Autonomia energetica. Quale futuro per l’Europa?

Michelangelo MetaApprofondimenti
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ANSA

La storia dell’energia in Europa è, prima di tutto, una storia di ostacoli e dipendenze. Il riferimento storico è immediato: gli shock petroliferi del ‘73 e del ’79 furono la dimostrazione dell’assenza di una strategia comune della Comunità Economica Europea di fronte alle sanzioni imposte dai paesi dell’OPEC. I legami con l’attualità sono evidenti. I drammatici risvolti della crisi russo-ucraina, culminata in un’invasione su larga scala da parte della Russia, hanno nuovamente esposto l’Europa al ricatto energetico, con l’interruzione delle forniture di gas da parte del Cremlino e un’estrema volatilità dei prezzi. In un sistema economico-finanziario globalizzato e altamente interdipendente, queste difficoltà sono diventate vulnerabilità strutturali per la sicurezza dell’Unione. La negligenza del decisore europeo, ravvisabile anzitutto nella mancata diversificazione delle fonti energetiche, ha amplificato lo spazio entro cui la weaponization dell’energia potesse incidere sulla sicurezza e sulle economie dei paesi UE. Il risultato? Una crisi nella crisi, in una fase già contrassegnata da una lenta e faticosa ripresa economica dopo l’impatto della pandemia. I soggetti più esposti a tutto ciò, i consumatori finali, hanno infine pagato il prezzo più grande del “Grande Gioco” euro-russo, combattuto a suon di sanzioni e controsanzioni.

Il quadro così esposto parrebbe non presentare alcuna soluzione, inchiodando il continente europeo ad un buio destino di decrescita e irrilevanza politica. Sono questi, tuttavia, i motivi che rendono necessaria una riflessione sul destino dell’Europa, non solo sulla sua credibilità ma soprattutto sul suo stesso funzionamento come soggetto politico.

È in tal modo che la questione energetica assume un ruolo di primaria importanza. L’indipendenza - o più correttamente, l’autosufficienza nel settore energetico - da possibilità diviene una doverosa necessità. E questo per una serie di motivi. Il primo è legato a ragioni di natura politica. Il declino del ruolo americano nel sistema internazionale ha definitivamente accantonato i richiami alla “fine della storia”, decretandone invece il suo “ritorno”: il fallimento del messianismo liberale e dell’interventismo hanno messo in crisi l’ordine internazionale, ponendo le condizioni per l’ascesa di nuove (o vecchie) politiche di potenza nella comunità degli Stati. Se un vecchio detto affermava che la Storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia e poi come farsa, si assiste così oggi al ritorno di facili e immediate formule politiche, piattaforma ideale per i vari e stinti nazionalismi ricomparsi in Europa e in tutto il mondo.

Per questi attori, regimi liberali e non, la riesumazione dei miti fondativi ha assunto un ruolo strumentale al perseguimento dei propri interessi, dettati spesso da ”motivi di sicurezza nazionale”: tra questi, ridefinizione delle sfere di influenza, accesso a rotte strategiche e il controllo delle materie prime. Nel nuovo sistema internazionale, il ricorso ai mezzi brutali è così sdoganato, così come la lotta per la scarsità delle risorse. Il riferimento è al caso ucraino, alla questione artica o a dossier analoghi in cui l’energia è ritornata a rappresentare una priorità nell’agenda degli stati.

Nel nuovo mondo, la vulnerabilità energetica diventa così una vulnerabilità strategica. Di fronte all’attuale mappa globale, la necessità di una svolta concreta nelle politiche comunitarie nel settore dell’energia rappresenta una scelta imprescindibile per l’autonomia strategica dell’UE. E ciò a garantire la credibilità e la forza negoziale utili perché il continente europeo cessi di rappresentare la vasta “prateria” dove altri attori possano rivendicare arbitrariamente i propri interessi, tramite il ricatto e la minaccia dell’uso della forza. Inoltre, l’unificazione delle capacità energetiche garantirebbe una minore esposizione agli shock geopolitici, riducendo i rischi di tagli alle importazioni energetiche e a improvvisi rialzi dei prezzi dei mercati. Bisogna infatti considerare che sul valore di questi beni trattati come trade commodities insiste il rischio geopolitico, moltiplicatore dei prezzi di gas e petrolio. Da questa prospettiva e nell’ottica del phase out dai combustibili fossili, un ruolo cruciale è svolto sempre di più dalle fonti rinnovabili. Il calo della produzione europea di idrocarburi ha spinto infatti il continente ad un utilizzo sempre più massiccio di energia “pulita”, fondamentale non solo per la transizione verde ma anche per gli obiettivi di sicurezza energetica dell’Unione. In che modo?

Prima di tutto, le Fonti di Energia Rinnovabili (FER) rappresentano uno strumento ideale per la mitigazione degli stravolgimenti geopolitici. Al contrario degli idrocarburi, la natura intrinseca delle fonti rinnovabili garantisce infatti più stabilità di fronte alla variabile politica, essendo il sole o il vento non soggetti a restrizioni o ad embarghi. I vantaggi aumentano con il ricorso ad una gestione intelligente della domanda e dell’offerta dell’energia prodotta dalle rinnovabili, con sistemi di accumulo in grado di immagazzinarla e utilizzarla in un secondo momento a seconda delle necessità contingenti. Nell’ottica di una concreta svolta energetica, l’utilizzo delle FER deve accompagnarsi allo sfruttamento del gas, fondamentale per lo sviluppo industriale, nonché vettore flessibile per gli obiettivi di sicurezza energetica e per la transizione. Resta ora da chiedersi se questi progetti siano fattibili o se invece siano frutto di velleità ideologiche.

Partendo dal gas, il nodo più rilevante è relativo all’espansione del GNL (gas naturale liquefatto) nel continente europeo. Il gas rappresenta attualmente una grossa porzione nel bilancio energetico dei vari stati europei, considerato il suo apporto nei consumi domestici, nei trasporti e nel settore industriale. Vista la sua importanza, il decisore europeo ha optato per l’adozione di una strategia di approvvigionamento volta a diversificarne le forniture, parallelamente alla progressiva dismissione del gas russo prevista per il 2027 dal piano RePowerEU. Tali disposizioni hanno portato ad un utilizzo più intensivo del GNL proveniente dagli Stati Uniti, leader mondiale nell’esportazione dell’idrocarburo liquido. Rispetto alla sua alternativa gassosa, tuttavia, il GNL presenta costi più elevati dovuti alla logistica e alla necessità di costruire infrastrutture e terminali per la sua rigassificazione.

Le previsioni che questa risorsa raggiungerà circa il 40% dei consumi europei ha tuttavia alimentato un dibattito intorno alla sostituzione della dipendenza da Mosca con quella da Washington. Se le stime saranno corrette, è ragionevole ritenere che non sarà possibile stabilire le fondamenta per un’efficace autosufficienza europea. Un problema che potrebbe essere amplificato dalle considerazioni compiute da uno studio di Chatham House su alcuni importanti produttori come la Norvegia, il Qatar e gli stessi Stati Uniti. Al di là di una possibile concentrazione di potere in pochi esportatori, nelle conclusioni del think thank britannico vengono rilevati diversi scenari relativi ad un calo della produzione e delle esportazioni di questi paesi, esponendo l’Unione ad eventuali rischi energetici. Nel caso americano abbiamo visto come la leva energetica venga utilizzata all’interno di trattative più ampie, in ottica del perseguimento di obiettivi di natura economica o politica.

Queste conclusioni si aggiungono ad ulteriori ostacoli nel raggiungimento di una “coesione energetica” comunitaria, individuati nella mancanza di investimenti in smart grids e sistemi efficienti nell’accumulo e trasmissione di energia elettrica, come testimoniato dal massiccio blackout che ha coinvolto la penisola iberica nel 2025. Inoltre, il ruolo delle rinnovabili negli obiettivi di sicurezza del continente sembra essere ridimensionato dalla scarsità fisica delle terre rare, fondamentali per lo sviluppo delle tecnologie verdi. La mancanza di una filiera produttiva europea che integri la disponibilità delle materie prime e il know-how necessario per la produzione e raffinazione delle stesse, sostituirebbe la dipendenza dagli idrocarburi con quella da componenti strategici per lo sviluppo dell’energia pulita, e in ultima analisi, per l’autonomia nell’intero settore.

La complessità di questi problemi suggerisce un intervento su più fronti. L’ attuazione di investimenti nei settori critici finora elencati si accompagna alla necessità di un maggiore coordinamento a livello comunitario. Da questa prospettiva, appare evidente la revisione dell’art. 194 del TFUE, che stabilisce l’autonomia per ogni membro dell’ UE nel «determinare le condizioni di utilizzo delle sue fonti energetiche, la scelta tra varie fonti e la struttura generale del suo approvvigionamento energetico». Le misure finora attuate dal Green Deal Europeo e dal RePowerEU hanno tracciato una traiettoria chiara, ma le criticità finora evidenziate rendono necessari ulteriori provvedimenti di natura economica e politica, nella prospettiva di costruire un’Europa più sicura e credibile in un contesto storico così altamente conflittuale.