Armi per cosa, negoziato per quale pace?

Il Piano della Memoria Comune propone di trasformare territori contesi, interessi economici e lutti in basi di una sicurezza condivisa tra Europa e Russia.

Michele PicciniIl Punto
Armi per cosa, negoziato per quale pace?

ANSA

Goffredo Bettini ha posto una domanda semplice e necessaria: «Armi per cosa?». Stefano Silvestri ha ricordato che la sola prospettiva realistica resta quella negoziale. Il punto è arrivare a un negoziato, ma soprattutto capire quale pace costruire. Oggi le armi servono a Kiev per impedire che la Russia continui ad occupare territori, con tutto ciò che l’occupazione comporta per le popolazioni che vi vivono. Essere occupati non significa che la guerra sia finita. Servono anche a contrastare attacchi sempre più devastanti contro città e infrastrutture, e a mantenere l’Ucraina in una condizione nella quale possa ancora negoziare e non soltanto accettare ciò che le viene imposto. Ma questo permette di inserire il sostegno militare in uno spazio politico necessario a costruire un ordine in cui quelle stesse armi diventino progressivamente meno necessarie.

Fermare il fuoco, infatti, non basta. Un armistizio può congelare il conflitto lasciandone intatte le paure, le memorie antagoniste, le narrazioni di rivalsa e la tentazione di riprendere la guerra quando una delle parti si sentirà più forte. L’Irlanda del Nord mostra quanto sia diverso fermare la violenza dal trasformare davvero un conflitto: ventotto anni dopo l’Accordo del Venerdì Santo, a settembre è bastata una marcia orangista a Garvaghy Road per riaccendere tensioni profonde. Budapest ha mostrato il limite delle garanzie prive di meccanismi vincolanti; Minsk quello di accordi che presuppongono una fiducia che non esiste più.

Qui si apre una possibilità che può sembrare paradossale. Proprio la gravità della situazione attuale può creare le condizioni per un nuovo ordine europeo capace, nel tempo, di ridurre la militarizzazione dei confini con la Russia e di evitare una corsa al riarmo permanente. Se non si prova a costruirlo ora, il rischio è consolidare per decenni una contrapposizione tra Russia e resto d’Europa, con eserciti più grandi, frontiere più armate, società educate alla paura e un conflitto futuro sempre possibile, se non probabile.

Una sicurezza paneuropea non dovrebbe essere pensata come una somma di concessioni. Per l’Ucraina dovrebbe significare garanzie integrate e vincolanti dentro lo spazio europeo. Per la Russia, la possibilità di tornare ad essere parte della costruzione della stabilità continentale invece che il suo nemico permanente. Per l’Europa, la possibilità di sostituire progressivamente una parte della deterrenza con regole comuni, verifiche, cooperazione e disarmo.

La sicurezza dell’uno non può essere costruita contro quella dell’altro. Ma neppure la sicurezza russa può fondarsi sulla riduzione della sovranità dei paesi vicini. L’invasione dell’Ucraina resta responsabilità della leadership russa. Proprio per questo l’architettura della pace deve proteggere Kiev anche nell’ipotesi di una Russia in malafede e, nello stesso tempo, offrire a una Russia diversa una ragione concreta per restare dentro l’accordo.

Il punto decisivo è modificare nel tempo gli interessi delle parti. Un accordo non dovrebbe limitarsi a distribuire rinunce. Dovrebbe creare vantaggi che la prosecuzione della guerra non può offrire: sicurezza, ricostruzione, scambi, infrastrutture, accesso ai mercati, ruolo internazionale, stabilità. Mantenere la pace deve diventare interesse nazionale. L’interdipendenza, naturalmente, non basta. Europa e Russia erano già legate da gas, commercio e investimenti, e questo non ha impedito il 2022. Una dipendenza senza regole può perfino diventare un’arma. Serve invece un’interdipendenza vincolata: benefici legati al rispetto degli impegni, sospensioni graduate e automatiche, verifiche affidate a soggetti terzi.

In questa architettura anche i territori oggi occupati e contesi possono, paradossalmente, assumere una funzione nuova. Non soltanto problema da congelare o oggetto da assegnare, ma luoghi di co-custodia e cooperazione, quelle che nel Piano chiamo Zone della Memoria Comune. Per un periodo lungo potrebbero essere governati da un consiglio di nove membri, tre russi, tre ucraini e tre internazionali, con competenze limitate a sicurezza locale, ricostruzione e servizi, senza potere di modificare confini e status e con il divieto di atti irreversibili. Chi vi vive conserverebbe la propria cittadinanza e, se gli accordi lo consentono, potrebbe avere entrambe le cittadinanze. Una carta comune garantirebbe residenza, servizi e partecipazione senza imporre una scelta identitaria.

Dopo dieci anni sarebbero le popolazioni, compresi gli sfollati secondo criteri concordati, a decidere in due tempi: prima se mantenere la co-custodia o cambiare status, cosa che richiede una maggioranza qualificata; solo nel secondo caso, con un nuovo voto, tra Ucraina e Russia. Se nel frattempo quel sistema avrà prodotto sicurezza e sviluppo, sarà possibile scegliere di conservarlo e, nel migliore dei casi, farne un modello per altri conflitti. È una prospettiva difficile, soprattutto per Kiev; ma una delle alternative resta un fronte congelato per decenni.

Ma la funzione delle Zone andrebbe molto oltre la questione territoriale. Potrebbero diventare il punto di connessione strategica tra Russia, Ucraina e resto d’Europa. Corridoi ferroviari, energetici, commerciali e digitali le attraverserebbero, collegando la ricostruzione ucraina ai mercati europei e, progressivamente, a uno spazio eurasiatico nuovamente comunicante. Qui entra in gioco un principio essenziale: i costi di rottura integrati. Il sistema non richiede una fiducia iniziale. Fa invece in modo che sicurezza, investimenti, corridoi, vantaggi economici e ruolo internazionale dipendano dal rispetto dell’accordo. Se una parte lo viola, perde automaticamente una quota dei benefici costruiti fino a quel momento. Rompere la pace significa danneggiare anche se stessi.

Ma neppure questo basta. Un trattato tra governi può durare qualche anno e poi crollare se le società continuano a produrre nemici. Da questa parte d’Europa denunciamo spesso le retoriche guerrafondaie, ma sottovalutiamo quanto la propaganda russa abbia lavorato sistematicamente nelle scuole, nei media e nella memoria pubblica. Se le narrazioni restano quelle della guerra, al primo mutamento dei rapporti di forza un nuovo governo potrà riattivare paura e rivalsa.

Per questo sicurezza, economia e istituzioni devono essere intrecciate con un lavoro lungo sulle società. Un Giardino dei Nomi nel quale i caduti russi e ucraini siano ricordati nello stesso luogo; Madri Custodi scelte dalle comunità e non dai governi; scuole che insegnino anche la sofferenza dell’altro; una giustizia trasformativa che affianchi alla sanzione penale verità pubblica e riparazione. In questo percorso potrebbero svolgere un ruolo importante anche i Corpi Civili di Pace, sul modello immaginato da Alexander Langer e oggi rilanciato dal MEAN (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta), attivo in Ucraina dal 2022: presenze civili organizzate, capaci di accompagnare le comunità, favorire il dialogo e contribuire alla prevenzione e alla trasformazione dei conflitti. Non per imporre una memoria comune, ma per rendere possibile una coabitazione del lutto. Ascoltare non significa assolvere. Comprendere non significa giustificare.

Presi separatamente, questi strumenti sono fragili: un giardino non ferma un carro armato, un corridoio economico non riconcilia due popoli. Insieme cambiano la natura del sistema. Le Zone legano territorio, sicurezza e cooperazione; i corridoi rendono la stabilità conveniente; le garanzie proteggono dalla violazione; la memoria alza il costo politico della rottura; l’educazione lavora sul tempo lungo. L’architettura istituzionale impedisce che la fiducia sia necessaria all’inizio; il lavoro sociale rende possibile che quella fiducia, nel tempo, nasca davvero.

È questa architettura che ho chiamato Piano della Memoria Comune e sviluppato nel libro La pace possibile. Il suo obiettivo non è soltanto impedire una nuova guerra. È trasformare gli stessi elementi del conflitto in elementi della pace: i territori contesi in luoghi di cooperazione, la memoria dei morti in limite alla guerra, l’interdipendenza in responsabilità reciproca, la sicurezza in sicurezza comune.

L’obiettivo finale è più ambizioso: disarmo, collaborazione e amicizia tra i popoli. L’amicizia non si decreta con un trattato, ma la politica può creare o distruggere le condizioni che la rendono possibile. Propaganda, paura e narrazioni ostili possono trasformare vicini in nemici; relazioni, scambi, memoria riconosciuta e libertà possono restituire agli uomini la possibilità di incontrarsi e diventare amici.

Il Piano non ha tutte le risposte: restano aperte la definizione delle conseguenze automatiche sul piano della sicurezza e, soprattutto, le condizioni che possono portare le parti al tavolo. Ma indica che cosa, a quel tavolo, varrebbe la pena di costruire. E il tempo rende questa scelta ancora più urgente. Sistemi d’arma autonomi, cyberconflitto, manipolazione dell’informazione e intelligenza artificiale rendono il futuro meno prevedibile e mostrano quanto le grandi sfide che attendono l’umanità richiederanno risposte comuni e coordinate.

Il negoziato è necessario. Ma un cessate il fuoco senza un’architettura capace di attraversare politica, economia e società rischia di diventare soltanto la preparazione della guerra successiva. Serve una pace che non sia soltanto accettabile per tutti. Una pace che costruisca qualcosa che prima non esisteva e sia interesse di tutti.

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