Ambizione e disincanto
Gavino Angius racconta ottant’anni di Repubblica tra memoria privata e storia collettiva

ANSA
Per onestà intellettuale devo anzitutto dire che all’autore di “Ambizione e Disincanto. Storie e ombre della Repubblica. Bordeaux Editore”, Gavino Angius, esponente di primo piano di quella generazione di giovani dirigenti comunisti che furono il gruppo dirigente del Pci di Berlinguer prima e del Pds e dei Ds poi, mi lega un rapporto di amicizia e di affetto che dura da quarant’anni. Risale a quando io, giovane notista politico del manifesto, mi occupavo del Pci. Negli anni ’80 ci fu un riavvicinamento tra il gruppo dei fondatori del giornale e il partito voluto soprattutto da Enrico Berlinguer e completato infine dalla confluenza del Pdup con Alessandro Natta. Anche se il giornale restò sempre autonomo, noi divenimmo di fatto, per scelta politica ed editoriale, una sorta di house organ del gruppo dei quarantenni che si raccoglieva attorno ad Achille Occhetto e che scalpitava per un indispensabile ricambio generazionale. In quegli anni ho conosciuto Gavino, che aveva una vera e propria venerazione per il mio maestro Luigi Pintor, e cominciò una frequentazione che coinvolse anche Luigi, la sua compagna Isabella e altri. Ho conosciuto Mariangela, la moglie di Gavino, ho visto crescere i figli Luigi e Isabella con suo marito Marco Scopigno, le nipoti Martina e Matilde.
Questa breve ma non inutile premessa serve a spiegare il legame “sentimentale” che mi lega all’autore ma non esaurisce affatto l’interesse per la materia del libro, una rilettura della storia italiana degli ultimi ottant’anni, la stessa età di Gavino, a metà tra il saggio e il memoir. La scrittura è sobria e precisa nella parte saggistica, pudica e a tratti lirica quando scava nei ricordi personali, quelli di un bambino che cresce nella Sassari immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale, in una famiglia non agiata ma dignitosa e fiera che in qualche anno raggiunge il benessere, fa studiare i figli, cresce insieme al mondo che la circonda.
Il bambino si sente americano, influenzato dai fumetti, dalla musica, dai militari americani sbarcati in Italia come liberatori. Poi cresce, studia, viaggia, incontra il ’68, diventa comunista quasi naturalmente. È il Pci di Enrico Berlinguer, della democrazia come “valore universale”, enunciata davanti alle attonite mummie del comunismo mondiale; del compromesso storico, del referendum sul divorzio, delle vittorie elettorali travolgenti.
Il pregio davvero considerevole di questo libro è una lettura non unilaterale ma tuttavia unitaria degli ottant’anni della Repubblica. Voglio dire che, pur essendo l’autore esplicitamente da una parte, e difendendone le ragioni con passione e solidi argomenti (su alcuni dei quali, alla fine, farò qualche appunto critico), egli non rinuncia a cogliere il filo dello spirito della Costituente che ha attraversato la storia della Repubblica come l’eredità più vera della Resistenza. Riaffiorando quando pareva ormai perduto, spezzato dall’altro filo che si dipanava, quello del “sovversivismo delle classi dirigenti” di cui scriveva Antonio Gramsci, e che in Italia ha significato stragi, terrorismo, continui attentati alla giovane democrazia italiana.
Il filo rosso della Costituente non fu solo antifascismo, ma - dice Angius - qualcosa di più: la Costituzione nata dalla Resistenza ha infatti in sé un compromesso “alto”, un patto tra forze che sapevano che si sarebbero poi duramente combattute, attorno ai valori che il fascismo, l’imbelle e complice monarchia sabauda, il nazismo avevano conculcato.
Non solo le libertà individuali e collettive, bensì anche il diritto a una vita dignitosa, a essere rispettati, a un lavoro che non schiavizzi gli esseri umani, ma contribuisca alla loro piena realizzazione come è scritto nel magnifico articolo tre della Costituzione. Dopo avere affermato l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge esso recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese».
Esso fu redatto da Costantino Mortati e Giorgio La Pira (Dc), Piero Calamandrei (PdA) e Palmiro Togliatti (Pci). Le parole furono pesate e scelte con cura sicché fossero limpide e inequivoche: il verbo “rimuovere” indica l’obbligo di agire per realizzare la libertà “sostanziale” dei cittadini. Si può dire, azzardo, che la Costituzione italiana, generata dalla contaminazione positiva tra pensiero sociale cattolico, pensiero liberale ma non liberista, pensiero socialista, segni la nascita di una sorta di “umanesimo integrale” che torna oggi di straordinaria attualità, come nella recente enciclica di Papa Leone XIV.
Quello che ci vuole rammentare Angius è che quel filo fu tenuto insieme, anche nei momenti più drammatici di contrapposizione ideologica, di fronte al baratro di una guerra civile. Nei grandi partiti di massa prevalse la forza di quel patto. Non solo per merito delle leadership lungimiranti: De Gasperi, Togliatti, Nenni, La Malfa, ma per la natura porosa di quei partiti che erano in grado di assorbire ed elaborare le spinte che venivano dalla società e tradurle in proposte concrete sia dal governo che dall’opposizione. Fu la forma italiana del compromesso socialdemocratico in un paese nel quale la divisione del mondo tra l’Occidente democratico e l’Est stalinista impediva ai comunisti di andare al governo. Giustamente Angius sottolinea come in quel frangente fu decisiva la scelta di Togliatti di recidere ogni legame con le correnti insurrezionaliste che facevano capo a Pietro Secchia e di avviare la costruzione di un partito di massa aprendolo anche ai figli della borghesia liberale che erano diventati comunisti. Così mentre il paese restava diviso, le lotte operaie e contadine, governate con saggezza e pazienza, pur subendo dure repressioni, ottennero conquiste importanti.
Allo stesso tempo Angius riconosce che il centrismo di De Gasperi non fu immobilismo. Sul piano economico e sociale, con la riforma agraria di Segni, il piano casa di Fanfani; sul piano politico, pur avendo la Dc da sola la maggioranza assoluta, De Gasperi formò un governo di coalizione sapendo resistere all’oltranzismo americano che lo spingeva a destra e alle spinte ultraclericali del Vaticano.
È così che è cresciuta l’Italia, dice Angius, ed è proprio il fatto che quel patto si sia per diverse ragioni spezzato, a rendere la democrazia italiana così fragile, in balia di nuovi populismi e vecchi autoritarismi che tornano. Ho qualche dubbio nel definire neofascista la destra di Giorgia Meloni, non perché non veda riaffiorare elementi odiosi di quel passato, ma perché anche lei ne è un debole riflesso, una inconsistente figurina Panini di una politica disancorata dalla realtà.
Quanto alla sinistra mi sovviene una frase di un bel romanzo distopico americano (Diluvio. Stephen Markley. Einaudi) nel quale uno dei protagonisti dice: «La sinistra è questo, Allen: una pagina Facebook che di tanto in tanto scende in strada con cartelli carini. E poi tutti a lezione di Yoga».
Dovremmo combattere non il riflesso del passato ma l’accecante oggi nel quale enormi concentrazioni di potere globale, tecnologico, economico, militare, piegano la politica e, attraverso la rivoluzione della AI, costruiscono un futuro nel quale pochi esseri “transumani” assistiti da macchine aliene dovrebbero dominare il mondo. Purtroppo, non è fantascienza, ma una realtà che si sta compiendo. Non è ancora compiuta, però. Libri come questo di Angius sono molto utili, perché ci spingono a ripensare a un mondo nel quale l’azione collettiva non era la somma scomposta di tanti individui solitari, bensì un cammino comune che costruiva via via una lingua per capirsi tra diversi e un legame sociale tra di essi. Non per imitarli, ma per provare a capire come ricostruire oggi qualcosa di simile utile per opporsi ad una distopia agghiacciante e costruire un futuro più integralmente umano.
Il libro sarà presentato martedì 16 giugno alle ore 17.30 presso la Biblioteca del Senato - Sala Atti Parlamentari.
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