Alessandro Leogrande e lo sguardo di Caino
Il libro di Marco Gatto ricostruisce il pensiero dell’intellettuale tarantino: un meridionalismo inquieto capace di unire inchiesta sociale, memoria e militanza.

ANSA
Ha scritto una volta Ignazio Silone: «Lo sguardo di Caino è inconfondibile». In questa semplice ma dolorosa frase si potrebbe distillare tutto il senso della scrittura e dell’azione di Alessandro Leogrande.
Nato alla fine degli anni Settanta del secolo scorso e morto prematuramente nel 2017, Leogrande è stato un intellettuale militante schierato dalla parte del torto, oltre che uno studioso dal profilo complesso e sfaccettato. Adesso il nuovo libro di Marco Gatto ricostruisce con diligenza e passione i contorni di questa figura eccezionale, inserendola nella nobile linea di un meridionalismo «inquieto». Vale la pena di soffermarsi sul significato di questo aggettivo scelto da Gatto.
L’inquietudine di Leogrande è data dal rapporto articolato che, nelle sue inchieste sociali, si stabilisce fra l’osservatore e l’osservato. La relazione fra questi due poli non si risolve in una coincidenza o sovrapposizione consolatoria e mistificante. Il saggista è ben consapevole del proprio privilegio di classe, che si traduce in una distanza sociale e intellettuale nei confronti degli ultimi e dei marginali. Utilizza però questa minima distanza come grimaldello conoscitivo per spostare l’attenzione dalla superficie immanente della realtà ai suoi nodi più nascosti, ma anche fondanti e decisivi.
L’analisi del particolare deve sempre inquadrarsi in un ambito generale più comprensivo. Dal locale si tende al globale. L’operazione critica mira dunque, per Leogrande, alla costruzione, in una sola formula, di un’«universalità non contingente». Non è un caso che Gatto possa giustamente ascrivere il significato profondo della sua opera a un «realismo» di tipo allegorico, che non solo assume senza timori la frattura tra realtà e rappresentazione, ma finisce per esaltarne la «funzione conoscitiva insopprimibile».
Tornando alla problematica posizione dell’osservatore, si può affermare che la collocazione della figura di Leogrande appare molto stratificata. Se, su un piano generale, si individuano come prime matrici teoriche la Dialettica dell’illuminismo dei francofortesi e gli scritti sociologici di Pasolini, sul versante dei referenti più visibilmente prossimi si tracciano invece due vettori principali, adiacenti ma non del tutto sovrapponibili.
Leogrande si pone così in fruttuoso dialogo sia con una «tradizione del dissenso», che annovera fra i suoi esponenti figure “eccentriche” come Herling, Chiaromonte, Silone e Capitini, sia con una precisa tradizione dell’inchiesta sociale che, incubata all’interno del meridionalismo critico, riconosce come capostipite Salvemini, per poi ramificarsi felicemente in altri profili: Danilo Dolci, Rocco Scotellaro, Guido Dorso, Corrado Stajano.
Questo vale per quanto concerne l’osservatore dei fenomeni sociali. Per quanto riguarda invece l’“osservato”, esso si riassume nella benjaminiana «tradizione degli oppressi», ovvero i vinti, gli sfruttati, gli umiliati. Gli studi di Leogrande si rivolgono in prima battuta verso i luoghi topici della crisi industriale italiana e, in particolare, verso la sua Taranto, presa nella morsa venefica del fallimento della produzione siderurgica e del conseguente disfacimento politico-sociale, che poi si tradusse nel berlusconismo televisivo e populistico del sindaco Cito.
In seguito Leogrande concentrerà la sua attenzione soprattutto sulle nuove forme di barbarico schiavismo che vigono nelle campagne del Sud Italia, individuando nel mondo reietto degli immigrati impiegati come braccianti il fulcro politico e sociale della propria azione intellettuale. Leogrande, in Uomini e caporali, analizza questo fenomeno di sfruttamento del lavoro, guardando però sempre verso la “luna”, cioè mostrando le connessioni di quest’ultimo con il globale modello capitalistico di estrazione del lavoro e considerandolo come episodio di un ben più ampio e sistematico «controllo dell’uomo sull’uomo».
Uno dei tratti più arguti e originali delle sue disamine sociologiche risiede, ad esempio, nella dimostrazione di come fra mafia e capitale sussistano nessi strutturali che vanno necessariamente portati alla luce e chiariti.
Leogrande è dunque un saggista militante che si qualifica in virtù di una precisa scelta politica: «Sto — ho deciso di stare — dalla parte dei nuovi braccianti». Queste limpidissime parole ne rivitalizzano altre più antiche ma molto simili, scritte cinquant’anni prima da un suo fecondo modello. Nelle pagine lucidissime e toccanti del saggio «La scelta dei compagni», raccolto in Uscita di sicurezza, di nuovo Ignazio Silone annotava: «Ciò che definì la nostra rivolta fu la scelta dei compagni. Fuori della chiesa del nostro borgo c’erano i braccianti. Non era la loro psicologia che ci attirava, ma la loro condizione».
Leogrande ha decisamente stigmatizzato la condizione politica dei suoi anni, contraddistinta da una nefasta assenza della lotta, qualificandola in negativo come oblio e “silenzio”; in fin dei conti, come inappellabile «assenza dell’uomo». A questa rimozione del conflitto ha contrapposto, spiega bene Marco Gatto, la benjaminiana «rammemorazione», intesa come irruzione sacrilega del passato nel presente, per cui la memoria è vissuta e partecipata con intensità attualizzante e non viene ridotta a spento esercizio di retorica esornativa.
Questa pratica politica del ricordo conduce alla presa di coscienza dell’ingiustizia permanente e dello stato di violenta ferinità in cui ancora gli uomini versano. Nella sua ultima opera, La frontiera, vero e proprio testamento politico e morale, Leogrande traspone in un’originale metafora la sua posizione di intellettuale militante, postosi accanto agli oppressi, assumendo su di sé «lo sguardo di Caravaggio».
Richiamando il Martirio di san Matteo, lo scrittore osserva dunque come il pittore lombardo abbia collocato il suo punto di vista dentro l’opera, accanto al sofferente, attribuendo a se stesso uno sguardo impotente e inefficace di fronte alla mattanza efferata: «Ora mi chiedo se lo sguardo di Caravaggio non sia anche il nostro sguardo nei confronti dei naufragi, dei viaggi dei migranti e soprattutto della violenza politica o economica che li genera […] Non appena osserviamo il mondo con gli stessi occhi di Caravaggio, esso si rivela come un universo di violenza ferina».
Ma è proprio in questo punto archimedico della storia collettiva e personale, in cui, per un solo attimo, gli occhi di Caravaggio incrociano, riconoscendolo, lo «sguardo di Caino»; è proprio in questo istante che il silenzio dell’uomo viene finalmente infranto. L’opera di Leogrande testimonia della bellezza urticante di questo attimo e, soprattutto, della sua faticosa, ineludibile necessità.
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