Allegoria e avanguardia: Muzzioli riporta la teoria nella critica viva

Il saggio rilancia l’allegoria come strumento per ridare alla critica una funzione teorica e antagonista, capace di attraversare letteratura, arti e media oggi.

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ANSA

C’è stato un tempo in cui la critica letteraria costituiva una sorta di deposito di concetti cui anche altre discipline attingevano. L’influenza delle varianti continiane e della critica stilistica di Leo Spitzer sul metodo di Roberto Longhi, gli interventi di Debenedetti sul cinema improntati alla decodifica del personaggio sperimentata nelle letture di Proust e Verga ed ereditata in campo teatrale da critici come Cordelli e Quadri, la distinzione fra cinema di poesia e di prosa proposta da Pasolini. Oggi tutto questo si è perso, la critica letteraria, confinata negli spazi esigui dei supplementi settimanali dei quotidiani, si limita alla segnalazione delle ultime uscite su cui, per altro, incombe la minaccia dell’IA. La saggistica letteraria è relegata alla dimensione accademica, esclusa dalla possibilità di accedere alla discussione pubblica. Non si tratta di rimpiangere il buon tempo antico ma di capire se è possibile un discorso sulla letteratura e le stesse arti visive che consideri la teoria requisito indispensabile della critica e quest’ultima attività non riducibile alla velocità della comunicazione social. La nuova edizione ampliata de L’allegoria di Francesco Muzzioli, tema su cui l’autore lavora da anni, è per certi versi un’opera d’altri tempi. È strutturato come un vero e proprio libro - trattato su due livelli: per un verso ricostruisce la storia dell’allegoria dall’antichità, con incursioni nelle arti figurative, per un altro la utilizza come chiave interpretativa di un’idea di letteratura alternativa al simbolo. Completano l’opera nove letture allegoriche (Proust, Musil, Plath, Rushdie, tra gli altri), di cui è impossibile qui dare conto ma che raccomandiamo al lettore per ricchezza di esegesi.

La modernità, partendo dalla rivoluzione di Baudelaire, si è andata configurando su due ipotesi che equivalgono a due letture dell’arte e del mondo. La realtà riconciliata e ricondotta all’ordine del simbolo su cui grava il primato intuitivo dell’artista romantico, al quale si oppone la contraddizione laica dell’allegoria, figura del frammento e del disordine, riportata in auge dalle avanguardie. Questa la faglia individuata da Walter Benjamin nei suoi lavori sul barocco, Baudelaire, Kafka che rimanda al tema di fondo del libro: la possibilità di rilanciare, in tempi di dominio incontrastato dell’Intrattenimento, una funzione antagonista della letteratura. In questo senso, il lavoro di Muzzioli potrebbe essere utilizzato come paradigma critico non limitato alla letteratura, ma da estendere ad altri campi dell’attività creativa, come il cinema o la produzione mediale. Sull'allegoria ha a lungo pesato il pregiudizio di essere una figura oscura, per iniziati, tendente ad appesantire la poesia di significati ulteriori, un di più di cerebralismo non richiesto; definendola, l’allegoria coincide nell’utilizzo di persone - animali - cose come immagini per esprimere altro; nel medioevo per esprimere concetti religiosi o filosofici legati alla sfera umana e al rapporto con il divino, come nel caso di Dante che attinge ad una pratica che ha nell’esegesi dei testi omerici e dell’Antico testamento le sue origini.

L’allegoria diviene la figura preferita della poesia che scaturisce dal pensiero, conferendo a quest’ultimo la forza ulteriore dell’immagine, in Cavalcanti troviamo gli “spiriti”, le giunzioni vitali del corpo - anima, devastati dalla potenza di Amore raffigurato come un guerriero. In questo caso, l’allegoria innesca una riflessione coincidente con una disgregazione dell’io che si “apre” a sviluppi imprevedibili, diversamente dal modello del Canzoniere petrarchesco in cui il soggetto si muove entro un sistema “chiuso”, segnato dall’impossibilità di uscire dalla sua crisi. Si deve ad un’osservazione di FIlippo Bettini, la sottolineatura della dimensione pubblica e dialogante dell’allegoria, vista la presenza di quel riferimento alla agorà all’altro presente nella sua radice. Nella modernità l’allegoria vive una seconda vita, passando dalla personificazione all’autonomia delle cose rispetto all’umano, in una sorta di svuotamento, il cui inizio Benjamin individuò nel barocco. È nel ‘600 che la società occidentale inizia a confrontarsi con le tenebre, il senso di vacuità di cui la natura morta costituisce la rappresentazione; di là del gusto dell’eccesso e delle bizzarrie del barocco, è la letteratura a svelare il senso di precarietà e vuoto caratterizzante due grandi allegoremi come Amleto e Don Chisciotte o il lavoro di artisti affatto diversi come Caravaggio e Dürer.

Il romanticismo è il grande nemico dell’allegoria cui contrappone la folgorazione ispiratrice del simbolo; fu Goethe a teorizzare un’estetica fondata sulla immediatezza del simbolo, sul suo valore intuitivo da contrapporre alla macchinosità dell’allegoria, ipotesi funzionale ad un’estetica che, a fronte della prosaicità della società prodotta dalla rivoluzione industriale, opponeva l’energia ispiratrice della poesia. L’idealismo crociano pronuncia una condanna senza appello nei riguardi dell’allegoria, accusata di soffocare bellezza e armonia dell’opera, rischio corso persino da Dante il quale, però, sarebbe riuscito a rimanerne immune grazie al suo genio. Anche da parte marxista si guarda con sospetto all’allegoria perché in odore di nichilismo (Lukacs) e sterile intellettualismo (Della Volpe). Fu Walter Benjamin, spostando l’attenzione sul barocco e partendo dalla nuova condizione dell’arte nella società moderna, senza “aura”, priva dell’autorevolezza derivante dalla sua unicità, a proporre un rilancio dell’allegoria. Se la modernità si definisce per la perdita di centro e certezze, lo strumento che l’arte può adottare per leggerla e pensarla può essere la nuova allegoria “aperta” o “vuota” di Kafka e del romanzo modernista; nel ‘900 l’allegoria non ha un senso compiuto, lavora su una radicale rottura di linguaggio, come nel caso dell’avanguardia. Si tocca qui un punto cruciale del libro di Muzzioli: la possibilità di immaginare una rinnovata posizione oppositiva della letteratura, in un contesto quale l’attuale dominato dall’invadenza dell’intrattenimento e dalla negazione di figurazioni alternative. In questo scenario l’allegoria potrebbe giocare un ruolo centrale, nel senso di un riaffermato legame tra produzione creativa e scena sociale e politica.

In che senso è oggi possibile l’avanguardia? È impensabile oggi utilizzare il termine come descrittore di movimenti artistici con il loro corredo di manifesti e gruppi; si tratta di una versione primo novecentesca, desueta già negli anni ‘60, nei quali ancora vi erano spazi a disposizione ed un sistema letterario. L’avanguardia andrebbe riferita non tanto e non solo alla critica del “potere” o del “sistema” ma alla messa in discussione e alla potenziale destituzione di tutti i dispositivi esistenti, anzi dell’esistente tutto, anche nei suoi aspetti meno visibili. In letteratura questa operazione di svelamento non può che avere ad oggetto i due esiti prediletti dal sistema letterario: l’io lirico e introspettivo in poesia, l’intrattenimento e il trionfo dell’intreccio nel romanzo. Ne deriva che è necessario riprendere un discorso critico e teorico che ricostruisca le genealogie, i percorsi, i legami tra le generazioni e valorizzi il molto di buono che viene prodotto ma rimane fuori dal mainstream. Mentre si continua a proporre la distinzione di generi, chi lavora sulla sperimentazione da anni ormai parla di superamento della definizione classica di poesia, identificata nei suoi ingredienti tipici come l’andare a capo, la musicalità, la rima. La “prosa in prosa” identifica una direzione di ricerca, ve ne sono altre che prediligono l’utilizzo delle forme classiche “allegorizzandone i modelli”, altre ancora prediligono l’utilizzo del digitale nel solco delle antiche esperienze di videopoesia, in altri casi ad essere preferito è l’asemismo, una non scrittura di segni senza significato prodotti dal superamento della parola. Sempre a proposito di genealogie da ricostruire, su una traccia simile lavorava negli anni ‘50 Carla Accardi e, negli anni successivi, Luciano Caruso, Stelio M. Martini, la poesia sonora e visiva. Quel che è certo è che per fortuna molta confusione c’è sotto il cielo e il lavoro critico da fare è individuare i legami, le connessioni, gli sviluppi possibili di quel fiume carsico dell’avanguardia che periodicamente riemerge.

I testi offrono occasioni per creare delle connessioni e innescare processi di divenire; secondo Deleuze sono dei vettori di trasformazione che sono lì per essere non interpretati ma assimilati, usati. Una sorta di cassetta degli attrezzi da utilizzare per orientarci. Quella che ci serve non è una poesia, un’arte che celebrino il caos, una sorta di elogio del magma cui ci si arrende malinconicamente. Poiché ciò che conta, ancora Deleuze, è il concetto, il diagramma che sovrintende il linguaggio, tanto che il caos va pensato, reso produttivo, attraversato per andare altrove. L’avanguardia è soggettività attiva, non mera sottrazione o presa d’atto della catastrofe, sbigottimento o resistenza passiva. È capacità di elaborare nuove figurazioni. Al contrario dello spaesamento, dell’essere gettato nel mondo alla maniera heideggeriana, il suo è il linguaggio delle soggettività resilienti. Da questo punto di vista la riflessione proposta da Muzzioli sull’allegoria, costituisce un punto di riferimento fondamentale.

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