Bossi, la Lega e quel nord che non capiamo

Tra ricordi personali e politica vissuta, un’analisi della Lega di Umberto Bossi e delle ragioni profonde delle sconfitte del centrosinistra in Lombardia.

Daniele MarantelliApprofondimenti
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ANSA

Sono cresciuto leggendo, anche, le pagine fondate da Palmiro Togliatti. Scrivere per Rinascita mi procura, pertanto, una speciale emozione. Proverò a dare un contributo alla conoscenza della Lega dopo la scomparsa di Umberto Bossi e a quella della Lombardia, ricorrendo al “metodo dell’analisi differenziata”. Della Lega e di Bossi si è detto e scritto tutto. Mi limiterò, allora, ad aggiungere qualche esperienza personale.

A fine 1985 incontro Bossi in comune a Varese. Sono eletto in consiglio, per la prima volta, nella lista del PCI. Giuseppe Leoni, primo esponente leghista eletto in un capoluogo, svolse il suo intervento in dialetto. Ne rimasi impressionato. Molti rappresentanti dei partiti della cosiddetta prima Repubblica sostennero che, se ignorata, la Lega si sarebbe sgonfiata rapidamente. Non ne fui molto convinto. Nel 1987 Bossi viene eletto al Senato e Leoni alla Camera. È però alle amministrative del 1990 che il Carroccio raccoglie un notevole consenso. In particolare in consiglio comunale a Varese viene eletto Roberto Maroni e, complice la comune opposizione alla Giunta imperniata su DC e PSI, stabilisco con lui, entrambi capigruppo, un rapporto politico solido e personale che durerà nel tempo. Il 13 dicembre 1992 si svolgono le elezioni amministrative per il Comune di Varese, dopo la tempesta di Tangentopoli. Il Carroccio conquista 17 consiglieri su 40. Ha il consenso dell’unico rappresentante del PRI. Per costruire una maggioranza servono, tuttavia, 21 voti. Dopo il fallimento delle trattative con la Rete, Bossi consiglia a Maroni di concordare con me la soluzione, avendo anche il PDS eletto tre consiglieri. Senza diffondermi in particolari, mi limito a dire che demmo l’appoggio esterno necessario per la nascita di una giunta che, obiettivamente, è stata una delle più progressiste del secondo dopoguerra.

Nelle scorse settimane alcuni esponenti del centrosinistra hanno sbrigativamente liquidato Bossi, definendolo omofobo e razzista. Alle elezioni provinciali di Varese di fine 1993 la Lega sfiora il 50%. Praticamente fu votata da tutti. Operai e imprenditori, artigiani e commercianti, intellettuali e semianalfabeti, giovani e anziani, settentrionali e meridionali. Dubito fossero tutti omofobi e razzisti. Dopo la vittoria di Berlusconi alle politiche del marzo 1994, alleato con la Lega al Nord e con AN al Sud, Bossi decise di porre fine a quell’esperienza di Governo. Sancisce la decisione nel congresso di Assago nel febbraio 1995. Ero presente ai lavori. La delegazione del PDS era guidata da Massimo D’Alema che intervenne al congresso. La rottura con Maroni, che non voleva troncare la vita del Governo, fu vera e profonda. Con la testa stavo con il leader leghista. Provai, tuttavia, una forte indignazione per come il mio amico, Ministro degli Interni, fu trattato dal suo partito. Seduto nel retropalco ne parlai con Bossi. Eravamo soli. Era convinto della scelta politica compiuta, ma triste per la frattura con quello che era stato, e sarebbe stato a lungo, il suo braccio destro. Nel 1996 la Lega decide la corsa solitaria alle Politiche favorendo, in quel modo, la vittoria del centrosinistra di Prodi. Bossi, negli anni successivi, soffre la condizione di isolamento. Si inventa le ampolle sul Po, indica la strada della secessione, non quella del federalismo. Riprende il dialogo con Forza Italia. In vista delle regionali del 2000, con diversi compagni, tentammo di sventare quel dialogo attraverso un’alleanza in Lombardia con la Lega. Quel tentativo fallì e, nonostante la candidatura a Presidente di una personalità di grande spessore, Mino Martinazzoli, questi fu travolto da Formigoni.

Si impone una prima riflessione. Il Nord, così come viene spesso superficialmente evocato, non esiste. L’Emilia fa storia a sé. Dal 1995 in Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Trentino e Friuli il centrosinistra, alle regionali, si è affermato più volte. In Lombardia e Veneto, mai. In Lombardia si sono candidati esponenti di partito, Martinazzoli e Penati, della cosiddetta società civile, Sarfatti e Ambrosoli, moderati e radicali, Gori e Majorino. Tutti, sempre, strabattuti. Non sorge il dubbio che la candidatura apicale, ancorchè importante, non sia decisiva? E che occorra, con coraggio e umiltà, andare più in profondità, per conoscere, interpretare, e rappresentare gli aspetti sociali, economici e culturali, così diversi in Lombardia? Questo, a mio giudizio, era ed è necessario. In quegli anni molti lavoratori con in tasca la tessera della CGIL votavano Lega. Segnalato il fenomeno, sembrava di bestemmiare in Chiesa. Solo anni dopo diverse inchieste avrebbero confermato quel dato.

Nel 2001, alle elezioni politiche, la lega ottiene un pessimo risultato. Al di sotto del 4%. In forza dell’intesa con Forza Italia, tuttavia, fa eleggere nei collegi uninominali un gran numero di Deputati e Senatori. Si diede vita al Berlusconi II, il Governo più nordista della Storia Repubblicana. Con risultati concreti per il Nord, inversamente proporzionali alla diffusione di esponenti del centrodestra nei centri di potere. Vale la pena ricordare, invece, che durante la prima esperienza di Governo del centrosinistra (1996/2001) nella sola Provincia di Varese si istituì nel 1998 l’Università pubblica, sempre nel 1998 si inaugurò l’hub di Malpensa e nel 1999 furono destinati oltre 200 miliardi di lire per la costruzione di un Nuovo Ospedale.

Bossi è consapevole dello scarso impatto che l’azione di Governo ha per la vita delle persone e per quella di migliaia di piccole e medie aziende. Tenta, per esempio, di scaricare le sue responsabilità politiche sulla sinistra definendola, più volte, “nazisti rossi”. Troppo per chi era cresciuto fin da bambino nel cuore della sinistra popolare e dei partigiani. Nel febbraio 2003, con accuse circostanziate, dalle colonne del quotidiano locale La Prealpina sfidai ad un duello politico Bossi, invitandolo, in ogni caso, a non usare più quel termine infamante. Non ci fu, naturalmente, alcun duello, ma il leader leghista non usò più il termine “nazisti rossi”. Ho richiamato questo episodio per dimostrare che ho cercato di combattere Bossi quando era un potente Ministro, nel pieno delle sue forze.

Nel marzo 2004 il leader leghista venne colpito da una grave malattia. Andrà in coma e, pur menomato, si riprenderà. Con Bossi in coma il suo partito fu affidato ad un triumvirato (Maroni, Calderoli e Castelli). Questi decise la corsa solitaria alle elezioni provinciali di Milano nel 2004. Forse per evitare che la Lega fosse fagocitata da Berlusconi. Quella scelta, obiettivamente, favorì l’elezione di Filippo Penati a Presidente della Provincia di Milano.

Nel 2005 Bossi, dopo una lunga riabilitazione, fece una delle sue prime uscite pubbliche allo stadio di calcio del Varese. Ad un certo punto si sottrasse alle premure dei suoi accompagnatori, tra questi ho in mente Giancarlo Giorgetti, e mi prese sottobraccio. Mi chiese come andava la mia famiglia. Compresi che mi trovavo di fronte ad un’altra persona. Mai, nei 20 anni precedenti, mi aveva fatto quella domanda. Nel 2006, per tentare di radicare la sinistra nell’area più sviluppata del Paese, lanciai l’idea dell’Ulivo del Nord. Dando basi e valori a quel progetto. Federalismo, libertà, cultura della piccola proprietà, dell’iniziativa individuale, del risparmio, della sicurezza, della solidarietà. «Mica scema l’idea -- commentò Bossi -- ma a Roma, per nostra fortuna, non gliela faranno mai realizzare». Il progetto, in effetti, per incomprensioni e ostilità nazionali e locali, fallì. Tra i pochi esponenti nazionali di centrosinistra che intuirono le potenzialità del progetto, vi fu Andrea Orlando.

Nel maggio 2007, per rilanciare il federalismo, partecipai ad un dibattito nella sede romana dei DS ai Giubbonari con Roberto Maroni e Alfredo Reichlin. Quello splendido over ’80 aveva fatto parte con Berlinguer, Napolitano e altri, della più importante classe dirigente espressa dalla sinistra in Europa. Promossa da Togliatti. Nel 1956 l’Unione Sovietica represse con la forza la rivolta in Ungheria. Reichlin, direttore de l’Unità, aveva 30 anni. Impressionante. Ma era Reichlin. Nel 2008 alle elezioni politiche nella città di Varese il PD superò nettamente la Lega. Essendo il candidato del PD, qualcuno pensò di definirmi “leghista rosso”. Non me la sono mai presa, consapevole che le etichette si affibbiano quando si è a corto di idee. Nell’agosto di quell’anno il PD organizzò la Festa Nazionale de l’Unità a Firenze. Mi si chiese di invitare Bossi. Lo feci e partecipò ad un dibattito con Pierluigi Bersani ed altri.

Nel 2013 Maroni vinse il congresso della Lega, travolta dagli scandali. Sempre in quell’anno Maroni decise di candidarsi a Presidente della Regione Lombardia mentre decise di non ricandidarsi nel 2018. In entrambe le circostanze mi illustrò le ragioni delle sue scelte. Ogni partito risente dell’impronta del suo leader. Bisogna, però, avere chiara la differenza tra capo e leader. Al primo, in politica, in azienda, nello sport, si ubbidisce, spesso con accenti fantozziani, per ottenere vantaggi personali. Il leader, invece, è colui che indica una meta e, sulla base di ideali e valori comuni, ti spinge a raggiungerla con lui. La Lega di oggi è un partito personale con una evidente collocazione a destra.

Nel recente referendum si è affermato il NO. Le guerre, Trump, l’aumento del costo dei carburanti e della vita, la difesa della Costituzione, il Sud, i giovani: tutto ciò ha contribuito alla vittoria del NO. Elly Schlein ha saputo, con intelligenza, posizionare il PD a sostegno del NO, nonostante diversi esponenti del PD, in modo del tutto impolitico, fossero schierati per il SI. Il dato politico più importante, per me, è il seguente. Avere impedito all’attuale Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di condurre una lunga campagna elettorale in vista delle prossime politiche sostenendo che: il popolo sta con me. Questo rischio, che sarebbe stato letale per il centrosinistra, è scongiurato. Tanto per cambiare, però, il No in Lombardia e Veneto ha perso. C’è chi si consola con i dati positivi di alcuni capoluoghi lombardi. Ancora! Nel 2018 il centrosinistra amministrava quasi tutti i capoluoghi, eppure alle regionali Giorgio Gori fu travolto da Attilio Fontana, rappresentante del centrodestra.

In Italia, invece, il centrosinistra ha vinto nel 1996 e nel 2006, perdendo, tuttavia, in entrambe le circostanze, in Lombardia e Veneto. Si è cercato di trovare le cause delle due cadute di Prodi nelle manovre di D’Alema e nell’avviso di garanzia a Mastella. Spiegazioni tanto consolatorie quanto sovrastrutturali. La verità è che contro la Lombardia e il Veneto non si governa l’Italia. Quelle due sperienze dimostrano, se mai, che per vincere c’è bisogno, insieme, di politica e di tecnicalità. Per contrastare un Mondo nel quale dilagano dittatori, autocrati, affaristi, è necessaria una nuova Europa. Un’Europa federale, delle Regioni. So bene che per la Commissione è più semplice trattare con 27 Stati piuttosto che con centinaia di Regioni. Ma l’Europa federale delle Regioni e l’elezione diretta del Presidente della Commissione, sono, a mio giudizio, la strada giusta per cambiare il Mondo, sconfiggere oligarchi e disuguaglianze, riaffermare il primato della politica e della democrazia contro lo strapotere della finanza e delle nuove tecnologie.