Campo largo e Ucraina: i nodi vengono al pettine

Le parole del leader M5S, Giuseppe Conte, riaprono lo scontro nel centrosinistra. Una proposta per unire la coalizione su tregua, aiuti militari e garanzie a Kiev.

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Dunque è bufera nel campo largo dopo le dichiarazioni di Giuseppe Conte sull’Ucraina, imperniate su due punti. Ovvero: aiutare l’aggredito, ma senza più inviare armi. E promuovere un’iniziativa negoziale con Zelensky e Putin, qualora Conte stesso, passando per le primarie, divenisse presidente del Consiglio. Alle primarie egli rimanda anche per quel che concerne il merito e il metodo di questo delicato problema di programma.

Subito si è scatenata la protesta di Tajani, Calenda e dell’ala moderata del Pd, con Quartapelle e Sensi. Quest’ultimo si spinge addirittura a sancire il «vannaccismo di Conte». Conte, però, «dovrà far pippa», aggiunge con chiosa elegante. Calenda, invece, ha dichiarato che questa posizione decreta la fine del campo largo e gioisce, intravedendo divisioni irrimediabili del tipo: fuori Conte dal campo e dentro lui, Calenda. Quartapelle gli fa eco, invitando il Pd ed Elly Schlein «a prendere atto che c’è chi vuol rompere la coalizione mettendo a rischio la sicurezza dell’Occidente, valore più alto per noi del Pd».

Molto rumore per nulla, perché in realtà la posizione di Conte non è nuova, ma è ben nota da qualche anno, dopo che egli aveva inizialmente votato, e più volte, a favore degli aiuti bellici a Kiev. Oggi Conte, inizialmente in linea con Bersani — «aiuti militari, ma con una linea rossa vincolata al negoziato» — ribadisce la sua posizione in modo più preciso e con dettagli non da poco: l’invito ai due nemici a negoziare. E lo fa nel contesto incandescente della contesa per la premiership legata alle possibili primarie.

Fin qui si era tenuto più prudente nel rivendicare la sua posizione sulla guerra, unita al ripudio del riarmo in generale, sia nazionale sia comune europeo. Una posizione che appartiene a tutto il Movimento 5 Stelle, anzi fin qui critico per la prudenza contiana al riguardo. E che appartiene a buona parte del Pd e dintorni, insieme ad Avs, pur con la cospicua opposizione della cosiddetta ala riformista, che con tale linea è da sempre in ferma rotta di collisione.

Inutile, perciò, negarlo o nasconderlo. Il nodo Ucraina prima o poi sarebbe venuto al pettine, benché Schlein, più convinta invece del sostegno militare a Kiev, avesse più volte detto che un punto di caduta sul tema sarebbe stato trovato in sede di definizione del programma della coalizione.

Ebbene, non è più possibile aspettare un chiarimento in separata sede e in autunno. Perché ormai la contesa sul programma entra nel vivo, nel clima acceso della crisi generale dell’Italia e dell’Europa e in vista della sfida elettorale, che si svolga con la legge truffa di Meloni oppure no.

Urge quindi trovare quel punto di caduta al quale alludeva Schlein ben prima del previsto, se si vuole tenere unita la formazione di battaglia e le alleanze di vertice e di base popolare del campo alternativo. Occorre evitare di offrire all’avversario divisioni e fenditure, mentre il centrodestra gioca con furbizia e comodità su un doppio registro: da un lato, il riarmo euro-atlantico subalterno a Trump; dall’altro, la prudenza meloniana nell’accedere ai fondi in armi SAFE per 14,5 miliardi, per ora soltanto «prenotati».

E allora quale potrebbe essere oggi un ragionevole punto di equilibrio sulla questione ucraina, che ormai si estende alla più generale questione della guerra, coinvolgendo anche l’Iran? Si badi: il tema è divenuto globale. E sconvolge già le nostre economie e la coesione sociale dell’Italia e dell’Europa, con la crisi logistica delle rotte del petrolio e l’aumento del costo dell’energia, con il relativo effetto domino. Senza dimenticare il riarmo forzato previsto e comandato dall’UE per 6.800 miliardi in nove anni.

Non si tratta perciò soltanto di una questione nazionale e di principio dalla quale non recedere: l’indipendenza di ciò che resta dell’Ucraina invasa.

Il cuore vero del problema — oltre al disinnesco dei cortocircuiti con l’Iran — resta la costruzione di un sistema di sicurezza globale in Europa che vada in senso opposto rispetto a quello che invece si profila. Ovvero l’Europa come antemurale armato contro la Russia, addirittura ai confini della Russia. Uno degli inneschi fatali della guerra d’invasione scattata nel 2022.

Il vero pomo della discordia che inibisce ogni pace è proprio questo. Non già la tregua e la spartizione de facto e non de iure, che ormai anche Kiev pare accettare di mal grado, dopo aver immaginato, con la NATO alle spalle, di poter giungere in Crimea nel 2022-2023. E nemmeno è dirimente il tema del Donbass residuo, non ancora conquistato da Mosca. Anche su quello ci si può accordare. Come ci si può accordare sul punto delle riparazioni, per le quali Mosca mise già a disposizione i propri asset congelati.

No. Il tema vero è ben altro: le garanzie da assicurare a Kiev e la consistenza del suo esercito residuo. E, ancor più, la presenza o meno di un contingente armato europeo sul suolo ucraino con funzioni di peacekeeping. Di per sé una contraddizione in termini, dal momento che l’Europa e i cosiddetti «volenterosi» disponibili all’ingaggio restano organici alla NATO. Dunque, qual è la posizione praticabile? Vediamo.

Conte dice una cosa giusta e una quantomeno debole, a nostro avviso. La cosa giusta è l’intenzione di sollecitare una trattativa tra i nemici, purché si chieda alla Russia di fermare i bombardamenti e si raggiunga una tregua reciproca sul fronte balistico. Così come è giusto, in Conte, il rifiuto del ReArm da 6.800 miliardi, con una spesa per la difesa pari al 5 per cento del PIL: un’ipoteca negativa e sciagurata sulla coesione, sullo sviluppo e sulla coesistenza in Europa.

Discutibile, viceversa, è il diniego di Conte a ulteriori aiuti militari esterni, in assoluto e da subito, a Kiev. Con l’argomento che l’Ucraina ne disponga già a sufficienza. Ma, di fatto, non è così. Da un lato, infatti, la disparità balistica e difensiva è evidente, malgrado la logistica euro-NATO e la forza nei droni sviluppata in joint venture con Palantir. Dall’altro, né nell’immediato né in futuro si può escludere un ombrello difensivo esterno per Kiev, insieme a un esercito adeguato, a tutela di un eventuale compromesso raggiunto sulla linea del fuoco attuale, con truppe di interposizione sotto bandiera ONU. Una soluzione che consentirebbe anche di rilanciare il valore multilaterale delle Nazioni Unite, attraverso un accordo tra le potenze e il nuovo mondo dei BRICS.

Ricapitolando, ecco in sintesi la base unitaria di un compromesso programmatico sulla questione ucraina, in grado di rendere riconoscibile agli occhi del popolo italiano la coesione del campo alternativo e, al tempo stesso, la divisione avversaria. Vediamola per capitoli, rivolti a M5S, Pd, Avs e al centro progressista in senso lato.

Primo. Tregua e spartizione dell’Ucraina, con riconoscimento de facto alla Russia delle zone ormai occupate. Secondo. Forza di interposizione multinazionale, anche con la partecipazione di Paesi dell’UE, ma non riconducibile ai «volenterosi» europei, e posta sotto bandiera ONU. Terzo. Esercito ucraino sufficiente a difendere i nuovi confini raggiunti. Quarto. Nell’immediato, aiuti a Kiev condizionati al concreto perseguimento della pace; successivamente, aiuti a garanzia della sua difesa, con l’impegno a intervenire in caso di aggressione. Ma attraverso un ombrello esterno e non con la presenza militare dei «volenterosi». Quinto. Uso degli asset russi congelati in Europa e in America per le riparazioni. Sesto. Ingresso di Kiev nell’UE, ma non nella NATO, con il divieto di joint venture militari euro-ucraine integrate nel medesimo complesso militare-industriale euro-NATO.

Un conto, infatti, sono l’ombrello militare esterno e gli aiuti disponibili per Kiev in caso di aggressione. Altro è un complesso militare operativo del quale l’Ucraina sarebbe, in futuro e fin da subito, la punta di lancia sul fianco della Russia in via permanente.

In conclusione e con ancora maggiore sintesi, la coalizione dovrebbe e potrebbe ritrovarsi unita sui seguenti criteri. Tregua e spartizione del Paese sulla linea del fuoco attuale. Spartizione motivata dai fatti concreti e dalla prevalenza russa e filorussa nei quattro oblast, oltre alla Crimea russa. Rigetto di una forza armata europea in loco, in favore di una forza multinazionale sotto bandiera ONU. Ombrello militare esterno per Kiev, con un esercito ucraino sufficiente alla difesa. Kiev nell’UE e non nella NATO in alcun modo, diretto o indiretto: ergo, neutrale. Fine delle sanzioni contro la Russia.

Quanto agli aiuti di oggi, che Conte vuole sospendere senza mezzi termini, essi possono essere forniti alla sola condizione che Zelensky accetti di percorrere la strada indicata: niente «volenterosi»; tregua e spartizione con la Russia; rinuncia a entrare nel dispositivo militare euro-NATO. Resterebbero le garanzie esterne per Kiev in regime di pace.

Così come deve restare al centro del programma della coalizione antidestra il rifiuto del riarmo massiccio deciso dall’UE ad Amsterdam nel 2025, con la roadmap da 6.800 miliardi e una spesa militare pari al 5 per cento del PIL. Quanto alla difesa comune ipotizzabile, ci sarà tempo per discutere del come e del quanto.

Ma non più rinviabile appare ormai la questione della pace in Ucraina, sulla quale si giocherà gran parte del destino dell’Italia, del futuro dell’Europa stessa e addirittura della sua sopravvivenza democratica. Nel segno di un quesito destinale: Europa civiltà di guerra oppure Europa civiltà di pace e di coesistenza tra i popoli?

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