Capitalismo, storia di un sistema

la prima parte di un'ampia indagine: dalle origini industriali alla crisi finanziaria del 2008, le idee di Smith, Marx e Keynes e la trasformazione del capitalismo.

Nicola OddatiIl Punto
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ANSA

In questa indagine, attraverso cinque articoli, tenteremo di analizzare il capitalismo e la sua evoluzione. Il primo articolo sarà di ricostruzione storica, il secondo analizzerà il capitalismo dopo il crollo del 2008, il terzo sul cosiddetto capitalismo della sorveglianza, il quarto sulle tendenze più contemporanee e il quinto cercherà di tracciare una strada per un possibile socialismo del ventunesimo secolo.


C’è poco da fare. Chiunque abbia voluto nei decenni scorsi comprendere il funzionamento dell’economia moderna non ha potuto evitare di imbattersi in tre opere monumentali che ne hanno raccontato il funzionamento e scandito l’evoluzione nel tempo: La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, Il Capitale di Karl Marx e La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di John Maynard Keynes.

Si tratta di tre opere geniali, profonde, complesse e affascinanti, capaci di leggere il tempo, i comportamenti umani, il funzionamento sociale e le sue ricadute sui singoli e sulla collettività. Ancora oggi non vi è economista attento e avveduto che non abbia bisogno di rileggerne dei passi, di approfondire le leggi economiche che contengono, di ispirarsi in qualche modo a questi tre maestri così diversi eppure così simili.

Nella sua indagine sulla ricchezza delle nazioni, Smith racconta la trasformazione da una società mercantile a una società industriale, basata sulla suddivisione del lavoro, sulla capacità tecnica di trasformare e produrre merci, e spinge per liberare l’economia dalle catene dei dazi, del protezionismo.

Di fatto, le sue teorie spianano la strada al primo capitalismo, fondato sulla massima libertà di azione, autoregolamentato dalle leggi della domanda e dell’offerta, basato sulla libertà di produrre e scambiare. L’ambizione individuale diventa crescita generale, spinta al progresso, molla inarrestabile per la crescita generale.

Eppure il campione del liberismo Smith si rende conto della necessità del ruolo dello Stato e della politica, del suo compito ordinatore e regolatore. Far rispettare le leggi, amministrare la giustizia, difendere la nazione, promuovere l’istruzione e realizzare opere pubbliche sono compiti dello Stato indispensabili perché una società possa vivere in modo ordinato e l’economia crescere e svilupparsi.

Novant’anni dopo la pubblicazione de La ricchezza delle nazioni, il filosofo ed economista tedesco Karl Marx pubblica il primo volume di un’opera monumentale, Il Capitale (1867). Marx descrive il funzionamento del sistema capitalistico in ogni sua singola parte, analizzando le leggi economiche che lo regolano e indagando le sue innumerevoli contraddizioni interne.

Il primo pilastro del capitalismo è la merce, la cellula fondamentale del sistema capitalistico, che possiede a sua volta due valori: il valore d’uso, la sua stessa utilità intrinseca, e il valore di scambio, la sua possibilità di essere scambiata con altre merci o con il denaro, che dipende dalla quantità di lavoro necessario per produrla. Ci troviamo, dunque, di fronte alla teoria del valore-lavoro.

Il capitalista, per produrre, ha bisogno di investire in due direzioni: nell’acquisto di capitale costante (macchine, strutture, materie prime) e nell’acquisto di capitale variabile (lavoratori, forza-lavoro). Ed è proprio dal surplus che il lavoro salariato è in grado di produrre che si genera il plusvalore, la ricchezza e il processo di accumulazione propri del capitalismo. Si tratta, per Marx, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, che è la fonte del profitto.

La corsa al profitto, la spinta alla competizione e la concentrazione della ricchezza sono per Marx, allo stesso tempo, la conseguenza del modello capitalistico e anche le cause delle sue crisi e del suo fallimento. Marx aveva visto giusto in molte cose, ma aveva sottovalutato il potere della tecnologia e quindi la possibilità che anche il capitale fisso potesse generare surplus (Paul Sweezy) e soprattutto la grande capacità di adattamento e trasformazione continua del capitalismo, il suo camaleontismo.

Ovviamente, la fama di Marx è legata soprattutto alla propugnazione della sua grandiosa costruzione ideologica, il comunismo. L’unico modo per superare lo sfruttamento dei capitalisti a danno dei lavoratori salariati e l’ingiusta accumulazione e concentrazione della ricchezza che ne conseguono è quello di una rivoluzione politica ed economica con la quale i lavoratori divengono detentori dei mezzi di produzione e rendono inutile la presenza usurpatrice dei capitalisti.

La storia ha poi dimostrato quanto fosse utopistica e impossibile l’attuazione di questa idea, sebbene la spinta visionaria di Marx abbia determinato indubbie spinte verso la creazione di movimenti sindacali e politici tesi a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e a ridurre lo sfruttamento brutale e le condizioni di vita spesso inaccettabili per le masse proletarie.

Marx fu un visionario anche sul piano strettamente economico. In un piccolo capitolo del terzo libro de Il Capitale, spiega come sia inevitabile che la moneta diventi merce essa stessa, acquisisca un suo intrinseco valore d’uso e non possa essere solo un mero velo di scambio di altre merci.

La riserva di valore della moneta è uno degli argomenti principali ai quali ricorrerà, una settantina di anni dopo, il brillante economista britannico John Maynard Keynes per spiegare come il capitalismo è sopravvissuto alle sue stesse crisi e perché può essere un sistema in permanente e continua evoluzione.

Keynes non fu un semplice economista, ma un intellettuale brillante e poliedrico. Nato a Cambridge, di quella università fu figura di spicco e fulcro, aggregando intorno a sé figure del calibro di Bertrand Russell, Harold Hardy, Virginia Woolf. Ebbe anche ruoli governativi, soprattutto dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale, per rimettere in sesto le economie disastrate dalle guerre.

Con la sua opera La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Keynes smantella le vecchie e obsolete teorie neoclassiche, basate sul mito smithiano della mano invisibile della spinta alla ricchezza, che finirebbe per sistemare ogni cosa, e sulla legge della domanda e dell’offerta di Jean-Baptiste Say, che determinerebbe un equilibrio nel sistema economico.

Spiega le ricorrenti crisi del capitalismo, a partire dal crollo del Ventinove, proprio chiarendo che, invece, il capitalismo può determinare equilibri di sottosviluppo e sottoccupazione. Keynes spiega, infatti, che il livello dell’occupazione non dipende, come erroneamente sostengono i neoclassici, dall’offerta, ma dalla domanda aggregata (la somma di consumi, investimenti e spesa pubblica). Se la domanda è bassa e insufficiente, le imprese producono meno e licenziano, creando un circolo vizioso e un equilibrio di sottosviluppo e sottoccupazione.

La domanda stessa è sottoposta a una grande incertezza, perché i capitalisti sono uomini che non ragionano con le leggi matematiche della domanda e dell’offerta e non sono assistiti da alcuna mano invisibile, ma che si muovono sulla base delle loro aspettative, del loro istinto imprenditoriale, dei loro “animal spirits” in un mondo dove la competizione è feroce.

Se le aspettative sono negative, perfino le politiche di aiuto alla domanda rischiano di essere inefficaci. Keynes sintetizza questo ragionamento con una felicissima metafora: se il cavallo non ha sete, puoi dargli tutta l’acqua che vuoi, ma non berrà.

Questa perenne incertezza spiega la tendenza, dovuta al fatto che la moneta (come chiarito anche da Marx) può avere un proprio intrinseco valore, alla finanziarizzazione dell’economia e all’accumulazione della ricchezza. Spiega in questo modo le crisi di liquidità e la trasformazione del capitalismo.

Keynes ci racconta il capitalismo com’è, demolendo le teorie romantiche e immaginifiche di un sistema perfetto, guardando negli occhi i suoi difetti e le sue contraddizioni. E in questo modo finisce per indicare una strada per salvarlo da sé stesso, una straordinaria via d’uscita: bisogna sostenere la domanda, spingere i capitalisti a investire riducendo il costo del denaro e rendere lo Stato protagonista non solo con le manovre monetarie, ma anche attraverso investimenti diretti (la spesa pubblica).

La sua idea che lo Stato dovesse essere un protagonista e un regolatore per sostenere l’economia durante i periodi difficili ispirò il New Deal di Roosevelt, il Piano Marshall dopo la Seconda guerra mondiale e divenne la base per le politiche economiche nei decenni futuri.

Keynes fu anche uno dei principali architetti del nuovo sistema monetario mondiale che uscì da Bretton Woods nel 1944 e che ancora governa la finanza globale, con l’istituzione del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale.

Le teorie di Keynes subirono poi una rimonta prepotente da parte dei monetaristi e dei neoliberisti, guidati da Milton Friedman negli anni Settanta, e che ispirarono le politiche di Reagan e di Margaret Thatcher.

Il capitalismo aggressivo, che puntava a smantellare lo Stato sociale e le tutele per i lavoratori, a ridurre la cosiddetta burocrazia e a liberare l’economia dal ruolo regolatore degli Stati, determinò una crescita smisurata della ricchezza, ma anche una sua concentrazione in mani sempre più ristrette e una tendenza ulteriore alla concentrazione verso il capitale finanziario.

In questo clima di liberismo sfrenato, senza controlli, si arrivò al crollo finanziario drammatico del 2008. Una massa incredibile di titoli spazzatura, che avevano guidato la corsa all’indebitamento della classe media travolta dal miraggio di una ricchezza facile, ripiegò letteralmente su sé stessa.

I mutui subprime concessi con enorme facilità crearono una vera e propria bolla immobiliare che le banche di tutto il mondo concentrarono in prodotti finanziari dai nomi sofisticati — i Mortgage-backed securities o Collateralized Debt Obligations — che però erano vera e propria spazzatura finanziaria.

Quando, sulla spinta dell’aumento dei tassi di interesse, moltissimi creditori divennero insolventi, crollò il mercato immobiliare e molti investitori chiesero i propri soldi, il sistema collassò. Il crollo della banca d’affari Lehman Brothers fu l’epicentro di un terremoto globale che cambiò per sempre il capitalismo.

L’eccesso di leva finanziaria, la cattiva informazione e la mancanza di regolamentazione — in sostanza il capitalismo voluto dai liberisti — avevano creato un vero e proprio Far West dove vigeva una sola regola: profitto e ricchezza a ogni costo.

Tornò di moda Keynes. O meglio il keynesismo, le teorie economiche che chiedevano più regole, più diritti, più equilibrio.

L’alfiere di un nuovo keynesismo fu indubbiamente Thomas Piketty, che nel 2013 pubblicò un’imponente opera destinata a cambiare il modo in cui pensiamo al capitalismo e all’economia contemporanea, e che richiama ambiziosamente nel titolo l’opera di Marx: Il capitale nel ventunesimo secolo.

La nostra analisi riprenderà da qui.

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