Alleanze sociali e cultura di governo: la sfida della sinistra

Studenti e lavoratori ricompongono un blocco sociale. Al centrosinistra spetta trasformare le loro domande in un’alternativa di governo fondata sul lavoro.

Davide CesariniApprofondimenti
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ANSA

Delle manifestazioni tenutesi nelle ultime settimane si è discusso molto e naturalmente, come nelle peggiori tradizioni italiane e non solo, le inaccettabili violenze compiute da un manipolo di delinquenti estranei alle ragioni dei cortei, prontamente condannate da tutti gli organizzatori e gli aderenti, hanno oscurato l’analisi politica di ciò che è accaduto. In quelle piazze, nel loro spirito, abbiamo assistito alla ricomposizione, con nuove forme, di un blocco sociale formato da studenti e lavoratori. Un pezzo di paese, l’Italia del presente e del futuro, della produzione e dello studio, è tornato ad organizzarsi ed a rivendicare il proprio spazio politico.

Nell’intervento di chiusura della manifestazione del 17 ottobre a piazza del Popolo, il segretario generale della CGIL Maurizio Landini ha giustamente posto l’accento su come il sindacato senta la responsabilità di lottare per tutta una nuova gamma di tutele e diritti sociali emergenti, di cui si fanno promotrici le nuove generazioni (a partire dal contrasto alla precarietà), ma questa responsabilità deve diventare un patrimonio collettivo, o meglio, deve gravare sulle spalle di più soggetti politici e sociali affinché possa trasformarsi in una concreta proposta di governo. In questo senso, la presenza delle forze politiche progressiste in quel frangente, tra quelle persone, non assume un significato banale, bensì di adesione ad una certa idea di paese basata su priorità chiare.

Il percorso da compiere relativo alla proposta di alternativa per il governo del paese lo ha magistralmente sintetizzato Gianni Cuperlo nel suo intervento all’assemblea nazionale del Partito Democratico, in cui ha sostenuto che: «Le stesse piazze riempite in questi giorni di quel programma sono il tessuto più vivo». Il centrosinistra oggi deve compattarsi e iniziare a dialogare con quel blocco sociale che deve essere l’unico reale interlocutore della coalizione progressista per scrivere il programma. Non esistono segrete stanze o regole più o meno burocratiche di selezione del capo che tengano, esiste piuttosto una discussione serrata da avviare con le forze sociali e il paese reale.

Abbattimento della precarietà, salario minimo legale, legge sulla rappresentanza e tutele concrete contro le delocalizzazioni sul modello della legge Florange in Francia possono essere i primi quattro punti da mettere sul tavolo e sulla base dei quali costruire un ragionamento complessivo di costruzione di una seria e programmata politica industriale nel nostro paese, con uno Stato protagonista nel rilancio degli investimenti pubblici e nell’innovazione (su questo punto molto interessanti sono le proposte contenute nel Libro verde delle politiche industriali elaborato dal PD).

Il terreno dello scontro è tra una destra estrema che promuove un modello liberista ed oligarchico, il quale ha riacutizzato un moto anticostituzionale sempre vivo in Italia, e una sinistra che deve necessariamente contrapporle un modello alternativo, socialista e democratico. In questo quadro, il lavoro deve essere il filo rosso di una risposta politica credibile e concreta alla rabbia sociale: è finita la stagione delle pacche sulle spalle e della solidarietà per opportunismo, ora quella magnifica spinta propulsiva giovane e popolare deve tradursi in battaglia politica.

Ciò garantirebbe un rafforzamento della coalizione progressista in termini politici e di radicamento tra le persone, tra quelle donne e quegli uomini che pacificamente hanno riempito le piazze del paese chiedendo alla politica risposte concrete sul lavoro, sulla sanità, sul diritto allo studio, sul carovita. La violenza si condanna con fermezza, ma non si devono ignorare le ragioni sociali ed economiche che hanno generato una tale reazione.

Storicamente le culture politiche e sindacali della sinistra italiana non hanno mai strizzato l’occhio ai violenti che facevano il gioco degli avversari di classe, a differenza di una destra che non ha mai tagliato completamente i ponti con quei pezzi del suo campo che della violenza politica hanno fatto la loro bandiera, nel dichiarato tentativo di stracciare la Costituzione e la democrazia. Serve una reazione politica nel segno della giustizia che solo una sinistra plurale e unita può interpretare.

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