Berlino, un accordo storico per la sinistra europea
L’intesa tra Die Linke, SPD e Verdi a Berlino lega tutela della vita ebraica, diritto all’esistenza di Israele e autodeterminazione palestinese.

ANSA
L’accordo sottoscritto l’8 ottobre a Berlino tra Die Linke, SPD e Verdi, come condizione preliminare per l’avvio delle trattative per la formazione di un governo della città, rappresenta un passaggio storico per la sinistra europea. Non soltanto perché forze appartenenti a tradizioni politiche differenti hanno raggiunto un’intesa su una questione potenzialmente divisiva, ma soprattutto per alcune importanti innovazioni di carattere teorico e politico contenute nel documento.
La prima riguarda il superamento del paradigma del riconoscimento astratto dell’eguaglianza dei diritti, accompagnato dalla neutralizzazione delle specifiche identità culturali e religiose nella sfera pubblica. Nella tradizione dell’Illuminismo liberale, l’emancipazione degli ebrei è stata spesso concepita come riconoscimento della loro eguaglianza in quanto individui, subordinando però la piena integrazione nella comunità politica al ridimensionamento della loro identità collettiva. Una concezione emancipatrice rispetto alle discriminazioni dell’Antico Regime, ma attraversata dalla contraddizione tra l’universalità formale della cittadinanza e la particolarità concreta delle appartenenze. Lo stesso marxismo, pur avendo sviluppato con Marx una critica dei limiti dell’emancipazione puramente politica (La questione ebraica), non sempre è riuscito, nelle sue successive tradizioni, a sottrarsi a questa contraddizione.
Il documento berlinese introduce una prospettiva differente: non si limita a riconoscere l’eguaglianza dei cittadini ebrei, ma afferma esplicitamente il diritto alla vita ebraica (jüdisches Leben), alla sua continuità storica e alla sua manifestazione pubblica. Significa riconoscere le istituzioni culturali, le scuole, le comunità, le festività, le pratiche religiose e sociali attraverso cui un’identità collettiva si manifesta e si riproduce storicamente. L’identità ebraica non viene semplicemente tollerata come fatto privato, ma riconosciuta come componente costitutiva del pluralismo della comunità politica.
Non si tratta di un riconoscimento esclusivo. Il documento richiama esplicitamente la presenza a Berlino della più grande comunità ebraica della Germania e della più grande comunità palestinese d’Europa, riconoscendo la vita ebraica, musulmana e palestinese come parti integranti della città. Si delinea così un universalismo concreto, nel quale l’eguaglianza non presuppone la cancellazione delle differenze, ma trova la propria realizzazione nel loro reciproco riconoscimento.
Il secondo caposaldo riguarda il rapporto tra antisemitismo, antisionismo e diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Su questo terreno il documento introduce elementi di chiarezza particolarmente significativi rispetto alle ambiguità che attraversano una parte della sinistra europea e internazionale. L’intesa afferma che il diritto all’esistenza di Israele non è negoziabile, condanna esplicitamente l’antisionismo inteso come negazione del diritto a esistere dello Stato di Israele e giudica inaccettabili le pratiche di esclusione fondate sull’identificazione delle persone come sioniste. Vengono respinti slogan come «No Zionists welcome», insieme alle campagne generalizzate di boicottaggio e alle richieste indiscriminate di sanzioni contro Israele, le sue istituzioni e i suoi cittadini, con un riferimento esplicito alla campagna BDS.
Il significato politico di queste affermazioni è rilevante. L’antisionismo, quando si traduce nella negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele, non rappresenta una semplice posizione critica nei confronti della politica israeliana, ma diventa equiparabile all’antisemitismo. Non si può trasformare l’opposizione alle scelte di un governo nella negazione della legittimità dello Stato che esso governa. Né è accettabile che persone, istituzioni culturali o università israeliane siano colpite indiscriminatamente in ragione della loro appartenenza nazionale.
Particolarmente significativa è infatti la decisione di mantenere le collaborazioni scientifiche tra le università e gli istituti di ricerca berlinesi e israeliani, rafforzando gli scambi culturali e accademici. La responsabilità politica dei governi non può essere automaticamente trasferita ai cittadini, alle comunità scientifiche e alle istituzioni culturali di un Paese.
Tutto questo non comporta alcuna attenuazione della condanna della politica del governo Netanyahu. L’accordo ribadisce la necessità di denunciare le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, riconosce le sofferenze inflitte alla popolazione civile palestinese a Gaza e in Cisgiordania e conferma la prospettiva dei due Stati, fondata sulla sicurezza di Israele e sull’autodeterminazione palestinese. La denuncia delle gravissime responsabilità del governo israeliano, comprese le accuse di crimini di guerra, non viene dunque contrapposta al diritto all’esistenza di Israele. Nessuno Stato può sottrarsi al diritto internazionale e nessun popolo può essere privato del diritto all’autodeterminazione.
Non meno importante è il carattere vincolante dell’intesa, che prevede strumenti di prevenzione dell’antisemitismo, tutela delle comunità ebraiche e conseguenze disciplinari, fino all’espulsione, per i responsabili di violazioni dei principi condivisi. Viene inoltre prospettato l’inserimento nella Costituzione berlinese della tutela contro l’antisemitismo e le altre forme di discriminazione.
Sarebbe un grave errore ridurre la portata di questo accordo alla specificità della storia tedesca, quasi fosse soltanto l’espressione di un senso di colpa nazionale per la tragedia della Shoah. Il suo significato politico e culturale è ben più generale e dovrebbe interrogare direttamente anche la sinistra italiana. Tanto più che l’Italia non può certo considerarsi estranea alle responsabilità storiche dell’antisemitismo europeo. Le leggi razziali del 1938, la persecuzione degli ebrei da parte del regime fascista e la partecipazione delle autorità della Repubblica sociale italiana agli arresti e alle deportazioni costituiscono responsabilità che non possono essere cancellate. Eppure, nel dopoguerra, abbiamo troppo rapidamente assolto noi stessi, alimentando una rappresentazione autoindulgente della nostra storia nazionale, che ha spesso rimosso le responsabilità italiane dietro quelle, certamente maggiori, del nazismo.
Per la sinistra europea, e per quella italiana in particolare, il documento pone dunque una questione che non può essere elusa. La lotta all’antisemitismo non può essere subordinata alle convenienze delle alleanze politiche o alle contrapposizioni geopolitiche. L’antisemitismo non è una contraddizione secondaria rispetto alla lotta per l’emancipazione sociale, ma la negazione di uno dei suoi presupposti fondamentali: l’universalità dei diritti e della dignità umana.
L’accordo di Berlino traccia una linea di demarcazione politica e culturale. L’antifascismo, l’antirazzismo e la lotta all’antisemitismo appartengono allo stesso nucleo indivisibile di principi. Il contrasto all’antisemitismo deve pertanto costituire un tratto distintivo e irrinunciabile della cultura democratica e progressista, senza che ciò sia in alcun modo contrapposto all’impegno per la pace e per il riconoscimento dello Stato palestinese. Al contrario, è proprio nell’affermazione coerente e indivisibile di questi principi che si misura la fedeltà della sinistra alla propria vocazione universalistica ed emancipatrice.
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