamo ancora lontani, e pensare che la candidatura della segretaria alla presidenza del Consiglio possa colmare il vuoto è un’illusione. So di essere in enorme minoranza nel partito, ma non condivido la sovrapposizione tra segretario e candidato premier. Se il segretario diventa presidente del Consiglio, il partito rischia di ridursi al luogo della mediazione con gli alleati, perdendo la funzione di costruire un’identità destinata a durare oltre una stagione di governo.

Per questo bisognava puntare su una figura capace di federare il campo largo, mentre il Pd avrebbe dovuto lavorare alla propria identità politica e programmatica. Oggi, invece, il gruppo dirigente non sembra seguire nessuna delle due strade: né la mobilitazione popolare né la costruzione di un riformismo radicale. Tutto si concentra sui nomi e sulle primarie, assecondando il terreno della personalizzazione scelto da Meloni con la nuova legge elettorale, mentre manca ancora persino un primo programma unitario.

Cara Elly, è vero che le elezioni non si vincono più al centro. Ma il Pd e il campo largo sono oggi capaci di mobilitare le masse popolari e far sognare i giovani? È su questa capacità che dobbiamo misurarci. Ed è a questa domanda che la scelta di una leadership, da sola, non può rispondere.

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