Anne Carson e il genere del suono: voce, corpo, politica e potere oggi

Nel saggio ora tradotto da Crocetti, la classicista canadese mostra come il controllo patriarcale della voce femminile attraversi l’antichità e il presente.

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ANSA

In Antropologia dell’acqua, pubblicato in Italia nel 2010, la poetessa e classicista canadese Anne Carson scriveva: «Non sono una persona che si sente a proprio agio a parlare di sangue o di desiderio. Raramente uso io stessa la parola “donna”... La verità è che ho trascorso l’adolescenza principalmente nell’assenza del favore di mio padre. Ma intuivo che avrei potuto turbarlo di meno se non avessi avuto un genere... Ho reso il mio corpo duro e piatto come l’armatura di Atena. Nessun segreto sotto la pelle, nessuna goccia rivelatrice sulla soglia». Carson ha tuttavia affermato che i femminismi non le interessano, ma che «mi interessano singole donne». Sebbene Carson annoveri Gertrude Stein ed Emily Dickinson tra le scrittrici di suo interesse, è evidente quindi che non si propone come sostenitrice di un’écriture féminine.

Eppure, nel suo saggio Il genere del suono, conciso quanto rigoroso, pubblicato per la prima volta da New Directions nel 1995, e adesso in libreria nella traduzione italiana di Patrizio Ceccagnoli per l’editore Crocetti, Carson ha analizzato i significati legati al genere attribuiti al suono nell’antica Grecia, ma con un interesse incentrato, anche quando non parrebbe, sui loro echi nel mondo moderno.

Così facendo ha prodotto un testo di grande interesse e acutezza, molto più che se avesse voluto scrivere l’ennesimo, esplicito saggio del filone «contro il patriarcato», magari non sostenuto da adeguata cultura storica e finezza di pensiero. Carson opera quel passo laterale — attraverso un’indagine incentrata prevalentemente su elementi della grecità, cioè quelli che l’autrice maneggia nella sua veste di studiosa — che solo permette di vedere la contemporaneità con lucidità, ma senza distacco.

Le donne, nella Grecia classica, furono controllate e represse in quanto portatrici di verità rinnegate che sconvolgono la polis — e fin da qui si percepisce una vicinanza tra i suoni prodotti dalle donne e le forze motrici della protesta di massa. Questa serrata critica politica permea il saggio di Carson, incentrato su un’epoca in cui le voci delle donne erano relegate ai margini della città.

Sarebbe insufficiente limitarsi ad associare l’emarginazione e la trasgressione all’esperienza sonora delle donne. Ma la mappatura del genere sul suono, nel modo descritto da Carson, persiste e determina cosa verrà ascoltato, quando e a quali condizioni.

I linguaggi della giustizia e della libertà politica sono intrisi di metafore che fanno riferimento a esperienze sonore: essere messi a tacere o ascoltati, farsi sentire per ciò che conta, trovare una voce. Carson esamina le problematiche relative alla parola, alla scrittura e alla presentazione di sé in relazione al genere.

L’obiettivo del saggio è mostrare come l’ideale greco classico della sophrosyne, termine più vasto e profondo del semplice «autocontrollo» con cui è generalmente tradotto, nasca, in parte, da ansie legate alla voce femminile e sia stato utilizzato per giustificare il silenzio imposto a tali voci. Un esito collaterale di questa indagine è l’individuazione di alcune tipologie di espressione femminile ammesse all’interno dei sistemi patriarcali.

Aristotele attribuiva la tonalità grave della voce maschile all’azione dei testicoli, che fungevano come pesi da telaio per le corde vocali. Le voci acute delle Furie e delle Sirene erano invece presagi di morte, mentre il nome della temibile Gorgone deriva dal termine sanscrito garg, che indica un «ululato gutturale che si sprigiona come un forte vento... attraverso una bocca spalancata».

Plutarco, infine, riteneva che una donna non dovesse esporre la propria voce agli estranei più di quanto non esponesse il corpo nudo. Per i Greci, la voce acuta era prerogativa di donne, eunuchi e catamiti: i loro registri più alti erano associati alla loquacità e al pettegolezzo, all’incontinenza emotiva e sessuale, alla natura selvaggia e alla mancanza di controllo.

La voce femminile, con le sue grida rituali e i suoi ululati di piacere e dolore, era considerata intrinsecamente malvagia, malsana e pericolosa, e prova dell’impossibilità strutturale per la donna di avere una vita intellettuale, dal momento che la sua natura la porta a riversare all’esterno ciò che dovrebbe rimanere all’interno: pensieri, parole, riflessioni.

Al confronto di quella, la voce maschile era invece profonda, razionale, controllata, adatta a impartire ordini, esprimere autorevolezza e consona agli spazi della vita civile. Un pregiudizio che persiste ancora oggi: Margaret Thatcher, la lady di ferro, si esercitò per anni con un vocal coach per abbassare il tono della propria voce fino a raggiungere un’altezza ritenuta adeguata al contesto parlamentare.

Il poeta Aristofane riportava questo cliché, evidentemente così datato, già nella sua commedia Le donne al parlamento (Ecclesiazuse): mentre le donne di Atene stanno per infiltrarsi nell’assemblea per farsi carico del processo politico, la loro leader femminista Prassagora rassicura le colleghe attiviste affermando che hanno proprio il tipo di voce giusto per questo compito. Perché, dice lei, «voi sapete che anche tra i ragazzi quelli che si rivelano dei parlatori formidabili sono quelli che vengono sbattuti più spesso».

Carson segue la scia di questa convinzione fino a Sigmund Freud ed Ernest Hemingway, analizzando e sottolineando quanto essa abbia influenzato il giudizio sociale e intellettuale rispetto alle donne che prendono parola. Con il suo linguaggio asciutto e ironico, l’autrice rivolge la ricerca maschile del controllo anche contro se stessa, poiché la sua poesia è al contempo rigorosa ed emotiva, capace di rappresentare una passione vitale con uno sguardo sempre misurato.

È proprio con questa attitudine all’analisi che Carson, attraverso la sua intera opera, poetica e saggistica, arriva a smascherare l’inganno rappresentato dal concetto di «controllo», e di «autocontrollo», patriarcale, alimentato dalla paura del femminile e di quanto vi è comunemente associato.

Contemplando i doppi sensi sessuali nell’antichità, Carson afferma che «mettere un uscio sulla bocca delle donne è stato un compito fondamentale della cultura patriarcale dall’antichità ai giorni nostri. La sua tattica principale consiste nell’associare ideologicamente il suono femminile alla mostruosità, al disordine e alla morte».

Nel bel mezzo della discussione sugli epiteti attribuiti alle bocche di Elena, Afrodite ed Eco, Carson chiede al suo lettore di porre attenzione a questa descrizione dei suoni emessi da Gertrude Stein, riportata in una biografia della scrittrice: «Gertrude era cordiale. Era solita ruggire di risate. Aveva una risata come una bistecca di manzo. Amava il manzo».

Queste frasi, con la loro abile miscela tra livelli oggettivi e metaforici, proiettano Stein oltre il confine tra donna, umano e animale, nella pura mostruosità. La similitudine «aveva una risata come una bistecca di manzo», che identifica Stein con il bestiame, è seguita subito dall’affermazione «amava la carne di manzo», indicando come la scrittrice si nutrisse di bestiame.

Se consideriamo che «le persone che mangiano i loro simili sono chiamate cannibali e il loro comportamento è ritenuto anormale», gli altri attributi anormali di Stein, come la sua corpulenza e l’omosessualità, costantemente rilevati da critici, biografi e giornalisti che non sapevano cosa pensare della sua prosa, contribuiscono a una marginalizzazione della sua personalità, «un modo per allontanare la sua scrittura dalla centralità che occupava nel mondo delle lettere. Si presupponeva che se era grassa, dall’aspetto bizzarro e sessualmente deviante, dovesse anche avere un talento marginale». Hemingway pose fine alla loro amicizia perché «non poteva tollerare il suono della sua voce».

Ma cosa significa dunque parlare ed essere ascoltati, per Carson? Il suono — ascoltare, parlare, esclamare, lamentarsi, ridere — lega intimamente la corporeità alla vita civica e il corpo alla politica; è un elemento importante perché il genere si costituisca e rafforzi; un terreno di demarcazione dei confini, accompagnato da forme di coercizione ed esclusione: «È per lo più in base ai suoni che le persone emettono che noi le giudichiamo come sane o folli, maschi o femmine, buone o cattive, affidabili, deprimenti, maritabili, moribonde, più o meno inclini a dichiararci guerra, di poco superiori agli animali, ispirate da Dio».

In conclusione al suo saggio, Carson risponde alle accuse di «ingenuità etnografica» mosse da alcuni critici alla sua opera, affermando di pensare «che ci sia posto per l’ingenuità in etnografia, almeno come sostanza irritante».

Per Carson, tale elemento di disturbo è produttivo: la costringe a «cercare tutte le parole nel dizionario», portandola a «porsi domande che altrimenti non si porrebbe», fino all’idea di mettere in discussione il termine greco sophrosyne, di esclusiva pertinenza maschile: «Mi chiedo se questo concetto di autocontrollo sia davvero, come credevano i greci, una risposta alla maggior parte delle domande sulla virtù degli esseri umani e sui dilemmi della nostra civiltà. Mi chiedo se non ci possa essere un’altra idea di ordine oltre alla repressione, un’altra nozione di virtù oltre all’autocontrollo, un altro tipo di soggettività umana che non sia basata sulla separazione tra interno ed esterno. O, addirittura, un’altra essenza per gli esseri umani oltre al soggetto stesso».

Per il momento, basti osservare come, ancora una volta, la dimensione lirica — intesa sia come insieme di istanze tematiche sia come forma testuale il cui sviluppo si fonda su effetti sonori — non si limiti a trovare spazio nella scrittura saggistica di Carson, ma costituisca un nodo essenziale e produttivo del suo pensiero critico.

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