Berlino, Bologna, Val di Susa: quando la violenza fa il gioco della destra
Dall’attentato al Pride agli scontri nelle piazze italiane: la violenza oscura il dissenso, colpisce la società aperta e arma la propaganda securitaria.

Archivio Rinascita
A volte la cronaca precipita dentro processi già in corso, li accelera e ne rende più evidente la direzione. È ciò che accade dopo l’attentato di Berlino, dove un ventunenne vicino all’Isis ha lanciato un furgone contro la folla del Pride e poi aggredito alcune persone con un coltello: una donna è morta e ventinove sono rimaste ferite. L’attentatore non era uno sconosciuto. Aveva tentato di raggiungere lo Stato islamico in Siria, era noto agli apparati di sicurezza, considerato pericoloso e condannato per la preparazione di un grave atto di violenza. Chiedere che cosa non abbia funzionato non significa cedere alla propaganda securitaria: proteggere i cittadini è un dovere democratico.
Ma occorre domandarsi: cui prodest? Non esiste alcun elemento per immaginare una regia. È però evidente che la violenza islamista offrirà nuovi argomenti all’AfD per trasformare immigrazione e islam in una minaccia indistinta. Il fanatismo religioso e l’estrema destra si odiano, ma finiscono per alimentarsi: il primo colpisce la società aperta, la seconda usa quel sangue per restringerne libertà e diritti. Qualcosa di simile accade in Italia. A Bologna, dopo la manifestazione per chiedere verità e giustizia sulla morte di Fakir, gruppi violenti hanno devastato il centro. In Val di Susa, poche centinaia di incappucciati hanno oscurato una mobilitazione pacifica contro la Tav. Non hanno aiutato le lotte né il diritto al dissenso: hanno consegnato alla destra le immagini utili a invocare nuove strette.
Per questo non basta la condanna rituale. Il Viminale deve prevenire gli scontri, isolare i gruppi organizzati e proteggere manifestanti e cittadini. Sicurezza democratica significa garantire la protesta senza lasciarla distruggere dai violenti o usare dal governo per restringere i diritti.
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