Almodóvar inquieta, i Dutton ripartono: cinema e serial western
“Amarga Navidad” porta a Cannes il metacinema dolente di Pedro Almodóvar. Su Paramount+ “Dutton Ranch” rilancia la saga di Yellowstone.

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Occhio alla locandina, davvero suggestiva: s'intrecciano due visi, uno di donna e uno di uomo, di fronte e di profilo, che compongono un'unica immagine sdoppiabile. Sta anche lì, in una chiave non solo grafica, il senso di "Amarga Navidad", il nuovo film di Pedro Almodóvar, passato in concorso a Cannes e da giovedì 21 maggio nelle sale con Warner Bros.
Magari la scena con gli occhiali da sole Prada inquadrati con insistenza sospetta, a mostrare il celebre marchio, se la poteva risparmiare. Al pari della battuta fessacchiotta su Netflix, che fa il paio con quella di Nanni Moretti in "Il sol dell'avvenire", per la serie: «Non mi avranno mai». Ciò detto, "Amarga Navidad", che in italiano significa "Natale amaro", è un film insinuante e dolente, da vedere preferibilmente in originale coi sottotitoli, con qualcosa dentro del felliniano "8½", visto che si parla di un famoso regista spagnolo in crisi creativa.
Da cinque anni il sessantenne Raúl Rossetti non riesce a scrivere un copione decente, ormai macerandosi alla tastiera del computer. Non somiglia fisicamente al settantasettenne Pedro Almodóvar ma di sicuro c'è molto di lui nel personaggio: gay con un amante ormai quasi platonico, ricco con una passione per le case in stile "brutalista", gli oggetti di design e i quadri di Asher Liftin, uno dei quali, che ritrae una finestra a grandezza naturale, apre addirittura il film.
Il titolo evoca il Natale del 2004, subito dopo la 26esima Festa della Costituzione con relativo ponte lungo. Elsa è una facoltosa regista pubblicitaria, con due disastrosi film d'autore alle spalle ironicamente definiti "di culto", colpita da devastanti emicranie e crisi d'ansia. Distrutta dal dolore alla testa, chiede al suo fidanzato, l'amorevole pompiere Bonifacio che per arrotondare lo stipendio fa lo "stripper" per donne, di portarla in ospedale, e una volta lì chiede di essere ricoverata nella stanza 114 (scopriremo poi perché) in attesa che le cure facciano effetto.
In verità tutto ciò che stiamo vedendo, cioè i fatti del 2004, sono nella mente del sopracitato regista Raúl: è lui che nel 2026 sta scrivendo quella storia nella speranza di farne un film. Ma il copione stenta a decollare, alcuni personaggi non funzionano, benché essi riflettano situazioni reali vissute dal regista, specie il rapporto non più facile con l'assistente di fiducia Mónica, compagna di una donna che ha appena provato a suicidarsi.
In un tortuoso gioco di specchi, forse un po' pirandelliano, assistiamo all'incedere parallelo dei due film, anzi delle due storie, destinate in qualche modo a toccarsi e a modificarsi nel corso degli eventi.
Secondo il regista, "Amarga Navidad" sarebbe anche «una riflessione sull'atto creativo, sul suo rapporto con la realtà e con la vita; e su come un film può ribellarsi contro sé stesso, mettendo in discussione la sua ragione di essere». Metacinema o autofiction? Forse entrambe le cose, il tutto alla maniera tipica di Almodóvar, il che significa: un elegante cromatismo centrato sui colori rosso, verde, blu e giallo; un continuo riferirsi alle malattie dolorose che ottundono il cervello; il rapporto di coppia (ce ne sono quattro) destinato a erodersi nella distrazione reciproca; il "vampirismo" creativo che utilizza confidenze e sofferenze altrui, con una punta di cinismo, al fine di far nascere qualcosa che valga la pena di essere trasportato sul grande schermo.
Poi, per chi li voglia cogliere, ci sono le citazioni e gli omaggi: dal romanzo "Middlesex" dello scrittore statunitense Jeffrey Eugenides alle canzoni di Chavela Vargas e Amaia Romero, per non dire del ritorno all'isola vulcanica di Lanzarote e della comparsata dell'attrice-feticcio Rossy De Palma. Il tutto impacchettato nella musica mélo del consueto Alberto Iglesias, molto in stile Douglas Sirk.
Non saprei dire se il film, lungo 110 minuti, piacerà al grande pubblico italiano (l'ultimo, "La stanza accanto", girato negli Stati Uniti, non superò da noi i 2 milioni e 200 mila euro al botteghino, ma lì su parlava di eutanasia). Almodóvar, seguendo gli inciampi dei suoi due alter-ego, Raúl ed Elsa, conferisce alla messa in scena un andamento quieto, riflessivo, senza torsioni a effetto e colpi di scena, quasi a restituire, in una sorta di impietoso spogliarello morale, una stasi emotiva destinata a sciogliersi strada facendo.
Bárbara Lennie e Leonardo Sbaraglia incarnano Elsa e Raúl, lei assai brava e intensa, di una bellezza essenziale, a tratti quasi materna; mentre il resto del cast è coperto da Aitana Sánchez-Gijón, Patrick Criado, Victoria Luengo, Milena Smit e Quim Gutiérrez, rispettivamente nei ruoli di Mónica, Bonifacio, Patricia, Natalia e Santiago. «Hai perso la grazia, Raúl» grida Mónica al suo amico regista nel duro confronto in sottofinale. Mi sa Almodóvar stia parlando di sé stesso.
Se una battuta su "Yellowstone" è finita perfino nel film "Il diavolo veste Prada 2", be' significa che quella storia para-western inventata da Taylor Sheridan negli anni è diventata davvero un fatto di costume. Per questo, tra spin-off, prequel e sequel (come odio queste parole!), si respira una fervida attesa, tra gli estimatori, per "Dutton Ranch", da venerdì 15 maggio su Paramount+. Sono nove episodi, sulla piattaforma ci sono i primi due, purtroppo gli altri arriveranno uno alla settimana.
A differenza del disastroso "Marshals", altra filiazione, qui le cose vanno meglio. Tornano infatti i più carismatici Beth e Rip, e si vede la cura nel riprendere in mano i personaggi creati da Sheridan. Anche se il bravo sceneggiatore e curatore di serie Chad Feehan è stato licenziato a fine riprese, pare per divergenze col cast e i produttori; in compenso la regia di Christina Alexandra Voros, la stessa di "The Madison", è all'altezza della tradizione, pur nel passaggio dell'ambientazione.
Già perché, a causa di uno spettacolare incendio che ha distrutto il glorioso ranch nel Montana, Beth, Rip e il figliastro Carter si ritrovano giù in Texas, a Rio Paloma, dove hanno acquistato a buon prezzo una piccola e storica fattoria in vendita. Da quelle parti non ci sono montagne innevate e di notte fa caldo fino a 40 gradi, ma i Dutton aspirano a una nuova vita, se possibile lontana dai guai. Come sappiamo non sarà possibile.
«La pace non s'insegue, devi viverla» teorizza il ruvido, laconico e amoroso Rip, l'uomo in nero in stile Johnny Cash che detesta i razzisti, tuttavia i guai sono fatti apposta per mandare avanti le trame. E qui c'è un omicidio che tutti vogliono nascondere, specie la nuova cattiva della situazione: la potente e cinica Beulah Jackson, detta «un grizzly in Gucci», che gestisce il più grande ranch della zona, il "10 Petal", avendo a che fare con un figlio sveglio e un figlio stronzo.
Bisogna amare le atmosfere di "Yellowstone", sia pure traslate nel vecchio Texas, per farsi acchiappare da "Dutton Ranch", ma l'inizio m'è parso assai promettente: s'intravvedono già le dinamiche e le torsioni che movimenteranno, anche parecchio, l'esistenza di Beth e Rip.
Kelly Reilly e Cole Hauser naturalmente vanno sul classico nel riprendere i loro personaggi, ormai ci scivolano dentro (ma lei appare sempre troppo truccata); mentre, tra le numerose novità, ci sono Annette Bening e Ed Harris, rispettivamente nei panni della perfida ranchera Beulah e del saggio veterinario Kenneth, un tempo pilota di elicotteri della Marina in Vietnam. Anche l'amore si metterà di mezzo, pare di capire, a causa del giovane Carter invaghitosi di una ragazza che non dovrebbe proprio avvicinare...
Come al solito, ma so che non mi darete retta, "Dutton Ranch" andrebbe visto in inglese coi sottotitoli, per apprezzare la calata sudista, il gran lavoro sulla pronuncia fatto dalla britannica Kelly Reilly, la "filosofia" dei cowboy assunti come operai in quei ranch sterminati, la musica country, i rodeo, le aste e tutto il resto.
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