Architettura dal Bauhaus alla Bioinformazione

Paolo AllegrezzaBattaglia delle Idee
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ANSA

Antonino Saggio ha scritto un libro tanto importante quanto inconsueto di questi tempi. Una “storia dell’architettura” di ben 531 pagine che non si limita alla compilazione di una serie di ritratti, ma ha l’ambizione di una dare lettura critica e teoricamente orientata di quanto prodotto nell’arco di un secolo, è fenomeno raro se si considerano le condizioni in cui opera l’editoria culturale nel nostro paese. Definire il libro una storia dell’architettura può essere riduttivo, in quanto l’autore affronta criticamente i protagonisti e le tendenze contemporanee sviluppando dei mini saggi critici che riassumono le poetiche in campo, gli stili, i linguaggi. Di qui le scelte e le esclusioni, il diverso peso assegnato ai protagonisti, secondo un criterio che informa tutto il lavoro critico di Saggio. L’architettura da valorizzare è per lui quella che fornisce una risposta innovativa ad una crisi, individuando soluzioni concettuali, tecniche, stilistiche. In sintesi, lavorando sul linguaggio. E’ la lezione di Bruno Zevi per il quale la crisi non è un momento da interpretare come trionfo del negativo, ma occasione da utilizzare come spinta verso il nuovo. Il libro si presta ad almeno due letture: dello specialista di architettura e del cultore della materia. E’ quest’ultima che proporremo.

Il Bauhaus è il movimento da cui tutto ha inizio, nel 1919. Il suo fondatore, Walter Gropius, interpreta la nuova visione dello spazio proposta dalle avanguardie artistiche del primo novecento. Il futurismo italiano con Balla e Boccioni mette su tela l’idea del movimento, i cubisti scompongono la figura umana e la riducono a geometria facendo saltare l’unicità del punto di vista, Kandinsky (insegnante presso la scuola dal ‘22) e Klee traducono l’astrazione in geometria: forme pure, colori primari, l’alfabeto del nuovo design industriale. Dalla rivoluzione di inizio secolo nasce una nuova architettura, il Bauhaus elimina la prospettiva sostituendola con la trasparenza prodotta dall’utilizzo di ampie vetrate; alla classica ripartizione dell’edificio inteso come blocco, si sostituiscono piani in sequenza che scorrono come immagini su uno schermo. L’architettura del nuovo secolo si misura con la velocità e l’essenzialità del prodotto industriale, niente più decorazioni, le superfici diventano lisce, il tutto si ispira ad un’idea di funzionalità che, tuttavia, senza la trasparenza non avrebbe dignità estetica. Il Bauhaus dà una risposta alla crisi aperta dall’accelerazione impressa dalla seconda rivoluzione industriale, trovando la risposta nel movimento. Ma non per tutti è questo il punto di partenza e arrivo. Almeno non lo è per Le Corbusier che individua nella forza dei volumi nella luce e nell’originale recupero di un’idea classica di edificio il nodo su cui lavorare. La “Ville Savoye” (1929-30) è il prototipo di un’architettura che fa della funzionalità la sua ragione d’essere secondo i principi di coerenza igienica, costruttiva, impiantistica (la trovate nell'immagine sotto); l’edificio è una “macchina per abitare” cui non è estranea la storia, qui la discontinuità con il Bauhaus, ma la cui ragion d’essere è l’equilibrio tra estetica e razionalità. Un’impostazione che applicherà ad una realizzazione di edilizia sociale come le Unità d'abitazione di Marsiglia (1952), dove realizza innovazioni quali la forma a L che permette il doppio affaccio est - ovest di ogni appartamento, i pilotis, il tetto giardino.

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Un altro esempio di filiazione dall’arte all’architettura è il movimento De Stijl ispirato ai principi pittorici di Mondrian per cui la costruzione è creata su un insieme di piani ortogonali che la proiettano verso l’esterno; il neoplasticismo punta alla rottura dei volumi e alla loro compenetrazione, l’edificio è tutt’uno con gli elementi di arredo, la simmetria e la prospettiva sono superate, ciò che si vuole trasmettere è la purezza delle forme che l’occhio di chi abita interpreta liberamente.

Alle soluzioni di Gropius e Le Corbusier si aggiunge un altro linguaggio, nato in Germania dal lavoro di due architetti influenzati ancora una volta da un movimento artistico, l’Espressionismo: Erich Mendelsohn e Mies Van der Rohe. Mendelsohn inventa un’idea di spazio curvato, “orchestra gli apporti di strumenti discordanti". Melodie, interruzioni, contrappunti, sovrapposizioni, frastuoni insopportabili e poi quiete assoluta, quasi l’impero del nulla”, Saggio utilizza la citazione di Zevi per osservare come questa rappresentazione anticipi quella manipolazione della massa dell’architettura adottata nel nuovo millennio da Gehry e da altri sperimentatori. Mies, invece, lavora sull’idea di spazio totale in cui gli elementi costruttivi sono ridotti all’essenziale e la separazione interno - esterno viene superata; pianta libera, assenza di pareti portanti, uso massiccio del vetro, forme semplici e materiali preziosi inaugurano un nuovo alfabeto fondato sull’adozione di una rigida griglia matematica, un tema quest’ultimo che troveremo, rinnovato, nell’architettura dei nostri giorni. Gli anni ‘30 sono anche gli anni in cui gli architetti si confrontano col tema dei bisogni popolari, la casa operaia, argomento privilegiato dei CIAM (Congressi internazionali di architettura moderna), deve conciliare il diritto a standard di vita dignitosi e la necessaria innovazione dal punto di vista tecnico; emerge quella dimensione etica dell’architettura come depositaria di una responsabilità sociale sia sul tema della casa, sia sul piano urbanistico.

E’ Le Corbusier a tenere insieme i due temi immaginando che la machine à habiter non si sviluppi più su un impianto urbanistico dato, la via corridoio della maglia viaria ottocentesca ma su un “vassoio” piano e libero su cui collocare gli edifici in una relazione aperta con la luce. C’è chi percorre la strada della “città ideale”, chi è più interessato alle tematiche costruttive, ma su un punto non si torna indietro: le acquisizioni delle avanguardie, dinamicità, astrazione, efficienza sono irreversibili, pena la ricaduta nel decorativismo o in un’architettura ridotta a propaganda. Tradurre queste esigenze in linguaggio poetico, è compito che si assumono tre architetti protagonisti degli anni ‘30: Aalto, Wright, Terragni. Su quest’ultimo, cui Saggio ha dedicato una fortunata monografia, occorre soffermarsi. L’originalità di Terragni consiste nell’essere una sorta di punto di confluenza di tendenze diverse al cui interno troviamo le sedimentazioni storiche inevitabili per un italiano, il linguaggio del razionalismo, l’influenza della metafisica di De Chirico, la trasparenza. Nel suo capolavoro, “La Casa del Fascio” di Como (1932-36) si realizza una fertile quanto apparente contraddizione tra tradizione (lo spessore dei muri, la prospettiva) e consapevolezza del linguaggio modernista (l’astrazione della composizione, il suo dinamismo, non più la sovrapposizione delle parti ma la loro giustapposizione, tanto che l’architettura potrebbe essere ribaltata senza alterare il risultato). Terragni, nella sua adesione senza riserve al fascismo, sperimenta una ricerca espressiva che considerava perfettamente coerente con il regime; il che si collega al senso del rapporto di tanti architetti razionalisti con il fascismo, fenomeno nel quale vedevano un fattore di rinnovamento all’insegna del medesimo dinamismo rivoluzionario esaltato dai futuristi. Per chi lavora con la scrittura, è più difficile liberarsi della tradizione; i poeti ermetici alla retorica del fascismo contrappongono la parola essenziale e sussurrata della loro poesia, Solaria, rivista vicina alle istanze del romanzo modernista, nella sua fronda al regime privilegia il mito e il fantastico, rimanendo estranea al rinnovamento sul piano del linguaggio.

Ma è dagli Stati Uniti che vengono nuove, decisive visioni. La “griglia spaziale” di Wright è la traduzione in chiave progettuale di un’architettura generata dal paesaggio americano; paesaggio nel quale naturale e artificiale si compenetrano, come nella “Casa sulla cascata” (1935), segno di una presenza umana che si slancia “senza rete” nella natura senza mimetizzarsi con essa ma facendola propria (la trovate nell'immagine sottostante). “L’architettura è astratta, nuova, violentemente contemporanea (...) La natura, sembra dire il nuovo Wright, non ‘esiste’ senza l’io”, Saggio spiega come questo lavoro non vada interpretato in chiave romantica, sulla scia di un ritorno alla filosofia emersoniana; al contrario, si tratta di una felice sintesi fra una visione scaturita dal nuovo mondo e le tecniche che permettono nuove realizzazioni.

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Saggio apre una finestra sull’’ingegneria che, nei casi di Nervi e Morandi, non è riducibile alla tecnica delle costruzioni ma diviene estetica in grado di realizzare strutture che danno forma poetica a materiali come il cemento armato rilevandone inedite potenzialità; di qui le citazioni dedicate ai capolavori nerviani (Palazzetto dello sport a Roma) e morandiani con una nota polemica riguardo alle inadempienze di manutenzione. Un tema che rimanda all’attualità e che tira in ballo le ragioni dell’architettura in progetti come le Vele di Scampia o il Corviale, rivendicate da Saggio, in più di un intervento, a fronte di qualunquistiche liquidazioni.

Tornando alla nostra “storia”, un punto di cesura è da collocare alla metà degli anni ‘70 del secolo scorso, allorché sono scomparsi tutti i grandi - Wright, Le Corbusier, Mies, Kahn, Aalto, Terragni a soli 39 anni per i postumi della campagna di Russia - e si apre una fase nuova la cui premessa è l’avvento dell’IT. In mezzo, vi sono architetti straordinari di cui sono analizzati minuziosamente progetti e poetiche. Particolarmente valorizzati dall’autore De Carlo e la sua architettura partecipata, Erskine, Meier, Krier, Piano, il lavoro su Roma di Portoghesi, Anselmi, Purini, il post modernismo di Rossi, Johnson, Venturi; tendenza quest’ultima non esente da critiche, in quanto espressione di una poetica citazionista e sostanzialmente anti moderna lontana dallo sperimentalismo cui Saggio guarda con favore. Peter Eisenman è il primo della triade - completata da Gehry e Hadid - che rivoluziona l’architettura nei primi decenni del secolo; un architetto filosofo che collabora con Jacques Derrida da cui assume l’idea decostruzionista di un progetto fondato sul concetto di “layer”, strati che si sovrappongono e vengono composti seguendo modelli matematici. Gli edifici di Eisenman sono collocati nel contesto da lui interpretato come memoria proiettata nel futuro, è il caso del progetto realizzato insieme a Derrida per il Parco della Villette di Parigi (1987) o il “Memoriale dell’Olocausto” di Berlino (2005). La novità sta nel superamento della pratica postmoderna della citazione per uno sguardo sul passato in grado di produrre una visione nuova. E’, con esiti diversi, il concetto che ispira il cheapscape di Gehry, il riutilizzo dei materiali prodotti dal passato, anche recente, per la loro riutilizzazione in progetti arditi, dalle forme inconsuete, stratificate in modo apparentemente sgraziato, come nella “Casa di Santa Monica” (1978); in seguito, nel progetto per il Guggenheim di Bilbao (nell'immagine sotto) Gehry lavorerà sull’idea di concatenazione, le parti dell’edificio divengono “corpi” che si intrecciano l’uno sull’altro. In quello che è uno dei progetti chiave dell’architettura contemporanea, risuona il rizoma teorizzato da Deleuze e Guattari, un modo per implicare anche l’architettura nel compito di immaginare le nuove figurazioni della contemporaneità.

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Il movimento è la chiave per comprendere l’architettura di Zaha Hadid, realizzato sempre in relazione al paesaggio di cui la progettista interpreta le ragioni profonde, come nel caso del “Maxxi” di Roma (2010), le cui onde rimandano alle anse del vicino Tevere. Per Hadid il paesaggio si specchia nell’edificio e viceversa, ma questa relazione è realizzata adottando complesse simulazioni informatiche che, alla matematica, progressivamente portano al risultato desiderato. La compenetrazione tra natura e manufatto, ottenuta utilizzando al massimo le risorse della tecnologia. E’ la nuova frontiera dell’architettura, il lavoro sulla Bioinformazione che consente all'azione dell’uomo di interagire con l’ambiente, utilizzando la massa di dati che l’IT permette di elaborare. Con questa suggestione nel segno dell’attivismo e della fiducia nelle possibilità dell’architettura, termina, per ora, il volume di Saggio.