Bernie Sanders, una vita nella canzone di Woody Guthrie

Dalla lotta per i diritti civili alla settimana di 32 ore: a 85 anni Sanders continua a chiedere a chi appartengano davvero l’America e la sua prosperità.

Giuseppe LeottaApprofondimentiUSA
RIVRINASCITA_20260917170605563_757b289228e98d99aaa168e71ac34c2f.jpg

Archivio Rinascita

Qualche giorno fa Bernie Sanders ha compiuto 85 anni. La sua biografia politica è così densa che probabilmente non basterebbe un libro intero per contenerla. Ma, a mio avviso, c’è un modo efficace per sintetizzarla senza alterarne il senso di fondo: raccontarla attraverso una canzone.

La canzone in questione è This Land Is Your Land. Woody Guthrie la scrisse nel 1940 in opposizione critica a God Bless America di Irving Berlin, una canzone patriottica e un po’ sciovinista tornata di grande popolarità alla fine degli anni Trenta.

Le strofe più note descrivono l’America come un Paese aperto e sconfinato, dalla California a New York, dalle grandi foreste alle distese di grano. Ma la celebrazione geografica e delle bellezze naturali è prodromica e funzionale alla critica sociale contenuta nelle strofe meno note – perché spesso censurate – che denunciano il carattere antisociale della proprietà privata e le pessime condizioni materiali di gran parte della popolazione, costretta a rivolgersi all’assistenza pubblica per sostentarsi.

Insomma: se, come recita il ritornello, «this land is made for you and me», se questa terra è fatta per te e per me, allora perché qualcuno può recintarla? E perché altri hanno fame? Questa terra, l’America – si chiede l’autore –, appartiene davvero a tutti? Più in generale, cosa significa “appartenere” a un Paese quando alcuni possiedono enormemente più di altri? Che valore ha la prosperità economica se una parte della popolazione ne rimane esclusa? Quanto può dirsi sostanziale l’uguaglianza quando le condizioni materiali di partenza sono assai diverse e dipendono dalla classe sociale di provenienza?

Sono, in fondo, le stesse domande che attraversano l’intera esperienza politica di Bernie Sanders. Non deve quindi sorprendere che egli abbia più volte dichiarato la propria ammirazione per Guthrie e abbia utilizzato This Land Is Your Land anche nei suoi comizi.

Sanders nasce a Brooklyn nel 1941 e, figlio di un immigrato ebreo polacco che lavorava come venditore di vernici, conosce fin da ragazzo l’insicurezza economica di una famiglia senza grandi mezzi. Negli anni dell’università trascorsi a Chicago si avvicina alla sinistra socialista e al movimento per i diritti civili in opposizione alla segregazione razziale. Nel 1963 partecipa alla March on Washington for Jobs and Freedom, durante la quale Martin Luther King pronuncia il celebre I Have a Dream.

Ecco, a ben guardare, il titolo di quella manifestazione contiene tutto il Sanders futuro: jobs and freedom, lavoro e libertà. O sarebbe forse meglio dire lavoro nella libertà, come declama il songwriter romano Armandino Liberti in Noi de borgata.

Due elementi – dignità del lavoro e libertà – che per lui resteranno inseparabili. I diritti civili sono essenziali, ma rischiano di rimanere incompiuti se non vengono assicurate le condizioni materiali necessarie per esercitarli: la casa, il salario dignitoso, la possibilità di curarsi senza essere travolti dai debiti, l’organizzazione collettiva nei luoghi di lavoro.

Forse a qualcuno potrà suonare “strano”, ma il socialismo di Sanders nasce e si sviluppa dentro la tradizione e la storia americana e ha in Eugene Victor Debs– ferroviere, sindacalista, leader socialista, più volte candidato alla presidenza degli Stati Uniti e finito in galera per essersi opposto alla Prima guerra mondiale – il suo riferimento fondamentale.

Perché, agli occhi del giovane Bernie, Debs ha rappresentato la conferma del fatto che, nonostante una certa narrazione mainstream di segno opposto, anche nella storia americana è esistito un socialismo radicato nel movimento operaio, nelle lotte sindacali e nel pacifismo. E, soprattutto, che la lotta di classe è sempre stata alla base della società americana… nonostante si tendesse a negarne l’esistenza idealizzando gli Stati Uniti quali “nazione senza classi” costruita sul mito dell’American Dream: una straordinaria invenzione pubblicitaria che, come ci ha spiegato Bruce Springsteen, nella migliore delle ipotesi si è rivelata runaway, sfuggevole, se non addirittura una una menzogna.

Quando nel 1981 viene eletto sindaco di Burlington, Sanders ha l’occasione di tradurre quella formazione politica in scelte concrete di governo del territorio: edilizia popolare, servizi pubblici, sviluppo urbano, welfare cittadino.

Poi arrivano la Camera, nel 1991, e il Senato, nel 2007. I temi del lavoro e il sindacato – correttamente ritenuto uno strumento di riequilibrio nella distribuzione del potere nell’ottica di alimentare la worker power – assorbono in massima parte la sua azione politica. Da qui “sgorga” l’instancabile sostegno alle campagne per il salario minimo, ai picchetti e agli scioperi, ai lavoratori delle grandi corporations – di recente, fra gli altri, quelli di Amazon e Starbucks – e, più in generale, al diritto di organizzazione sindacale.

Questa impostazione arriva al “grande pubblico” nel 2016, quando Sanders sfida Hillary Clinton nelle primarie democratiche. Perde, ma la sua candidatura incide profondamente sul dibattito politico: Medicare for All, salario minimo a 15 dollari, college pubblico gratuito, riduzione del debito studentesco, tassazione dei grandi patrimoni e rafforzamento dei sindacati diventano temi di cui si comincia a discutere. Ma, soprattutto, torna politicamente praticabile una parola che per decenni in America era stata considerata una bestemmia: socialismo.

Nel 2020 si ricandida nuovamente alle primarie democratiche e perde ancora contro Joe Biden. Ma ormai la sua politica ha seminato e, progressivamente, il “raccolto” produce i suoi frutti. Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib, Ilhan Omar, più recentemente Zohran Mamdani e tanti altri ancora rappresentano una generazione diversa, con biografie e priorità proprie, ma cresciuta dentro un orizzonte politico che le campagne di Sanders hanno contribuito a rendere visibile.

E quell’orizzonte era già stato delineato in This Land Is Your Land, attraverso un’operazione tanto semplice quanto doverosa. Come si è detto, Guthrie è partito da una promessa di appartenenza universale raccontata con estrema efficacia letteraria all’interno della Dichiarazione d’indipendenza del 1776: «Noi riteniamo che… tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati… di alcuni diritti inalienabili, che tra questi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità». E l’ha confrontata con la realtà.

Allo stesso modo Sanders continua a interrogarsi circa le grandi promesse della democrazia americana che gli appaiono stridere con le condizioni materiali in cui vivono le persone.

Il sistema sanitario americano è tra i più avanzati al mondo: ma allora perché l’accesso alle cure deve dipendere dalla capacità economica? La produttività cresce: ma allora perché ne beneficiano soltanto il capitale e i grandi manager e non anche i lavoratori? La democrazia attribuisce formalmente a ogni cittadino lo stesso diritto di voto: ma che cosa accade quando enormi patrimoni possono trasformarsi in capacità di finanziare campagne, controllare mezzi di comunicazione e influenzare le decisioni pubbliche?

Non deve dunque stupire che, proprio nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, Sanders abbia proposto di ridurre la settimana lavorativa a 32 ore a parità di salario. Fausto Bertinotti, in Italia, la voleva di 35 ore, termini in cui Martine Aubry l’ha introdotta in Francia.

La nuova sfida del mondo che cambia è rappresentata dall’intelligenza artificiale e dalla robotica, ma in Sanders la solita domanda ritorna con una differente declinazione: se le nuove tecnologie aumenteranno enormemente la produttività, chi dovrà beneficiarne? Soltanto azionisti e dirigenti apicali oppure anche i lavoratori? E ancora: che ne sarà di coloro che perderanno il lavoro proprio in ragione delle innovazioni tecnologiche?

Vero: Sanders non è diventato presidente e molte delle sue proposte più ambiziose non sono diventate legge. Ma ha riportato certe domande al centro della politica americana, legandole al rapporto tra libertà, condizioni materiali e distribuzione del potere.

Guthrie le aveva affidate a una canzone. Sanders, per più di sessant’anni, le ha tradotte in azione politica.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati
Bernie Sanders e Woody Guthrie: l’America di tutti - Rinascita