Biagio De Giovanni, l’ultimo maestro della mediazione politica

Da Hegel a Marx, dalla scuola di Bari all’Europa: il percorso del filosofo napoletano che ha segnato il dibattito italiano del secondo Novecento.

Luca BasileBattaglia delle Idee
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ANSA

Se n’è andato Biagio De Giovanni, una delle intelligenze filosofiche più lucide di quella straordinaria, e probabilmente irripetibile, stagione della cultura italiana che si affacciò fra gli ultimi anni del regime e il dopoguerra repubblicano, in parte significativamente riversandosi nell’esperienza marxista, e che, ad ogni modo, apparve capace di segnare un punto alto della relazione fra intellettuali e forme politiche entro la vicenda nazionale. Interprete originale ed acuto di Hegel (che insieme a Vico – al quale dedicherà pure uno degli ultimi lavori, titolato Giordano Bruno, Giovanbattista Vico e la cultura meridionale, e il merito della cui interpretazione complessiva dovrebbe essere vagliato in una sede apposita – resterà il suo “autore”), indagatore dei tornanti salienti della “coscienza europea”, figura di spicco del dibattito teorico di area comunista ma anche, in seguito, convinto assertore della necessità di segnare una discontinuità netta verso tale tradizione, De Giovanni, che nella sua lunga vita svolse compiti ed ebbe riconoscimenti assai importanti (rettore dell’Università Orientale di Napoli; europarlamentare; presidente della Commissione Europea per le riforme istituzionali; accademico del Lincei, etc.), fu tra le personalità maggiormente caratterizzanti di episodi ideologici del genere dell’hegelomarxismo meridionale di ispirazione gramsciana (la cosiddetta “scuola di Bari”, da lui animata insieme ad altri studiosi come Giuseppe Vacca e Franco De Felice). Molti i suoi allievi e i nomi più giovani che gli furono vicini: dallo stesso Vacca a Montanari a Franca Papa, da Roberto Esposito a Giacomo Marramao, a Roberto Racinaro, da Fistetti ad Auciello, a Zarone.

Formato all’incrocio della lezione di Pietro Piovani e del filosofo del diritto Ermanno Cammarata, De Giovanni si nutrì da subito tanto dell’eredità attualistica quanto dello “storicismo problematico” di marca diltheyana (ma pure di alcuni elementi della rielaborazione della “filosofia della vita” da parte di un Giuseppe Capograssi). I contributi iniziali furono dedicati proprio a Vico, al vichismo e i problemi di filosofia del diritto, ma il principiale contributo teoretico di tutta la prima parte del suo lavoro risulterà costituito dal volume del ’62 L’esperienza come oggettivazione - Alle origini del problema moderno della scienza. In tale sede il nostro autore cominciava ad esibire la centralità del fattore della mediazione, ma lo giuocava nei termini di una parziale critica dell’hegelismo. Inoltre, negli studi di questo periodo riuscirà patente l’interesse per le tesi, pur talvolta messe in discussione, di Löewith e per la sua “storiografia ideale”.

Quando sentirà di dover prendere le distanze da Marx (la cui posizione verrà ricondotta, prevalentamente, ad una forma di “prassismo” – restituita secondo la lezione di Gentile, fissata discutibilmente, ma favorendo un modulo di successo, in continuità proiettiva rispetto a Gramsci – e di finalismo) sarà ad essa che De Giovanni, con toni spesso indiretti, e comunque graduati, farà richiamo. Un aspetto và, però, soprattutto insistito: sporge già in questa fase il forte aggancio alla coppia concettuale opposizionale “vita”/“forme”, autentico topos della “filosofia della vita” e della “cultura della crisi” fra Ottocento e Novecento (donde il problematico contatto con l’impiamto “mediatore” hegeliano).

La cesura periodizzante costituita dal 1968 s’incaricherà di ridefinire i contorni del rapporto con Hegel e, implicitamente, con il nodo della “mediazione”, nonché di marcare l’immissione di De Giovanni nel campo della ricerca marxista. L’esito di tale passaggio dovrà esser riconosciuto nel fortunato volume del ’70 Hegel e il tempo storico della società borghese. Il libro rappresenta, forse, il testo dell’autore napoletano maggiormente congruente, a rigore, alla lezione di Marx (e al suo proseguo in Gramsci). Al centro vi era il tentativo di rivendicare il nesso Hegel-Marx in alternativa alla dissociazione propostane dal paradigma strutturalista di Althusser (rispetto al quale pur si cercava di dimostrare come il “processo senza soggetto”, da lui indicato a proposito della fase matura marxiana, collimasse, a sua volta, con la coincidenza, formulata dal grande pensatore tedesco, soggetto-processo) e dallo scientismo di Della Volpe e della sua scuola. Come ha notato Michele Ciliberto. Parliamo di un libro scritto sulla scia del ’68, e, è stato aggiunto, volto a proporne un’apposita lettura filosofica. «Rileggendo la Scienza della logica – ha scritto uno degli allievi nel Nostro a lui più legati (come dimostra il libro di “Lettere sul Novecento” Sentieri interrotti, del 2011), Marcello Montanari – De Giovanni trova che il punto della riflessione hegeliana fosse il presente storico. Era quello in cui poteva costituirsi la scienza del processo storico. Giunta a questo punto del suo divenire, la scienza poteva ripercorrere il suo divenire e comprendere la propria forma (...). Si definirà così una interpretazione di Hegel e, più specificamente, del rapporto logica-storia, concetto-tempo, che non aveva solo una valenza teorica o metodologica (...) perché quella lettura di Hegel mostrava che la riclassificazione delle funzioni della scienza (...) porta alla costituzione di una consapevolezza storico-critica del presente, alla formazione di una soggettività critica, che sottrae le forze produttive alla loro immediata fisionomia economica (priva, cioè, di forme e di mediazioni culturali)». Potremmo affermare che veniva, dunque, dischiusa la prospettiva della piena conversione in soggetto storico-politico del General intellect approssimato da Marx. Tale risultato fu conseguito visualizzando l’orizzonte di interdipendenze approfondito da Hegel, che incominciò a penetrare il tempo articolato, “complesso” della società borghese, in poi. Trattiamo di una impostazione che intendeva fornire strumenti teorici adeguati ad interpretare la pervasiva saldatura di sapere e potere nella dimensione capitalistica. Impostazione che puntava, così, a fornire un armamentario concettuale valido all’incontro tra lotte operaie e studentesche scaturente il “lungo ’68”, ovvero un ciclo di inusitata partecipazione, di critica della neutralità della scienza e della sua sussunzione al capitale (il quale andrà specificandosi, dunque, e, d’altra parte, primariamente come capitale cognitivo).

Il passaggio successivo sarà marcato, nel ’76, da un più diretto confronto, molto condizionato, ora, da Althusser, con il Marx “critico dell’economia politica”. Ne La teoria politica delle classi nel “Capitale” De Giovanni invertirà il nesso logico-storico dal primo al secondo volume de Il Capitale, cercando di proporre una peculiare ipotesi di teoria della riproduzione. Tale ipotesi rispondeva, del resto, alla più generale esigenza di collocare la teoria all’altezza del tendenziale spostamento del vettore sociale (e dunque della estrazione del plusvalore) dal terreno della produzione a quello della riproduzione, avvinta all’articolazione degli apparati egemonici (il che spiegava tutto il rilievo della riflessione su Gramsci). In La teoria politica De Giovanni concentrava l’attenzione intorno ai termini della mediazione che istituiva i fattori, la composizione sincronica e la morfologia interna del tempo storici del capitale. Egli mostrava come la riproduzione capitalistica procedesse tramite la pretta dinamica di unificazione per scomposizione. La ricomposizione integrale del processo storico-sociale era considerata traguardabile solo, realiter, dal lato del raggiungimento della compiuta soggettivazione del “lavoro come insieme”, per dirla con Gramsci. L’operazione del filosofo napoletano consisteva nel guadagnare la composizione del tempo storico capitalistico respingendo ogni impianto progressivo-lineare allo scopo di “dedurre” e ricostruire dall’interno del processo produttivo-riproduttivo capitalistico la morfologia politica dell’antagonismo. In tale procedimento “deduttivo” sporgeva, forse, l’ombra di uno schema, volens nolens, “idealistico” di disposizione del nesso conflitto-mediazione di fronte alla effettiva consistenza capitalistica storicamente determinata. Nonostante la discutibile enfasi su un certo, presunto “organicismo”, Cesare Luporini, durante il dibattito entro il seminario del ’77, organizzato da PCI a Frattocchie e dedicato a Egemonia, Stato, partito in Gramsci, aveva in quale modo avvertito questo limite parlando di una eco di sapore gentiliano nella ricerca del filosofo napoletano.

Non possiamo seguire il tracciato della interpretazione degiovanniana di Gramsci nel decennio Settanta (culminata nella relazione su Crisi organica e Stato in Gramsci presso il grande convegno fiorentino, sempre nel ’77; relazione che rientrava tra le poche – insieme a quelle di Vacca, Mangoni, De Felice e Bodei – in grado di fronteggiare davvero l’offensiva “liberaldemocratica”, capitanata da Bobbio, contro il pensiero del dirigente sardo ed il suo, almeno potenziale, legame col PCI). Nel complesso, tale interpretazione era da collegare, fino ad un certo segno, ed in certo modo, ad una apposita strategia – ricorriamo alla formula adoperata da Giuseppe Vacca – volta ad «innestare nel tronco dello storicismo togliattiano una rottura anti-umanistica». Dinnanzi alla possibilità che il Partito Comunista accedesse alla sfera di governo, De Giovanni sentiva la necessità di tener insieme l’allargamento delle basi dello Stato e della democrazia di massa (lui e tutto l’hegelomarxismo meridionale gravitavano attorno all’area ingraiana nella geografia interna del PCI) col il nodo delle competenze in quanto designante una problematica cruciale per la medesima vita democratica contemporanea. Esplorando le implicazioni della formula gramsciana dello “specialista + politico” De Giovanni cercherà di cogliere le chances, maturate durante il ciclo del “lungo ‘68”, per un allargamento costante della partecipazione politica delle masse in ordine alla esigenza di rompere le perduranti “separatezze” ereditate dalla concezione classico-liberale ed ai relativi riflessi. Interloquendo con un arco di posizioni che dall’Husserl della Krisis giungeva al Foucault della Microfisica del potere, egli cercava di mostrare la diffusione del Politico ed il pieno egemonico dei saperi crescentemente specializzati e, così, di reimpostare a questa altezza la “questione degli intellettuali” ed il dibattito – che sottendeva una falsa tematizzazione ma non era privo di germi fecondi, poi non debitamente coltivati – a proposito della “crisi del marxismo”. Lo stesso paradigma marxiano di “critica dell’economia politica” (e in particolare il valore-lavoro) sarà riletto, in un saggio del ’79 uscito due anni dopo presso un volume di studi in onore di Luporini, e titolato Il criticismo di Marx, all’insegna di un preciso schema di formalizzazione assegnato al campo speciale-Economico e della ravvisata apertura dialettica della contraddizione politica al suo interno. Tale ipotesi, operata riconducendo, ora, l’attenzione sul primo volume de Il Capitale, venne avanzata in polemica tanto con il neoricardismo della scuola sraffiana quanto con il Colletti dell’Intervista politico-filosofica. Inoltre, lungo testi come Teoria marxista e Stato, Intellettuali e potere ed il lucidissimo Crisi e legittimazione dello Stato, tutti apparsi durante il biennio ’78-’79 su “Critica marxista”, oltre a suggerire una peculiare direttrice di periodizzazione della “crisi organica” che investì, dalla fine degli anni Venti, la forma-Stato avviando lo scenario post-liberale, ad insistere sulla necessità di andar oltre una qualifica strettamente dicotomica dello scenario strutturale esibito da Il Capitale (la tematica della “società complessa”), sfruttando in profondità, ed innovativamente, le indicazioni marxiane, a ribadire il diramare della contraddizione entro i sapere speciali, il pensatore napoletano batterà sull’istanza della loro riclassificazione come condizione ormai indispensabile al mutamento dei rapporti sociali complessivi. Urgeva, insomma, e sempre di nuovo, un lavoro dall’interno dei linguaggi e dei saperi speciali stessi.

Gli indirizzi appena richiamati, i quali avrebbero potuto suscitare un autentico rinnovamento della ricerca marxista, vennero, invece, lasciati cadere in coincidenza con l’appalesarsi del definitivo disorientamento cognitivo del PCI dinnanzi all’avanzata della cosiddetta “rivoluzione conservatrice” – la quale intaccherà a fundamentis la democrazia di massa, sulla scorta del logoramento del Welfare nazionale – ed alla radicale compromissione degli equilibri bipolari. Con un brusco scarto, De Giovanni finirà per dar ragione a molti degli argomenti di Bobbio precedentemente contrastati (assenza di una teoria dello Stato in Marx; propensione “totalitaria” della “filosofia” marxista, etc.), intersecandoli con la ripresa del modulo euristico da Del Noce applicato a Gramsci (la sua “filosofia della prassi” rappresentata in quanto bisognosa d’essere considerata in prevalente interlocuzione con Gentile). Parimenti, egli riterrà di dover riandare alla radici della ragione politica moderna, secondo un disegno mosso e plurimo (Machiavelli, Campanella, Bruno, Vico e, in certa misura, Hobbes oltre Cartesio), ancora contrapposto, però, – come De Giovanni dirà, retrospettivamente, nel 2007, a Dario Gentili – rispetto alla chiave «di stabilizzazione liberal-democratica». L’esperienza della rivista “Il Centauro”, snodata dall’’81 all’’86, e sostanzialmente condiretta insieme a Massimo Cacciari, è da spiegare in tal senso.

Lungo un percorso che scorrerà da saggi come Sulle vie di Marx in Italia (studio dell’’83 molto apprezzato da Garin e certo prezioso per il suo apporto di stimolo critico) a Marx e la costituzione della praxis, dell’’84, fino al tardo volume, del 2018, gentiliano a cominciare dal titolo, Marx filosofo, De Giovanni approssimerà un’immagine del pensatore di Treviri quale, in fin dei conti, dimentico della lezione di Hegel sulla mediazione; quale impregnato di finalismo e, però, insieme, delineante l’altra faccia, rispetto a Kierkegaard e Nietzesche, appunto di una filosofia della rottura della mediazione. Un Marx che finirà, in molti casi, per assomigliare alle prospezioni del giovane Lukàcs (e Gramsci sembrerà subire lo stesso destino). Il rifluire dell’influenza löewthiana risultava palese. Ciò sarà chiaro, fra l’altro, proprio in un testo estremo come Marx filosofo, dove non solo alla prima fase del grande autore tedesco ma anche a Il Capitale verrà imputata, adesso, una accezione impoverita dell’“astratto”, conseguentemente contrapposta alla “concretezza” immediata del mondo vitale corrisposto alla forza-lavoro. In radicale escursione da alcune precedenti acquisizioni di quello che egli stesso ebbe ad indicare come il suo passato “marxismo delle forme”, ed applicando, ancora, il modulo della polarità “vita”/“forme”, De Giovanni oscurava l’impossibilità di concepire, rispetto a Marx, entro la struttura della forma-merce, il “concreto”-valore d’uso in mera opposizione, semplice e diretta, all’“astratto”-valore di scambio. Gli è, infatti, che la forza lavoro non si costituisce in quanto dimensione vitale anticipatrice del rapporto di produzione (nell’asserire una simile priorità lo studioso napoletano arriverà, inconfessatamente, a dar ragione a molto operaismo ed alla inerente opzione euristica impiantata sui Grundrisse).

Alla base di tale discorso v’era, ormai, l’attribuzione al marxismo tout court di una visione “onnivora”, inglobante e tuttavia posta in contrasto alle forme, prassistica e finalisticamente “meta-politica”. La “fine” del comunismo, una certa considerazione del suo portato “epocale”, lo indurranno a promuovere, adesso, e definitivamente, benché sulla base di una sorta di originale e sofisticato hegelismo, una precisa variante del “provvidenzialismo liberale” (va rimarcato, però, pure che i quadri concettuali attraverso cui tale autore procederà resteranno, appunto, diversi dai prevalenti paradigmi del liberalismo). Il giudizio sostanzialmente liquidatorio su Togliatti, l’auspicata discontinuità nei riguardi della tradizione comunista italiana (che spiega la sua successiva collocazione entro la “destra” interna persino all’area “riformista” del vecchio PCI e poi del PDS-DS), l’esasperato collegamento di Gramsci a Gentile (un ragionamento a parte meriterebbero i connessi cambiamenti di accento sulla interpretazione di Labriola) sono da giustificare, complessivamente, al lume di un simile approccio.

Un punto è certo: entro la propria ricerca teorica De Giovanni non farà mai venir meno la centralità ed il primato dell’idea della mediazione (incorrendo, tuttavia, non di rado, nel contravvenire a ciò con alcune valutazioni specifiche). È il caso della straordinaria monografia del 2011 su Hegel e Spinoza, laddove a prendere la scena sarà proprio la mediazione e la tensione tra finito e infinito (esemplata, fra l’altro, sin dall’immagine cristiana dell’“incarnazione”). Il problema affrontato atterrà al tentativo di “salvare” la forza della libertà del finito all’insegna della presenzialità dell’infinito nella storia di esso. In un libro parimenti impegnativo, Alle origini della democrazia di massa, di due anni successivo, De Giovanni cercherà di mettere a verifica la individuata linea “democratica” Rousseau-Marx (e, in certa misura, coinvolgente anche Schmitt), reputata esposta “in blocco”, ed intrinsecamente, al pericolo della tensione “totalitaria”. Di qui verrà avanzata anche una suggestiva ipotesi di valorizzazione della cultura giuridica tra Ottocento e Novecento, la quale, passando attraverso i travagli della crisi dello Stato liberale, avrebbe tradotto l’esigenza della mediazione nella vocazione alla forma, che risulterà, così, sostenuta da una vibrante consapevolezza politica. Tale ipotesi – cui sarò sottesa una originalissima rivisitazione di sapore hegeliano del “formalismo” lato sensu – culminerà in una lettura al di fuori dell’ipoteca strettamente positivistica (e dunque in contrasto con i giudizi di Bobbio) delle tesi di Kelsen, pur esplorate nel loro ineludibile nesso con il neokantismo non solo di Cassirer ma anche di Cohen e della “Scuola di Manburgo”. Lettura culminata in Kelsen e Schmitt – Oltre il Novecento, del 2018. Ma il luogo dove, a nostro avviso, verrà messo a punto un disegno di ripensamento della democrazia all’insegna della concezione hegeliana della sovranità come mediazione (il vincolo “preparatorio” e di “unità-distinzione” della società civile rispetto allo Stato) sarà quello del volume del ’15 Elogio della sovranità politica. Disegno assai fecondo che, forte pure della precedente, pur molto diversa ricerca intorno alla tensione mediatrice uno-molti in quanto cifra dell’occidente europeo e condizione delle sue possibili prospettive (ci riferiamo, in particolare, al libro del 2002 L’ambigua potenza dell’Europa, scritto sulla base della propria esperienza istituzionale, e poi a La filosofia e l’Europa moderna, del 2004), proporrà, comunque sia, – badare bene – una pista di rifondazione del processo democratico, incrinato radicitus nella contemporaneità, al di fuori e al di là della semplice vulgata liberale.

Negli ultimi anni della sua vita De Giovanni tornerà ancora su Hegel (in specie sulla Fenomenologia, diversamente da molte delle attenzioni precedentemente mostrate, con il penultimo libro, dell’anno scorso) e sull’incidenza del negativo per la formazione dell’identità europea con Figure di Apocalissi, che è del 2022. Nell’ultimo lavoro, La filosofia e i totalitarismi europei tra XIV e XX secolo, il tema sarà nuovamente affrontato confermando il giudizio su Marx ed inasprendo, ci pare, quello sul pensiero di Gentile, fino a mostrarne l’esito del mancamento (o addirittura della distruzione) della mediazione e così offrendo una valutazione più perspicua a paragone di Disputa sul divenire – Gentile e Severino; una valutazione coerente, invece, nei riguardi di alcuni altri saggi particolari). Spesso in dissimmetria con una elaborazione tanto sofisticata, i tardi pronunciamenti degiovanniani intorno alla mobile realtà del mondo contemporaneo saranno ispirati ad una accezione unilaterale delle “ragioni dell’Occidente”. Ne deriverà anche la parallela espressione dell’idea, singolarmente neohegeliana, e talvolta assai semplificata ed esasperata in virtù di condizionamenti congiunturali, del condensare della mediazione politica entro la decisione (il riferimento corre ad una certa interpretazione dell’immagine del “puntino sulla i” recato dal sovrano nei Lineamenti di filosofia del diritto). Nell’insieme, tornerà fino all’ultimo il collegamento al modulo concettuale, precedentemente richiamato, istituito dalla polarità “vita”/“forme” (anche Croce, sopratutto il Croce della Filosofia della pratica, in un volumetto del 2018, sarà rivisitato sotto la sua insegna), nonché l’ideosincrasia per la prospettiva peculiarmente storiografica. La suddetta polarità, cioè, sarà preferita al nesso storia-politica (o anche storia-vita-politica) e, di conseguenza, per dirla con Vico, al plesso di “filosofia” e “filologia” (donde pure De Giovanni era in qualche modo partito, come dimostra la giovanile ma già matura monografia su Francesco D’Andrea).

Quali che siano i giudizi sui vari risvolti della sua opera, il contributo di De Giovanni risalta per l’altissima qualità non solo nella vicenda del marxismo italiano ma dell’intiera cultura nel nostro secondo Novecento. Crediamo che la forza di esso sia ancora tutta da approfondire, studiare e, almeno per certi versi, riscoprire. Ci auguriamo che un apposito filone di ricerca possa essere aperto in tal senso. A chi scrive non resta che rimpiangere commossamente il magistero di un pensatore davvero convinto delle sue tesi ma sempre aperto. Un uomo dalle vastissime curiosità intellettuali e fermo nelle proprie convinzioni, persuaso com’era che fosse profondamente fondato il precetto della scolastica medioevale secondo cui una determinata tesi non avrebbe potuto essere avvalorata quando non fosse stata portata alle estreme conseguenze. Un maestro preoccupato del merito del pensiero e non della sua provenienza. La solidità della sua riflessione non si elideva con risvolti di baluginante tenerezza, di costante simpatia, grande generosità e affettuosità. Oltre ai suoi libri, ne resteranno indimenticate le splendide lezioni ma anche le occasioni di colloquio per i tanti “allievi” nella sua casa napoletana. La mancanza di De Giovanni ci renderà ancor più difficile, riteniamo, anche a fronte della desolante deserficazione del dibattito culturale e civile, questo tempo e questo davvero complicato mondo.

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