Capire la vittoria della destra

Archivio Rinascita
A non leggere non succede nulla. La massima aurea che ci ha lasciato in dono il grande storico dell’antichità Arnaldo Momigliano è più utile che mai. Viviamo infatti un’epoca povera di concetti e ricca di azioni – e le due cose, ahinoi, sono strettamente legate. Anche dal punto di vista politico le idee sono spesso messe da parte a beneficio delle emozioni: si governa sempre più cercando consenso e identità non più (e non tanto) nelle menti, ma nelle “pance”. Questo porta a un’organica e sistematica carenza di idee, di analisi critiche, di concetti capaci di far leggere il nostro presente.
Ci appare allora più utile che mai un libro come quello di Enrico Pedemonte, che con il suo Perché la destra vince. L’internazionale reazionaria e la sinistra dello status quo (appena giunto in libreria per Nutrimenti) fa i conti con l’ascesa di una nuova destra e dei populismi un po’ in tutto il mondo. Pagine che non si accontentano di descrivere il fenomeno, ma cercano di ricostruire le idee e i concetti che nutrono questa nuova “internazionale reazionaria”.
Senza tralasciare i facili luoghi comuni con cui la sinistra (in Italia ma non solo) ha liquidato in maniera autoassolutoria tale ascesa: i poveri votano a destra contro i loro stessi interessi; le persone scelgono i populisti perché sono ignoranti; questa nuova destra non ha cultura, si nutre di propaganda e fake news salmodiate sui social network…
Proprio perché questi pregiudizi sono così calcificati nel mondo progressista e di sinistra da essere diventati ormai senso comune, riteniamo che il libro di Pedemonte sia importante per il dibattito odierno – e per questo gli abbiamo chiesto un articolo sulle tesi e le conclusioni della sua ricerca.
- Marco Filoni
Perché la destra vince? È una domanda che mi pongo da molti anni, da quando – nel 2016 – i cittadini britannici scelsero la Brexit, gli americani mandarono Donald Trump alla Casa Bianca, e in Europa le destre radicali cominciarono a mietere successi quasi ovunque mentre cresceva il numero delle autocrazie nel mondo.
Oggi rispondere a questa domanda è sempre più urgente. Molti, troppi, sottovalutano la portata culturale, la profondità e (ahimé) la diabolica lungimiranza con la quale il pensiero reazionario sta permeando fasce sempre più importanti di società che ancora definiamo “democrazie liberali”.
Si tratta di una domanda complessa, a cui è difficile rispondere in poche righe anche perché coinvolge temi che a sinistra colpiscono nervi scoperti. Ma credo che il laboratorio della realtà internazionale imponga di prendere in considerazione idee fino a ieri considerate eretiche. Siamo di fronte a un presidente degli Stati Uniti che sta portando il mondo alla catastrofe mentre aumenta il rischio che nei prossimi anni, se le destre radicali si imporranno anche in Francia, in Germania e in Gran Bretagna - come sembra possibile e persino probabile - l’Unione europea sarà smantellata.
In prima approssimazione credo si possa dire che la destra radicale sta avanzando nel mondo perché è stata la prima a cogliere i disastri economici e socio-culturali provocati dai tre grandi cambiamenti avvenuti nel mondo negli ultimi decenni: la globalizzazione, le migrazioni e la rivoluzione digitale. Si tratta di un paradosso: è stata la destra degli anni ’80 a imporre la rivoluzione neoliberista e globalista i cui effetti devastanti le offrono ora l’occasione di riproporre ricette nazionaliste. In questa situazione la sinistra appare capace solo di difendere lo status quo, con correttivi marginali. Soprattutto, non è stata in grado di creare empatia con le classi sociali più deboli, che in tutto il mondo occidentale – salvo poche eccezioni – si sono spostate a destra. E non si tratta solo di un problema di comunicazione, anche se nel libro sottolineo come la destra radicale sia abile a coniare le parole e gli slogan più adatti a essere amplificati dagli algoritmi digitali.
Nella prima parte del libro (“L’internazionale reazionaria”) ripercorro, attraverso le storie dei protagonisti, la rapida trasformazione del movimento conservatore americano in un movimento reazionario dove (fino a oggi) riescono a convivere movimenti apparentemente divergenti: una destra religiosa che lotta contro la stagione dei diritti civili, una destra sovranista popolata da suprematisti bianchi e una destra anarco-capitalista in sintonia con i giganti della Silicon Valley.
Sto parlando di personaggi come Steve Bannon che già alla metà del decennio scorso, quando era il principale stratega di Trump, sosteneva la necessità di frenare una globalizzazione che secondo lui “aveva massacrato la classe operaia in Occidente” per “creare una classe media in Asia”; come JD Vance, oggi alla Casa Bianca, che in quegli anni raccontava il degrado socio-culturale e la disoccupazione cronica del Mid-West, ed esprimeva il suo risentimento verso l’elitismo di una sinistra che snobbava i problemi dei più deboli; come il cattolico Patrick Deneen, che in un libro (“Why Liberalism Failed”) allora lodato anche da Barack Obama si scagliava contro le crescenti diseguaglianze e lo strapotere delle multinazionali, e decretava il fallimento del liberalismo.
Questa mutazione culturale è importante non solo perché costituisce la piattaforma culturale e politica che condurrà Trump alla sua seconda presidenza, ma perché alla fine del decennio scorso porta a una saldatura ideologica con l’Ungheria di Viktor Orbán e alla creazione di quella che il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “internazionale reazionaria”.
Sono gli anni in cui il cattolico Adrian Vermeule, professore di diritto costituzionale ad Harvard, invoca una “guerra culturale” contro una sinistra che secondo lui è diventata una forza “progressista imperialista” e chiede di instaurare un “legalismo illiberale” che consenta di “legiferare la moralità”; come Christopher Rufo che teorizza l’attacco alle università progressiste per imporre un’egemonia gramsciana sulla cultura del paese; come Curtis Yarvin, un filosofo-blogger con milioni di follower - che io definisco il Marinetti della destra trumpiana - che propone di installare al potere un neo-monarca con il compito di vendere le scuole pubbliche, distruggere le università, abolire la stampa, e trasformare la Striscia di Gaza in un resort di lusso (un’idea subito sposata da Trump).
In questo clima culturale, alla fine del decennio scorso i think tank conservatori americani – in particolare Heritage Foundation e il Claremont Institute – cominciano a creare strutture come il Cpac (Conservative Political Action Conference) e il NatCon (National Conservative Conference), chiamando a raccolta i più importanti politici della destra radicale europea, da Giorgia Meloni a Marine Le Pen, da Nigel Farage ad Alice Weidel. L’obiettivo, come si legge in un documento di Heritage, è imporre “un sistema di principi, valori, costumi, norme e abitudini culturali che insieme costituiscono ciò che Antonio Gramsci chiamava egemonia”.
L’Ungheria diventa il modello a cui guardare. E infatti non solo Viktor Orbán diventa ospite fisso dei Cpac in giro per l’America, ma organizza conferenze a Budapest (sempre sotto l’ombrello Cpac) aggregando i leader delle destre europee. Dice che i conservatori “non possono avere successo combattendo con mezzi liberali”. Per questo teorizza la “democrazia illiberale”, un nazionalismo bianco che preservi l’Ungheria agli ungheresi escludendo prima di tutto i musulmani ma in generale quanti non sono etnicamente magiari. Nel 2023, quando Patrick Deneen pubblica “Regime Change” e invoca “il rovesciamento della classe dirigente liberale corrotta e corruttiva”, il New York Times scrive che l’autore “si muove verso una guerra politica totale” per combattere “una lotta apocalittica”. Tra i giovani conservatori cattolici si fa strada un nuovo integralismo religioso che chiede un ruolo maggiore della Chiesa nel governo del paese.
I democratici alzano un sopracciglio, ma non capiscono che idee considerate tabù fino a pochi anni prima stanno cambiando l’anima della base repubblicana. Continuano a combattere la destra contestandone le idee senza affrontare le ragioni che rendono quelle idee appetibili per una porzione crescente di cittadini, specie nelle fasce sociali più deboli.
La destra mostra di avere antenne più sottili della sinistra e per la seconda volta nell’ultimo mezzo secolo riesce a cambiare il corso della storia mentre la sinistra resta immobile a guardare. Negli anni Settanta e Ottanta erano stati Ronald Reagan e Margaret Thatcher a imporre politiche globaliste e una drastica riduzione delle imposte: una strategia a cui le sinistre si erano parzialmente adeguate solo alla fine degli anni Novanta, quando – obtorto collo – avevano abbracciato “La terza via”. Ora, mezzo secolo dopo, è ancora la destra radicale a imporre un’inversione di rotta, indicando i guasti provocati dalla globalizzazione, invocando politiche protezioniste, seducendo la classe operaia e lasciando le sinistre con in mano il cerino di un neoliberismo che sembra aver fatto il suo tempo.
Nella seconda parte del libro (“La sinistra dello status quo”) affronto i problemi posti alla sinistra dai sommovimenti demografici, economici e tecnologici che hanno cambiato le società occidentali negli ultimi trent’anni.
Mi dilungo sulle ragioni che hanno progressivamente modificato la base sociale dell’elettorato progressista, dando origine a quella che l’economista Thomas Piketty ha definito la “sinistra dei bramini”. Noto come la crescita delle ineguaglianze, arrivata ormai a livelli senza precedenti, è avvenuta senza che la sinistra si sia impegnata in una battaglia per modificare le regole su cui si fonda la globalizzazione. Sottolineo il fatto che, mentre la destra si è organizzata in un’internazionale reazionaria, i partiti di sinistra (un tempo internazionalisti) si sono rinchiusi ciascuno nel proprio paese e manifestano il proprio internazionalismo delegando un crescente numero di problemi alle organizzazioni transnazionali, che hanno contribuito a fondare nella seconda metà del secolo scorso. Qualche esempio? I problemi legati ai paradisi fiscali, che ormai ospitano oltre il 10 per cento della ricchezza mondiale e quelli della tassazione degli ultraricchi; tutte le tematiche legate allo strapotere di piattaforme digitali, ormai più potenti degli Stati, che controllano gli strumenti più diffusi di informazione e comunicazione, ed egemonizzano la raccolta pubblicitaria.
Delegare questi problemi (ce ne sono molti altri che potrebbero essere citati) a strutture sovranazionali espellendoli dal dibattito nazionale non solo impoverisce la discussione politica a livello locale ma impedisce ai cittadini di comprendere la complessità del mondo e li porta a reagire con sospetto quando alcune decisioni vengono prese da istituzioni lontane.
Il risultato di tutto questo è visibile nelle urne con pochissime eccezioni: i voti progressisti si concentrano tra i cittadini istruiti delle aree urbane, mentre i parlamenti e i centri di potere si svuotano dei rappresentanti delle classi sociali meno abbienti. Così gli ascensori sociali si bloccano e il risentimento delle periferie si trasforma in rabbia.
Già nel 2012 Dani Rodrik, economista ad Harvard, sosteneva che “la globalizzazione nella forma attuale è incompatibile con la democrazia” perché “distrugge la sovranità politica e con essa la fiducia dei cittadini nello Stato”. In questa situazione sono in molti a sostenere che le regole della globalizzazione andrebbero ripensate, ma non è facile perché il neoliberismo, oltre che una politica, è diventato una cultura che paralizza la sinistra.
Nel suo ultimo libro (Taking Back Control? States and State Systems After Globalism, Verso, Londra, 2024) Wolfgang Streeck, un importante economista tedesco, sostiene che gli Stati Nazione, nel mondo della globalizzazione neoliberista, hanno ormai così poco potere da non riuscire più a difendere i popoli dalle intemperie dell’economia mondiale. Il “New York Times” lo ha recensito titolando: “Questo pensatore anticonformista è il Karl Marx dei nostri tempi”.
Nelle conclusioni del mio libro cito un aneddoto personale che risale agli anni in cui mi stavo affacciando timidamente alla politica, verso la metà degli anni Sessanta. Un giorno chiesi a un mio zio, che era un esponente del Pci genovese, perché il partito comunista fosse così legato all’Unione Sovietica, un paese che negava la libertà ai cittadini. Mi rispose pazientemente che bisognava distinguere tra ‘libertà formali’ e ‘libertà sostanziali’. Precisò che la libertà di parola era una libertà formale mentre il diritto al lavoro e all’uguaglianza erano libertà sostanziali. Obiettai – forse un po’ confusamente – che molte persone, tornando da un viaggio nell’Est Europa, raccontavano che in quei paesi non solo non si poteva criticare il governo ma gli scaffali dei negozi erano vuoti. Rispose – alzando leggermente la voce – che la libertà non andava valutata dal numero di modelli di magliette in vendita: avere tutti la stessa maglietta era un sintomo di uguaglianza e l’uguaglianza era libertà sostanziale; poter scegliere tra diversi modelli di magliette era libertà formale.
Evitai di contraddirlo (era noto per accendersi come un fiammifero durante le discussioni) ma quel dialogo mi è rimasto impresso nella memoria. Con il passare degli anni mi sono chiesto come fosse possibile che quella distinzione – tra libertà formali e sostanziali – risultasse convincente per milioni di persone e mi sono risposto che allora gli operai avevano la percezione che i partiti di sinistra fossero al loro fianco nella difesa del posto di lavoro e delle condizioni di vita. Questo era il nocciolo ‘sostanziale’ della questione, ben più importante di altri problemi che per loro erano ‘formali’ perché non avevano un impatto quotidiano sulla loro vita. Se tu credi che quel partito ti protegga, tutto il resto viene di conseguenza, compresa la tua idea di democrazia. Le persone adottano la visione del mondo che risulta loro più conveniente.
Credo che oggi molti cittadini percepiscano l’aumento visibile delle ineguaglianze e il rapido cambiamento del clima sociale nei loro quartieri come problemi ‘sostanziali’ della loro vita, di fronte ai quali le diatribe sulla democrazia suonano come astrazioni (formali) dalla realtà. Questi cittadini non si sentono protetti dai partiti di sinistra e questo li porta a sposare anche le tesi liberticide di quelli da cui, su alcuni temi, si sentono protetti. Per lottare in modo efficace per la difesa della democrazia non basta dirlo: è necessario entrare in sintonia con queste persone, travolte dai cambiamenti indotti dalla globalizzazione, dall’ondata migratoria e dalla rivoluzione digitale. Ma per costruire nuove politiche e un’altra narrazione è necessario prima capire perché la destra vince.