Alla Farnesina ora va di moda il berretto frigio
Le giravolte di Tajani raccontano una politica estera italiana senza autonomia: prima al traino di Trump, poi di Macron, mentre il governo si divide su Ucraina ed Europa.

ANSA
Meeting internazionale che vai, copricapo che indossi. Il vicepremier e ministro degli esteri Antonio Tajani da mesi si barcamena tra cambi di linea in politica estera, voluti o subiti che siano, che lo hanno portato dall’indossare il cappellino trumpista all’insediamento, come osservatore, del “Board of Peace” voluto dal presidente USA, alla partecipazione, oggi e domani a Parigi, dell’ultimo 14 luglio del mandato presidenziale di Emmanuel Macron, in cui si celebrerà l’asse dei volenterosi al fianco di Kiev e il «risveglio strategico dell’Europa». Nel passaggio, in poche settimane, dal cappellino MAGA al berretto frigio possiamo cogliere tutta l’improvvisazione del governo in politica estera con il salto dal trumpismo sfrenato all’europeismo in salsa macroniana. Tuttavia, tale giravolta non è indolore sia all’interno del centrodestra alle prese con le fibrillazioni leghiste e vannacciane, sia all’interno del governo dove l’altro vicepremier, Matteo Salvini, non perde occasione per ribadire la propria vicinanza alle posizioni di Donald Trump, né per esprimere la propria insofferenza per il sostegno militare a Kiev.
In ogni caso, da qualunque angolazione la si guardi la posizione dell’Italia appare al traino, senza alcun protagonismo. Per questo, nei tempi, bui, che stiamo attraversando chi ha l’onere di costruire l’alternativa deve dimostrarsi all’altezza della sfida; gli spazi non mancherebbero: rilancio del sostegno all’Ucraina legato alla costruzione di una soluzione politica e diplomatica del conflitto, difesa europea connessa non alle committenze miliardarie dell’industria bellica americana, ma elemento di gestione di un debito comune europeo che costruisca un welfare continentale e favorisca politiche di redistribuzione della ricchezza, rilancio del multilateralismo. Certo, la condizione necessaria è smettere di essere “indossatori di cappellini” e riappropriarsi di autonomia e credibilità sul piano internazionale.
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