Per vincere bisogna tornare a fare politica

Dalle comunali emerge l’assenza di un’alternativa credibile al centrodestra: senza progetto comune, alleanze e radicamento locale non si vince.

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ANSA

È una tendenza tutta italiana quella di leggere il voto amministrativo con una lente politica nazionale. Se è indubbiamente vero che talvolta ci sono stati test locali importanti – penso alle elezioni comunali di Castellammare del 1977 che furono il prodromo di un cambiamento di fase politica – generalmente questi appuntamenti sono influenzati fortemente dalle specificità locali e dalla forza delle candidature e dei progetti proposti per il territorio.

È in questa chiave che possiamo leggere anche le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio, che hanno interessato oltre 6 milioni di elettori su 47,3 aventi diritto, e che fondamentalmente non hanno spostato gli equilibri in essere. Il centrosinistra si conferma al governo di alcune realtà che amministrava, conquista Pistoia, e perde Reggio Calabria. Guardando ai ballottaggi nei comuni capoluogo è lecito pensare che il quadro rimanga inalterato o addirittura che il centrosinistra possa avere un leggero scarto positivo.

Ci sono però degli elementi su cui è giusto riflettere che identificano tendenze di fondo. Il primo, come avevamo già evidenziato dopo il voto referendario, è che non esiste automatismo tra quel risultato e il voto delle politiche. Nella tornata amministrativa l’effetto di trascinamento della vittoria referendaria non c’è. Se lo si riesce ad ascoltare è un utile campanello d’allarme.

Con troppa disinvoltura e leggerezza dopo il referendum si è pensato che il tema fosse l’assegnazione delle varie postazioni di governo e che bastasse solo organizzare le primarie una volta che l’orizzonte temporale delle elezioni politiche fosse definito e la pratica per il campo largo era risolta. Lo sapevamo già prima, ma ora è evidente. Siamo costretti, per vincere, a fare politica. Dovrebbe essere una banalità ma nel tempo sembra diventato uno stato d’eccezione.

Non può esistere coalizione che voglia governare il Paese che non si incontri, non indica manifestazioni unitarie, non costruisca un perimetro valoriale, non apra a un ragionamento su come includere i ceti produttivi e le forze civiche in un progetto politico che tenga insieme uguaglianza e sviluppo. La presidente del Consiglio ironizza sul risultato scrivendo in un tweet «anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani». Il centrodestra, in realtà, ha già fallito la prova del governo disattendendo le promesse che aveva fatto e tradendo le speranze che aveva suscitato. Il record di permanenza a Palazzo Chigi non farà altro che evidenziare questo stato di fatto, ma persino questo fallimento e questo immobilismo in assenza di un’alternativa credibile, non produrrà automaticamente una sconfitta elettorale.

Qualora invece il campo largo trovi la capacità e la voglia di cimentarsi su questo terreno, non concedendo alcuna apertura sulla riforma della legge elettorale, che è un modo per Meloni di tornare surrettiziamente sul premierato, si aprirà uno spazio per vincere le elezioni e avere una maggioranza anche con la legge elettorale vigente.

Voglio concludere con una riflessione su Venezia. Credo che vada ringraziato Andrea Martella per la sua disponibilità. Avverto come ingenerosi e sin troppo facili i commenti del giorno dopo, che cercano sempre il capro espiatorio delle responsabilità della sconfitta, dimenticandosi che non ci si candida ma si viene candidati. In politica il solo candidato giusto è quello che vince. È lapalissiano. Il dato più preoccupante del risultato di Venezia, non è solo la sconfitta, ma la mancata percezione della sua possibilità.

Forse questo può essere comprensibile per chi guarda da fuori e si affida ai sondaggi - evidentemente sbagliati - alla contestazione degli orchestrali della Fenice alla Venezi, o alle polemiche sulla Biennale tra Buttafuoco e Giuli, ma è meno giustificabile per chi sul territorio guida una battaglia elettorale.

Sullo specifico del voto a Venezia c’è un qualcosa su cui ragionare. Il No ha vinto al referendum e il centrosinistra era sopra sia alle europee che alle ultime regionali. Alle elezioni il candidato della destra vince al primo turno e la sua lista civica prende oltre il 30 per cento, a testimonianza di un rapporto profondo con un pezzo di città - la Terraferma -, unito a un sistema di potere costruito negli undici anni di governo.

Il centrosinistra dovrebbe non sottovalutare la costruzione di consenso che Meloni in questi anni ha realizzato nel corpo dello Stato, all’interno di ministeri, diplomazie, apparati di sicurezza, servizi, ambienti finanziari, nel vasto mondo delle partecipate. Un sistema di potere solido, fatto di relazioni, di presidio delle istituzioni, di una rete di “grand commis” nelle burocrazie centrali e locali. Relazioni che non si vedono ma che contano.

Allora il compito è passare dall’essere in grado di “vincere contro” sommando tutto ad essere capaci di “vincere per” attraverso un doppio movimento: inglobare le forze che hanno garantito la vittoria referendaria rendendole protagoniste di un radicale progetto di cambiamento e, al tempo stesso, essendo interpreti di un dialogo credibile con gli apparati dello Stato, per realizzare un’alleanza con quella parte progressista che in questi alberga, rompendo il muro dell’incomunicabilità. Unico modo per tornare al Governo e cambiare il Paese.

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