Belfast, la giustizia cerca un responsabile mentre la propaganda costruisce un nemico
La violenza razzista seguita a un grave fatto di cronaca mostra il meccanismo del capro espiatorio: trasformare il dolore di una vittima in persecuzione collettiva.

ANSA
Belfast ci ricorda il confine sottile tra cronaca, propaganda e violenza politica. Tutto parte da un grave fatto di cronaca: un uomo viene accoltellato, il presunto aggressore è un sudanese che aveva chiesto asilo nel Regno Unito, il video dell'attacco circola online. Da quel momento il fatto smette di essere solo una notizia: viene piegato a una narrazione politica. Le proteste nate dopo la diffusione del video degenerano presto in assalti: case date alle fiamme, auto bruciate, famiglie costrette a scappare, agenti feriti. Non è protesta. È violenza razzista contro persone che non c'entrano nulla con quel crimine.
Un fatto individuale viene strappato alla sua verità e trasformato in una campagna contro un'intera comunità. Elon Musk rilancia sui social gli appelli alla mobilitazione, dando enorme visibilità a un clima già acceso. E Nigel Farage, dopo il caso Southampton, ha già usato la formula della "polizia a due velocità": lo Stato proteggerebbe le minoranze più dei cittadini bianchi. Così un crimine smette di essere la responsabilità di una persona e diventa il pretesto per indicare un nemico collettivo: loro contro noi, sicurezza contro invasione. Ma il dolore di una vittima merita giustizia, non strumentalizzazione. L'origine, la pelle o la condizione migratoria di una persona non possono diventare una colpa collettiva. Per chi cerca consenso sulla paura, però, il colpevole non basta più: serve un nemico da consegnare al proprio elettorato.
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