Alla Rupa, restare è un progetto collettivo
A Petilia Policastro cittadini e Comune avviano il percorso per una fondazione che recuperi il centro storico. Memoria e partecipazione contro l’abbandono.

ANSA
Quello della “Rupa” è il più antico quartiere conservato di Petilia Policastro, cittadina un tempo fra le più popolate dell’entroterra del Marchesato Crotonese. Secondo Alberto Fico, autore del saggio Policastro. Documenti e ricerche dall’antichità ai nostri giorni (BookSprint, 2018), sotto i resti delle mura bizantine inglobate in antiche casette — buona parte delle quali demolite in un progetto dell’amministrazione comunale nel 2012 — esiste un’interessante grottaglia collegata a quella di località San Demetrio, che giunge dallo stesso quartiere alla valle del torrente Cropa, attraversabile in località “Canale” comprendente un maestoso ponte in pietra a un’unica arcata.
Sino agli anni Settanta del Novecento questo era il quartiere cittadino più abitato; in seguito sono nati nuovi quartieri, figli anche dell’abusivismo e costituiti da ampi palazzoni, molti dei quali ormai disabitati a causa dello spopolamento delle cittadine calabresi. Le cronache degli ultimi anni raccontano del completo abbandono del quartiere, con numerose casupole crollate e infestate dalle sterpaglie, sulle quali l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Simone Saporito sta tentando di intervenire tramite un’opera di demolizione finanziata con un mutuo della Cassa Depositi e Prestiti.
“Visioni d’Autunno tra storia, memoria e futuro” è il titolo di un partecipato incontro organizzato da alcuni cittadini, durante il quale Renzo Cavarretta, avvocato del luogo, ha lanciato la proposta di una fondazione che si prenda cura di questo e di altri quartieri del centro storico, le cui campagne sono arricchite da alcune cascine anch’esse meritevoli di attenzione. La sfida è stata lanciata all’amministrazione comunale — con il sindaco che ha firmato la dichiarazione d’intenti con cui si aprirà l’iter per la nascita della fondazione —, ma anche alla popolazione, chiamata a censire le casette abbandonate che necessitano di un intervento conservativo, e a quei cittadini che con le proprie offerte e competenze vorranno collaborare alla realizzazione del progetto.
Certamente si attingerà ai finanziamenti pubblici necessari per coprire i costi dei lavori di recupero, ma, come è stato sottolineato nel corso della serata, è indispensabile che l’intera popolazione senta proprio il progetto e la necessità di rimboccarsi le maniche. Dal punto di vista progettuale non si parte da zero. Faranno parte dello staff organizzativo gli architetti Vincenzo Cropanese e Simone Scordamaglia (quest’ultimo, oltre a essere responsabile di una liuteria etnica, ha dedicato al centro storico policastrese la propria tesi di laurea).
In fondo è proprio questo lo spirito della “restanza”, categoria comportamentale descritta dall’antropologo Vito Teti: essa non coincide con l’immobilità, l’attesa rassegnata o la semplice conservazione nostalgica, ma è un movimento interiore e civile, tipico di chi, faticosamente, decide di restare nella propria terra d’origine o di ritornarvi per abitarla in modo nuovo. Teti la definisce come un vero e proprio diritto: al diritto a migrare corrisponde il diritto a restare, pretendendo dignità, servizi e cittadinanza per i luoghi marginali.
Nel corso della serata, arricchita dalla voce di Emanuel Gumari e dagli interventi di Ettore Bonanno e Alessandro Frontera dell’associazione “Fili Meridiani”, sono stati presentati i libri A noi sarebbero bastate un po’ di lucciole per essere felici di Giuseppe Caruso e Una vita di proverbi, i proverbi di una vita e non solo di Rosaria Mannarino. Il primo è la seconda pubblicazione del visionario Giuseppe Caruso, che negli anni scorsi ha autonomamente affrescato il vicolo in cui vive creando, insieme alla moglie Manuela Arminio, la libreria “Libri Liberi” (dove è possibile prendere in prestito i volumi che si preferiscono senza l’obbligo di restituirli); il secondo è una raccolta di proverbi e modi di dire in vernacolo, frutto di oltre un quindicennio di ricerca appassionata tra i vicoli cittadini.
Il tutto nella consapevolezza che, assieme alla lotta contro l’abbandono dei borghi, occorra salvaguardarne la memoria e le tradizioni che, anno dopo anno, rischiano di scomparire insieme alle vecchie generazioni. Fin quando ci saranno questi fermenti di speranza e impegno sociale, sintomatici di una cittadinanza attiva che non si arrende, sarà più facile rimanere nel Meridione senza adagiarsi nelle problematiche che pure esistono e in quel fatalismo da sconfiggere per un futuro migliore.
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